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Anaao Giovani: "Tra 10 anni troppi medici". Boom precari e default previdenziale. Si salvano solo tre Regioni

L'ulteriore riduzione dei posti letto prevista dalla spending review senza un’attenta programmazione del numero di medici in formazione e dei pensionamenti rischia di creare una pericolosa situazione di esuberi. Solo Lombardia, Puglia e Veneto sembrano in grado di mantenere l''equilibrio tra letti, medici e fondi pensione. L’analisi di Domenico Montemurro e Fabio Ragazzo

08 OTT - La nuova programmazione sanitaria (se così vogliamo interpretarla), il cui inizio può essere identificato nella Spending review, ha come obiettivo quello di uniformare le regioni a standard dettati più che da esigenze di sistema e di salute, da necessità economiche. Tale operazione è apparsa in diverse realtà regionali “dogmatica” e sbagliata perché inserita in una organizzazione dei Sistemi Sanitari Regionali (SSR) che non ha considerato altre variabili (non solo posti letto, ma anche formazione, numero medici per unità di popolazione e sostenibilità previdenziale) altrettanto rilevanti e più o meno lontane da ipotetici standard.

Ad affermarlo, in una dettagliata analisi sulle problematiche legate alla programmazione dei fabbisogni medici nelle singole regioni italiane, sono Domenico Montemurro (consigliere nazionale Anaao Giovani) e Fabio Ragazzo (Anaao Giovani). Dall’analisi emerge come nel giro di 10 anni si accentueranno le disomogeneità nei flussi di pensionamento e nella presenza di medici nei diversi sistemi regionali, equilibrio invece fondamentale per garantire non solo l’efficienza del sistemi, ma anche la loro sostenibilità economica. Ma la soluzione, secondo gli autori, non è in un indiscriminato aumento degli studenti in medicina e dunque all’abbattimento del numero chiuso per l’accesso al corso di laurea.


L’analisi di Montemurro e Ragazzo parte dalla considerazione che già oggi il rapporto tra medici e cittadini sia diverso nelle diverse Regioni. La media dell’1,83% medici specialisti ogni 1.000 abitanti è infatti superata in molte Regioni, raggiungendo punte del 2,99 in Liguria e del 3,30 nella P.A. di Trento. Opposto, ma altrettanto preoccupante, il dato del Lazio, con solo 0,42 medici specialisti ogni 1.000 abitanti. Ben sotto la media anche il Piemonte, con 1,31.

Differenze che, secondo gli autori, sono destinate ad accentuarsi, se si considera il trend di pensionamento dei medici dei prossimi anni che, peraltro, creerà un problema di sostenibilità previdenziale. In totale i medici passeranno dagli attuali 324.953 ai 301.607 nel 2023, ma il ridimensionamento si farà particolarmente sentire nelle Regioni dove esercitano oggi medici in età più avanzata. In 6 regioni (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise e Sicilia) si è già registrato un aumento dei medici "senior" di oltre il 10% e la metà delle regioni italiane registra un'età anagrafica media del contingente medici complessivo sopra i 50 anni (centro e sud Italia in prevalenza, prime fra tutte Molise e Liguria). Nei prossimi 10 anni, in pratica, il trend dell'età media risulterà in aumento in ben 15 regioni su 20, con conseguenti problemi sul fronte del turnover generazionale.

D’altra parte, l’inefficiente pianificazione formativa di medici degli ultimi anni, creerà anche criticità di esubero, rilevano gli autori dello studio. “L’inizio della nuova programmazione sanitaria (Spending review) si è basato – osservano Montemurro e Ragazzo - sul ridimensionamento dei posti letto (PL) attraverso una loro riduzione (si è passati dai 251.023 PL del 2009 ai 230.338 PL del 2012 [-8.3%]; standard quantitativo 3.7 PL x 1000 ab [3.0 PL per acuti, 0.7 PL per lungo degenti])”. Secondo l’analisi degli autori si può stimare che Abruzzo, Basilicata, Molise, Valle D’Aosta avranno una difficoltà ad ammortizzare gli esuberi anche nel lungo periodo (10 anni). Altre regioni mostrano, diversamente, una tendenza volta se non all’abbattimento completo di potenziali esuberi, al contenimento del fenomeno “che purtroppo non sembrerebbe comunque esaurirsi nei prossimi 10 anni, qualora si mantenga immutata l’attuale condotta programmatica delle regioni”, sottolineano gli autori.
A conti fatti, secondo Montemurro e Ragazzo, solo 3 regioni su 20 (Lombardia, Puglia e Veneto) riusciranno nel 2023 a ottenere un accettabile abbattimento degli esuberi.

Non solo. “Dalla rilevazione delle richieste formative di accesso alle scuole di medicina e chirurgia – secondo gli autori - , appare evidente come queste siano eccessive, non in linea con la previsione futura e ad alto rischio di precariato. Oggi accade che lo squilibrio tra numero chiuso e fabbisogni specialistici imponga la scelta di doppi percorsi come surrogato occupazionale (doppie specialità, dottorati di ricerca, frequenza delle scuole di formazione in medicina generale dopo aver già conseguito una specialità). Le risorse economiche ridotte rafforzano ulteriormente l’esigenza programmatica di ridurre i fabbisogni specialistici nazionali, rendendo perciò anacronistica l’espansione del numero chiuso cui oggi si assiste”.

Ma “il perpetuato ritardo di una programmazione sanitaria, e in particolare lo scollamento tra il numero chiuso e i fabbisogni”, secondo gli autori, “giustifica” anche “l’allarme lanciato dai giovani medici neo-­laureati. Il taglio operato sui fabbisogni e sulle borse di studio per la  Medicina  Generale  (contratti  di  formazione  specialistica:  4500  per  il  2012-­2013, anziché 5000 per la quota MIUR; borse MG: 981 nel 2012 vs 924 nel 2013), è frutto di una scorretta pianificazione; la soluzione oggi di questo imbuto formativo non può che essere una nuova programmazione sanitaria per alcuni versi impopolare ma basata sull’evidenza.”

Lo scenario, insomma, è cupo. Perché il peso che graverà sulla previdenza “non sarà sostenuto dal precariato di oggi, che come tale non costituisce risorsa odierna e futura ma un grave dramma. Di fronte a questa verosimile prospettiva – si chiedono gli autori - è davvero strategico o semplicemente necessario ideare altre forme di contribuzione, al di fuori dell’ambito occupazionale, investendo sugli studenti di medicina e chirurgia agli ultimi anni di corso? E da qui l’interesse al loro indiscriminato aumento? Ai posteri l’ardua sentenza”.
 
Leggi lo studio integrale.

08 ottobre 2013
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