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Omeopatia. Il nuovo libro di Silvio Garattini: “Medici non dovrebbero prescriverla e farmacisti non dovrebbero venderla. Ema ed Aifa non sprechino tempo e denaro per occuparsi del nulla”

di Silvio Garattini

L’Europa, attraverso le sue agenzie, non dovrebbe nemme­no prendere in considerazione questo tipo di preparati. Prescrivere rimedi omeopatici per una malattia, quando esistono prodotti efficaci, è una sottrazio­ne di terapia e le farmacie, se vogliono essere luoghi di educazione alla salute, non possono continuare a vende­re come trattamenti sanitari prodotti che non contengono princi­pi attivi

05 OTT - Pubblichiamo in anteprima, per gentile concessione dell'Editore Sironi, le conclusioni del volume appena editato “Acqua fresca? Tutto quello che bisogna sapere sull’omeopatia”, curato da Silvio Garattini con i contributi di diversi ricercatori dell’IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri.
 
Nel dibattito pubblico pare che il giudizio sull’omeopatia non possa mai trovare un punto fermo. Anche di fronte alle ricerche più affidabili, circostanziate ed esplicite, che mostrano l’ineffica­cia dell’omeopatia, c’è sempre qualcuno che rilancia e ripropo­ne la questione in termini invariati, come se non fosse accaduto nulla.
 
L’ultimo esempio, nel marzo 2015. Il principale ente di ricer­ca medico australiano, il National Health and Medical Research Council, diffonde un rapporto (citato più volte in questo volume) in cui si conclude che «non ci sono malattie o condizioni cliniche per cui risulti una evidenza affidabile che l’omeopatia sia efficace. Le persone che la scelgono possono mettere a rischio la propria salute se rifiutano o ritardano trattamenti per cui c’è una buona evidenza di sicurezza ed efficacia».

 
A dispetto dell’enorme lavoro di analisi, selezione e valutazio­ne di studi compiuto da una tale istituzione e condotto in tutte le sue fasi secondo criteri rigorosi, espliciti e verificabili; a dispetto della discussione ampia e aperta ai contributi di omeopati e no, durata ben due anni, c’è chi, almeno in Italia, riesce a riproporre le stesse affermazioni che si sentono da decenni o ragionamenti pre-scientifici che puntano a confondere le acque.
 
Per esempio: “La cosa che più colpisce di questo lavoro è l’idea originaria di fare una valutazione complessiva su una strategia terapeutica. Le revisioni, al contrario, di norma si fanno su un farmaco o al massimo su una categoria di farmaci per una deter­minata patologia, come per esempio sugli antibiotici per trattare alcune patologie, ma mai su una strategia terapeutica per trattare una varietà di patologie”.
 
O ancora: “È da decenni che si documentano studi positivi sui medicinali omeopatici per diverse patologie, tutti pubblicati su riviste scientifiche indicizzate. Perché di questo nessuno parla?”.
 
Ma il rapporto australiano ha fatto proprio quello di cui si la­menta la mancanza nelle due dichiarazioni citate! Il giudizio ge­nerale di inefficacia per la “strategia” omeopatica è emerso infatti dalla valutazione di molti e singoli rimedi in rapporto alle malat­tie per cui venivano indicati. L’inefficacia dell’omeopatia per 70 patologie è stata ricavata dall’analisi di studi, compresi quelli con esiti positivi che tuttavia spesso dimostrano poi di essere inaffida­bili dal punto di vista qualitativo.
 
Ma chi vuole confondere le acque sa che il lettore medio di un giornale non ha il tempo di andarsi a leggere un rapporto medico in inglese. Assorbe quel che riporta l’articolo (spesso costruito ri­portando in modo acritico opinioni pro e contro, senza alcun fact checking) e su quello basa la propria opinione...
 
La difficoltà – per una persona normale che non possa fre­quentare le riviste mediche – di raccogliere informazioni affidabi­li è la ragione per cui, in questo volume, abbiamo cercato di forni­re al lettore un po’ la storia e un po’ lo stato dell’arte della pratica omeopatica, nei suoi rapporti con le istituzioni e con il mondo della medicina; ma soprattutto abbiamo cercato di richiamare le ragioni scientifiche che invalidano gli assunti terapeutici dell’o­meopatia e dei suoi rimedi e di decostruire i tanti luoghi comuni e infondati che circolano al riguardo.
 
Tra questi il più tenace è quello che recita: non sappiamo come funzioni l’omeopatia, ma funziona. Abbiamo visto in queste pa­gine non solo che l’omeopatia “non può” funzionare perché in contrasto con tutti i principi fondamentali della chimica-fisica, ma anche che in effetti non funziona, come risulta da un secolo e mezzo di prove a sfavore.
 
Eppure, esistono in circolazione oltre 25.000 prodotti ome­opatici che, nella maggior parte dei casi, non contengono nem­meno una molecola del supposto principio attivo. Questi, per di più, sono venduti a costi del tutto esagerati rispetto al loro valore intrinseco.
 
Abbiamo evidenziato le ragioni per cui, in un Paese civile, si­mili prodotti non dovrebbero essere disponibili non solo in far­macia, ma nemmeno sul mercato perché rappresentano un’ec­cezione rispetto a tutti i prodotti che si trovano in commercio: immaginate se si vendesse acqua in bottiglia, con un’etichetta che la dichiari «vino in diluizione omeopatica», ma a un costo molto superiore del vero vino!
 
