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Cervelli mantenuti in vita fuori dal corpo per 36 ore: dagli USA un esperimento Frankenstein

di Maria Rita Montebelli

E’ un esperimento che potrebbe portare a riscrivere la definizione stessa di morte e che apre la strada a interrogativi etici strazianti. E’ giusto che la scienza ogni tanto si fermi a riflettere su stessa, sulla portata delle conseguenze di alcuni esperimenti, possibili sul piano tecnico ma incredibilmente problematici su quello bioetico. E questo è particolarmente vero nel campo delle neuroscienze

28 APR - La notizia di un esperimento-Frankestein è trapelata solo negli ultimi giorni, ma la sua presentazione risale al 28 marzo quando, presso i National Institutes of Health, si è svolto un incontro mirato proprio ad indagare le questioni bioetiche inerenti alle frontiere della scienza del cervello. In questo contesto, Nenad Sestan, un neuroscienziato della Yale University ha presentato l’esperimento portato avanti da qualche tempo dal suo team. I cui risultati in pratica dimostrano che la vita, intesa come quella del cervello, può continuare dopo la morte.
 
Il cervello dunque può sopravvivere fuori dal corpo, in appropriate condizioni. E la notizia dell’esperimento, realizzato su circa 200 cervelli di maiale, è rimbalzata in un attimo in tutto il mondo. Il perché è evidente. Il cervello non è un organo qualsiasi, non è un cuore, non è un fegato, non è un rene. E’ l’essenza stessa di una persona. E con questo esperimento shock, pubblicato sul MIT Technology Review, gli scienziati dimostrano che può essere mantenuto in vita fuori dal corpo. Almeno per 36 ore. Almeno nel caso del cervello di maiale. Un’evidenza questa che mette in discussione lo stesso concetto di morte, intesa come morte cerebrale, e che apre la strada ad un impegnativo dibattito etico. Ma vediamo l’esperimento, che è di per sé piuttosto ‘gotico’.

 
I ricercatori americani hanno prodotto questa evidenza inquietante su 100-200 cervelli di maiale ottenuti da un mattatoio, dove erano stati ‘decapitati’ da almeno 4 ore. Utilizzando un complesso sistema di pompe, sistemi di riscaldamento e sacche di sangue mantenute a temperatura corporea, il BrainEx, che ha consentito di ripristinare la perfusione di questi organi, gli scienziati americani sono riusciti a mantenerli in vita per 36 ore.
 
I maiali utilizzati per l’esperimento, come visto, erano morti da 4 ore quando il loro cervello è stato prelevato e collocato in questa sorta di ‘secchio’, il BrainEx, capace di ripristinare il microcircolo e la perfusione anche delle aree più profonde. L’ attività elettrica cerebrale di questi ‘cervelli nel secchio’ , misurata attraverso una sorta di EEG, è risultata piatta. Un cervello senza più traccia di quelle memorie e di quei pensieri che caratterizzano un essere vivente insomma. Ma pur sempre un cervello popolato di miliardi di neuroni ancora vivi e ognuno dotato di attività normale. Insomma un organo ‘vivo’.
 
“Questi cervelli – riflette Steve Hyman, direttore della ricerca psichiatrica presso il Broad Institute di Cambridge (USA) - possono anche essere danneggiati, ma se i neuroni sono vivi, vanno comunque considerati un organo vivente”. E gli autori dell’esperimento ammettono che il fatto di non trovare attività elettrica cerebrale potrebbe essere dovuta allo speciale liquido di perfusione utilizzato per mantenere vitale l’organo. Potrebbe cioè essere un artefatto, potrebbe nascondere un’attività cerebrale ancora presente.
 
Comunque lo si guardi, l’esperimento ha un che di inquietante e la prima domanda che viene in mente è: quanto manca perché venga replicato nell’uomo e quali implicazioni etiche e legali una cosa del genere potrebbe avere?
 
Sestan ha ammesso che altri scienziati di  Yale si stanno già chiedendo se questa tecnica potrebbe essere utilizzata in ambito medico, per testare ad esempio nuove terapie per tumori cerebrali o patologie neuro-degenerative, come l’Alzheimer. Ma di certo, non appena il BrainEx dovesse essere testato su un cervello umano, gli interrogativi etici si moltiplicherebbero all’istante.
 
Un cervello ‘rianimato’ fuori dal corpo potrebbe sentire qualcosa? Esprimere pensieri, magari cambiando la soluzione di perfusione che, come visto, lo mantiene in una sorta di stato comatoso? Come essere certi dell’assenza di ‘pensiero’ senza fornire a quest’organo, immerso in un ‘secchio’ altamente tecnologico, un modo per comunicare? 
 
“Ipoteticamente – ammette Sestan – se qualcuno prendesse in mano questa tecnologia e la migliorasse fino a riuscire a ripristinare l’attività elettrica del cervello, questo significherebbe ‘ripristinare’ un essere vivente. E se dovesse emergere che quel cervello avesse una memoria, io penso potrei impazzire del tutto!”
 
Vista la delicatezza dell’argomento, uscito dai laboratori per diventare di dominio pubblico, Sestan insieme ad altri 17 neuroscienziati hanno pubblicato su Nature un editoriale dove avanzano una richiesta precisa: che agli esperimenti sul tessuto cerebrale umano siano riservate protezioni e regole speciali.
 
Tre sono le categorie di ‘surrogati cerebrali’ individuati dagli scienziati: organoidi cerebrali (in pratica dei ‘grumi’ di tessuto nervoso non più grandi di un chicco di riso), chimere uomo-animali (es. topi con aggiunta di tessuto cerebrale umano), tessuto cerebrale umano ex vivo (ad esempio pezzi di cervello rimossi durante un intervento chirurgico).
 
“Se qualcuno volesse mantenere vivo un cervello, dopo la morte dell’individuo al quale apparteneva –riflette Sestan – è evidente che si porrebbe un problema più pressante e realistico. Essendo possibile farlo con il cervello di un maiale, dovremo cominciare a lavorare a linee guida per il tessuto umano”.
 
Secondo gli scienziati tuttavia, l’ipotesi di un trapianto di cervello in un corpo nuovo di zecca è per ora pura fantascienza. Per ora, appunto.
 
Maria Rita Montebelli

28 aprile 2018
© Riproduzione riservata


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