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Paziente guarito dall’AIDS con un trapianto di midollo? Gli esperti invitano alla calma

Sarebbe bello annunciare finalmente al mondo la ‘cura’ definitiva per l’AIDS, ma la strada, ammoniscono gli esperti è ancora lunga. Certo una luce in fondo al tunnel di comincia a vedere: dopo il ‘paziente di Berlino’,  anche il ‘paziente di Londra’ è guarito contemporaneamente da un tumore del sangue e dall’AIDS, grazie ad un trapianto di midollo da donatore portatore della mutazione CCR5 delta 32, che conferisce resistenza all’HIV.  Le speranze sono adesso affidate ad una terapia genica che riesca a ‘cancellare’ le porte molecolari attraverso le quali il virus HIV-1 penetra nelle cellule immunitarie

05 MAR - Dopo il celeberrimo ‘paziente di Berlino’ (alias Timothy Ray Brown), quello dichiarato ‘guarito’ dall’AIDS dopo due trapianti di midollo(allo –HSCT, allogenic haematopoietic stem-cell transplantation), effettuati per trattare una forma di leucemia ormai refrattaria alla chemioterapia, è adesso la volta del ‘paziente di Londra’ ad aver guadagnato gli onori delle cronache, come il secondo paziente nella storia ‘guarito’ dall’AIDS. Anche in questo caso si tratta di un soggetto sottoposto a trapianto di midollo per una forma di linfoma di Hodgkin. A differenza del paziente di Berlino, che ha rischiato di morire durante la procedura di trapianto (il signor Brown ha ampiamente parlato della sua esperienza ‘pre-morte’ ai giornalisti di tutto il globo), il paziente di Londra non ha dovuto arrivare alle soglie della morte per guarire dal linfoma e dall’AIDS.
 
Non c’è nulla di magico in queste ‘guarigioni’ dall’AIDS: in entrambi i casi il donatore di midollo era portatore di una mutazione particolare, la CCR5 Δ32/Δ32 che rende resistenti all’infezione da HIV. La CCR5 è infatti un co-recettore per l’infezione da HIV-1 e i soggetti omozigoti per questa mutazione sono resistenti, di fatto ‘immuni’, ai virus HIV-1, che utilizzano questo recettore come porta d’entrata nelle cellule immunitarie. La maggior parte dei soggetti portatori di questa mutazione che conferisce la resistenza all’infezione da HIV (la cosiddetta delta 32) è di origine nord-europea. Al momento la ICIStem (un consorzio di ematologi europei, esperti in trapianto di midollo e di specialisti in malattie infettive, virologi e immunologi esperti in infezione da HIV-1) ha un database di circa 22 mila donatori ‘delta32’.
 
Fino ad oggi sono stati 38 i soggetti con infezione da HIV sottoposti a trapianto di midollo per patologie tumorali (6 di questi, da donatori senza la mutazione delta 32); tutti sono sottoposti a stretto monitoraggio per valutare il comportamento dell’infezione dell’HIV dopo il trapianto. Anche il paziente di Londra faceva parte di questa lista. A presentare questa casistica al congresso ‘Conference on Retroviruses and Opportunistic Infections’, in corso a Seattle (Usa) è stato il dottor Ravindra Gupta, virologo presso lo University College di Londra e autore di una ‘Letter’ che Nature pubblicherà questa sera.

 
Buone notizie dunque sulla possibilità concreta di una ‘guarigione’ dall’AIDS? Su questo punto gli esperti sono molto cauti. La parola ‘guarigione’ è più pertinente al linguaggio giornalistico, anche di livello, che non a quello degli scienziati. Prima di tutto, non è pensabile utilizzare un trapianto di midollo come terapia per l’AIDS. I virus dell’HIV-1 inoltre possono utilizzare anche un’altra porta per entrare nelle cellule, la cosiddetta X4, e in questo caso dunque, la mutazione CCR5 delta32 non sarebbe più protettiva al 100%. Secondo gli esperti, anche dopo aver apparentemente debellato l’infezione da HIV-1, attraverso un trapianto di midollo da donatore CCR5 delta5, basterebbe infatti la presenza di un piccolo numero di virus ‘X4’ per avere una ‘ricaduta’ di AIDS. Ed è il motivo per cui il paziente di Berlino, il signor Brown, anche dopo la sua sbandierata ‘guarigione’, sta continuando a prendere delle terapie per prevenire un’infezione da HIV.
 
Il paziente di Berlino e quello di Londra hanno comunque il merito – al di là dei titoli ad effetto – di aver aperto un nuovo capitolo nella lotta all’AIDS. Senza arrivare all’extrema ratio del trapianto da donatore delta32 (o X4), sono in fase di sviluppo una serie di approcci che hanno come target la proteina CCR5 come strategia per indurre una remissione dall’infezione da HIV. L’idea è quella di realizzare una terapia genica in grado di determinare il knock out di CCR5 sulle cellule del sistema immunitario (o sui loro predecessori, le cellule staminali); e la speranza è che queste cellule ‘modificate’ e resistenti all’infezione, la possano gradualmente debellare dall’organismo.
 
E c’è già chi ha fatto una fuga in avanti in questa direzione, in barba a qualunque istanza bioetica. Si tratta del cinese He Jiankui della Southern University of Science and Technology (Shenzen) che a fine novembre aveva annunciato, tutto fiero, alla comunità scientifica internazionale di aver modificato geneticamente in fase embrionaria, con la tecnica CRISPR, due gemelle (Lulu e Nana) per renderle knockout per CCR5 e dunque ‘resistenti’ all’HIV. Una deriva eugenetica inaccettabile. Anche per una posta in gioco così alta.
 
Maria Rita Montebelli

05 marzo 2019
© Riproduzione riservata


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