L’Europa, attraverso le sue agenzie, non dovrebbe nemme­no prendere in considerazione questo tipo di preparati. Non ha infatti alcun senso che una legislazione si occupi di prodotti che non contengono nulla, che le autorità regolatorie (EMA) o agenzie nazionali (in Italia AIFA) spendano tempo e danaro per occuparsi del nulla, che siano mobilitate Commissioni per fare valutazioni che non hanno significato.
 
È difficile sostenere che il Servizio sanitario nazionale debba rimborsare i prodotti omeopatici – in assenza di evidenza di ef­ficacia – anche perché sarebbe un precedente: come si potrebbe negare allora il rimborso di una serie di altri prodotti che fanno parte della ciarlataneria o non rimborsare, per assurdo, anche le presunte prestazioni dei maghi guaritori?
 
Come diceva, ben dieci anni fa, il celebre editoriale di The Lancet: «È sconcertante il fatto che questo dibattito [sull’omeopa­tia] continui, a dispetto di 150 anni di prove sfavorevoli. […] Di certo è ormai passato il tempo delle analisi selettive, delle relazio­ni distorte, o per ulteriori investimenti in ricerche che perpetuino il dibattito omeopatia versus allopatia».
 
Sposando questa impostazione, riteniamo che ormai ricercato­ri e clinici non dovrebbero più perdere il proprio tempo a valutare rimedi che, non contenendo principi attivi, non hanno il minimo requisito per poter essere considerati potenzialmente efficaci.
È vero, però, che i medici dovrebbero essere molto più co­scienti della propria missione. Prescrivere rimedi omeopatici per una malattia, quando esistono prodotti efficaci, è una sottrazio­ne di terapia e rappresenta una grave omissione nei confronti del paziente che attende una cura. Pur se indiretti, non sono pochi i danni gravi e la mortalità dovuti alla somministrazione di prodot­ti omeopatici.
 
Nemmeno prescrivere prodotti omeopatici, descrivendoli come complementari in aggiunta a trattamenti efficaci, è corretto deontologicamente; vuol dire imbrogliare il paziente, penaliz­zandolo per giunta con una spesa inutile. Il medico deve saper sfruttare di più il suo rapporto empatico con il paziente per tra­smettere un effetto placebo in rapporto con la somministrazione del miglior trattamento possibile. Come consigliava sempre l’e­ditoriale di The Lancet: «Ora i medici devono diventare più onesti con i loro pazienti circa l’assenza di benefici dell’omeopatia, ma anche con sé stessi sulle carenze della medicina attuale, corri­spondendo al bisogno delle persone di un modello di assistenza personalizzata».
 
Forse le università pubbliche dovrebbero più occuparsi di for­mare i futuri medici a una migliore capacità di ascolto dei pro­pri pazienti, e cessare dall’organizzare corsi e rilasciare master in medicina alternativa; questo crea confusione e legittima impro­priamente i loro trattamenti come fossero di pari rango con quelli della medicina scientifica. Tutto ciò è in contrasto con la missione dell’università di indirizzare il più possibile gli studenti verso la medicina basata sull’evidenza.
 
Per la stessa ragione, gli Ordini dei Medici dovrebbero disso­ciarsi dalle pratiche mediche che non hanno una base scientifica e non avallare le scelte che non sono nell’alveo di una medicina che viva di evidenze anziché di impressioni. Grave è la responsa­bilità di continuare ad accogliere per ragioni corporative medici omeopati o seguaci di altre terapie alternative per paura che co­stituiscano organizzazioni parallele. Con il tempo, i cittadini e i pazienti saprebbero certamente giudicare.
 
Analogo ragionamento vale per le farmacie: se vogliono essere luoghi di educazione alla salute non possono continuare a vende­re come trattamenti sanitari prodotti che non contengono princi­pi attivi. I farmacisti dovrebbero vergognarsi all’idea di avere nei propri scaffali prodotti a cui si potrebbero scambiare a caso le eti­chette senza alcuna conseguenza: nessuno se ne potrebbe accor­gere perché tutti i flaconi di prodotti omeopatici sono tra loro in­distinguibili, dato che non contengono principi attivi misurabili. Anziché decorare le farmacie con la scritta luminosa “omeopatia” i farmacisti dovrebbero rifiutarsi di vendere questi preparati, la­sciando ad altri negozi tale commercio. In questo modo i prodotti omeopatici prenderebbero agli occhi dell’opinione pubblica lo scarso valore che gli compete e i medici sarebbero per lo meno imbarazzati all’idea di prescrivere prodotti che nei supermercati stanno sullo stesso scaffale delle bibite energizzanti.
 
Lo Stato non può ovviamente impedire ai suoi cittadini di curarsi nel modo che ritengono più opportuno, ma certamente non deve promuovere l’adozione di trattamenti che contrastano l’evidenza scientifica: attraverso il Servizio sanitario nazionale, dovrebbe svolgere campagne per una corretta informazione sulla inefficacia dei prodotti omeopatici. Lo Stato non può legittima­re – attraverso corsi di formazione e regolamentazioni – terapie che non hanno alcuna base scientifica, così come non si occupa di formare gli operatori dell’astrologia o degli oroscopi e di regola­mentare queste attività.
 
Silvio Garattini

05 ottobre 2015
© Riproduzione riservata


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