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Pronto soccorso e medici di famiglia. Due mondi che è bene restino “separati”

di Roberto Polillo

L’urgenza ed emergenza richiede attrezzature e competenze che necessitano di  un lungo trainer e che pertanto devono restare appannaggio esclusivo di medici che operano in modo esclusivo o prevalente in tale disciplina. Esperienze come quella dell'AmbMed laziale servono a poco

23 APR - Nella presa di posizione del Dott. Bartoletti in risposta alla lettera del Dott Petrolati sulla esperienza degli AmbMed del Lazio ci sono assunzioni largamente condivisibili. E’proprio a causa di un sistema pesantemente ospedalocentrico e squilibrato tra Roma e province e tra diverse aree della stessa città che va ricercata la causa di un così largo accesso di cittadini alle strutture AmbMed.
 
Evidentemente la mancanza di strutture alternative che noi abbiamo identificato nelle “Case della salute” spinge i cittadini verso l’unica struttura in grado di offrire (anche se impropriamente) una risposta a tutti quei problemi sanitari insorti acutamente  e quindi non risolvibili da una medicina generale che ancora oggi  lavora essenzialmente sulla base di una agenda programmata.
Né per giustificare la esistenza in vita di tali strutture può essere addotto una sorta di “principio di ragion sufficiente” di leibnitziana memoria in base al quale il largo accesso di utenti  è sufficiente di per sé a decretarne la necessità o l’utilità. Rimane, quella degli AmbMed, una scelta sbagliata come ha giustamente anche se con un eccesso di rudezza  rilevato Petrolati.  E del resto è lo stesso Bartoletti a dichiararsi  poco interessato all’esperimento  essendo la sua proposta strategica quella di implementare il modello di Piazza Istria N° 2 che, con gli ambulatori presso i Pronto soccorsi, nulla ha che a vedere.

 
Sgombrato il campo da ogni sorta di ostilità e pregiudizio per le diverse categorie in cui risulta articolato il mondo medico credo che il vero ragionamento da porsi sia quello relativo al ruolo e la funzione dei Medici di medicina generale in un mondo radicalmente mutato dal punto di vista epidemiologico nel corso di pochi decenni e che cambierà ulteriormente da qui al 2060
 
Queste infatti sono le previsioni che il Prof. Martin Mckee ha evidenziato su The Lancet (edizione Ondine March 27, 2013 Series of seven papers about health in Europe )
 
“I dati dell’Eurostat suggeriscono che in media, negli ultimi anni l'aspettativa di vita in Europa è cresciuta più rapidamente dell'aspettativa di vita in buona salute. Tra il 2004 e il 2009, l'aspettativa media di vita alla nascita nella UE è aumentata passando da 75,2 a 76,7 anni per gli uomini e da 81,5 a 82,6 anni per le donne, ma l'aspettativa di vita in buona salute è aumentata poco, passando da 60,9 a 61,6 anni per gli uomini e da 61,3 a 62,5 anni per le donne.”
 
Di qui al 2060 conclude  Mckee,“Più persone avranno varie comorbilità e malattie croniche e dovranno assumere diversi farmaci che interagiranno tra loro. Le persone con multimorbilità in genere hanno un rischio più elevato di mortalità, sono maggiori utilizzatori di strutture sanitarie e hanno una qualità della vita minore di quanto non facciano le persone con una singolo malattia. Questo rischio elevato di mortalità nelle persone con comorbilità rende l'assistenza sanitaria complessa, porta a lunghi soggiorni in ospedale, e aumenta la necessità di organizzare le cure con un approccio multi-disciplinare per pazienti, sia all'interno che all'esterno delle strutture ospedaliere”*.
 
La questione dunque è quella relativa alla mission della medicina generale. In accordo con  i più importanti studiosi del campo riteniamo che il ruolo del Mmg sia quello di implementare il chronic care model per il trattamento delle patologie croniche a partire dalla messa in campo di azioni pro-attive verso le cinque più importanti patologie croniche ”: scompenso cardiaco, BPCO, Ipertensione, diabete e demenza”.
Il ruolo del Mmg , insieme a quello degli altri operatori del distretto, è quello della promozione della salute e della prevenzione delle riacutizzazioni di tali patologie spessissimo associate tra loro  attraverso la medicina di iniziativa  che non può essere svolta adeguatamente neanche nelle strutture che oggi propone la Fmmg del Lazio. Troppo forte è infatti l’intreccio tra momenti diversi ( promozione della salute, prevenzione,  cura e  riabilitazione, assistenza sociale ) che  possono trovare rappresentazione solo all’interno di strutture polifunzionali e multi disciplinari  cooordinate dal distretto. 
 
Per concludere ritengo  che il sistema emergenza-urgenza e l’assistenza ospedaliera sia radicalmente “altro” dalla Medicina generale. I gravi problemi di cui sono affetti gli ospedali della Capitale, in primis il tristemente noto San Camillo,  come giustamente segnalato da Petrolati, derivano in primis dall’eccesso di malati affetti da patologie croniche non adeguatamente trattate nel territorio e  che si riversano sugli ospedali per mancanza di valide alternative. Ricordiamo infatti che il 45% dei ricoveri in ospedale interessa persone over 65 anni (affetti notoriamente da pluripatologie in fase di riacutizzazione)  e che tali ricoveri danno ragion di oltre il 55%  della spesa complessiva” per assistenza ospedaliera.
 
In un precedente lavoro abbiamo ampiamente dimostrato come anche il servizio di guardia medica reso tra le 24 e le 6 del mattino sia del tutto ininfluente nel limitare gli accessi di codici bianchi in ospedale (100 casi per tutto il territorio regionale). Questo a ulteriore dimostrazione di come improprio sia l’uso della medicina generale per il trattamento delle patologie ad insorgenza acuta. L’urgenza ed emergenza richiede attrezzature e competenze che necessitano di  un lungo trainer e che pertanto devono restare appannaggio esclusivo di medici che operano in modo esclusivo o prevalente in tale disciplina.
Queste sono le vere sfide per rilanciare il servizio sanitario regionale messo a dura prova da decenni di pessima gestione.
 
Roberto Polillo
 
*Traduzione dall'inglese di Giada Polillo

23 aprile 2013
© Riproduzione riservata


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