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Epatite C. Una storia da raccontare. Il convegno di Quotidiano Sanità

di Cesare Fassari

Dopo l’Hcv. Le nuove emergenze per la salute del fegato, è il titolo del convegno promosso da Quotidiano Sanità oggi a Roma che fa il punto sulle strategie per l’eradicazione del virus offrendo anche una panoramica delle prossime sfide da affrontare per le patologie del fegato

24 OTT - Ci sono notizie e ci sono storie, da raccontare. Quella dell’epatite C, è una storia da raccontare
 
E la storia da raccontare, che una volta tanto ha un lieto fine, inizia nel 2015 quando arrivano le prime combinazioni di farmaci in grado di debellare il virus in percentuali vicine al 100% dei casi con effetti collaterali ridottissimi o nulli.
 
La storia ha due punti di vista da seguire: quello scientifico e quello politico.
 
Quello scientifico è affascinante soprattutto perché dopo tanto tempo dai laboratori esce una cura vera, definitiva, senza se e senza ma.
 
Abbiamo un farmaco che guarisce. Punto. Non cronicizza, non allevia i sintomi, non rallenta la progressione….guarisce. Punto.
 
Un farmaco che sembra perfetto per una pubblicità…lo prendi e sei guarito.
 
Questa parte della storia forse è stata raccontata poco e male, sovrastata il più delle volte dalle polemiche sul costo di questi farmaci (di cui ovviamente parlerò anche io) sacrificando alle cronache il “come e il chi” è riuscito nell’impresa di trovare l’arma definitiva contro uno dei virus più insidiosi dell’era moderna

 
E poi c’è la storia politica. All’inizio tutto rientra in un film già visto. Speranze dalla scienza che ammaliano i malati. Associazioni che cominciano a entrare in fibrillazione. Parlamentari attenti a cogliere un possibile consenso attorno a una causa comunque giusta. Le autorità preposte che stanno a guardare preoccupate di quanto costerà questa cura che sembra proprio funzionare.
 
Sul tavolo dei decisori, per la prima volta in anni moderni abbiamo un farmaco in grado di eradicare una malattia virale che, se è vero che non uccide subito, può creare danni gravi e mortali nel tempo.
 
Ma quei farmaci costano e tanto. Il problema è mondiale e aggancia questioni economiche, etiche e scientifiche di  non poco conto.
 
Quanto si è disposti a pagare per curare non solo chi sta già male ma anche chi ha solo il virus asintomatico e, tutto sommato, sta ancora in buona salute?
 
Può un solo Paese affrontare in solitaria la battaglia e negoziare un prezzo con le industrie che non mandi in bancarotta il sistema sanitario?
 
Sono mesi febbrili. Si muove Aifa, si muove il ministero della Salute, si muovono le Regioni. Qualcuno, io tra questi, solleva il problema della mancanza di un approccio comune europeo ma sappiamo bene che l’Ema non si occupa di prezzi…
 
Eppure la questione va affrontata. Non siamo di fronte all’ennesimo farmaco innovativo che alza di un’asticella i benefit del predecessore. Qui siamo di fronte alla CURA.
 
E si può ignorare, in nome del budget, una cura che può consentire a milioni di persone nel mondo di cancellare la spada di Damocle che gli pende sulla testa (cirrosi, cancro, trapianto…) dopo la diagnosi di HCV positiva?
 
Per alcuni mesi sembra che la soluzione non ci sia. Tra i fautori di un approccio graduale giustificato dal fatto che di epatite C non si muore (subito) e quelli che attendono l’uscita di nuovi prodotti e l’auspicabile concorrenza sul prezzo, abbiamo vissuto un paio d’anni con la cura a portata di mano ma solo per pochi.
 
Poi qualcosa si muove. Con la legge finanziaria del 2015 nasce il fondo per i farmaci innovativi di 500 milioni l’anno che sarà di fatto destinato quasi esclusivamente alla cura dell’epatite C.
 
E poi, nel marzo del 2017 l’Aifa amplia i criteri di accesso alla cura ampliandoli di fatto a tutta la platea delle persone sieropositive, indipendentemente dalla loro condizione di salute.
 
Contemporaneamente ripartono i negoziati con le aziende che portano a una rivisitazione al ribasso dei prezzi cui guardano con interesse gli altri Paesi europei una volta tanto meno pronti di noi a cogliere la svolta.
 
Una politica cui guarda con attenzione anche l’Oms che ci pone tra i 12 Paesi nel mondo in grado di raggiungere il target dell’eradicazione totale dell’HCV entro il 2030. E l’Italia forse farà anche prima…
 
Ad oggi (dati riferiti al 22 ottobre 2018) sono infatti già 156.471 i pazienti trattati in Italia e ne mancherebbero, stante alle ultime stime di Epac, tra i 270 e i 330 mila.
 
Siamo quindi ad oltre un terzo del guado e la meta dell’eradicazione sembra effettivamente a portata di mano prima del 2030… anche se… alcune notizie che giungono dal Palazzo lasciano perplessi.
 
Mi riferisco a quanto detto dal sottosegretario alla Salute, ormai ex essendo il nuovo Presidente della Provincia di Trento, Maurizio Fugatti che, rispondendo a un’interrogazione parlamentare sul mancato utilizzo di circa 264 milioni del fondo degli innovativi non oncologici e di 85 di quello per gli oncologici (sollecitata da un articolo di Tonino Aceti pubblicato dal nostro giornale), ha riferito dell’intenzione del Governo di destinare le somme non spese dei fondi per i farmaci innovativi al rinnovo dei contratti per il personale sanitario.
 
Una buona notizia per i medici ma lo è anche per i malati? E’ vero la misura dovrebbe essere congiunturale ma certamente il segnale di un rallentamento dell’attenzione verso l’innovatività è stato dato.
 
Del resto, qualcuno può osservare, ma se non sono stati spesi, quei soldi, vuol dire che forse erano troppi? Non lo sappiamo e la risposta di Fugatti chiarisce solo in parte il perché della mancata spesa di tutto il fondo per gli innovativi (soprattutto per i non oncologici e quindi quelli per l’epatite C, nella sostanza).
 
Ha detto Fugatti che la mancata spesa è conseguenza di diversi fattori: negoziazione di nuovi farmaci autorizzati più convenienti; applicazione degli accordi prezzo/volume; rinegoziazioni degli accordi originari intervenute a seguito dell'ampliamento dei criteri di trattamento previsti nel Piano di eradicazione 2017; riclassificazione in fascia di non rimborsabilità (classe C) di Sovaldi e Harvoni, in ragione del mancato accordo sul prezzo con l'azienda farmaceutica titolare nel corso dell'anno 2017, sostituiti poi dai nuovi farmaci più convenienti per il Ssn.
 
"In estrema sintesi, dunque - ha concluso il sottosegretario - attraverso un positivo utilizzo degli strumenti offerti dalla legge è stato garantito il pieno accesso alle terapie innovative, pur con un minore impatto sulla spesa. Infatti, a fronte dell'ampliamento dei criteri di trattamento per i farmaci anti Hcv, è stato consentito l'accesso alla cura per tutti i pazienti per i quali è indicata e appropriata la terapia". 
 
Tutto bene quindi? Fino a un certo punto, perché se è vero che abbiamo speso di meno perché siamo stati bravi nel gestire prezzi e forniture è anche vero che dobbiamo ancora curare più del doppio dei pazienti che abbiamo curato fino ad oggi e sarebbe bene non metterci una vita!
 
Cesare Fassari

24 ottobre 2018
© Riproduzione riservata


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