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Ma siamo sicuri che il problema sia chiamarlo “paziente”?

Se devo essere sincero non mi sento diminuito di diritti se invece di essere chiamato cittadino o persona assistita vengo chiamato paziente dal medico che mi visita. Altre sono le violazioni che mi sento di combattere

15 APR - La discussione su come chiamare il soggetto destinatario della prestazione sanitaria non è nuovo e non credo che si chiuderà a breve.  Provo a cogliere la sollecitazione che mi è arrivata da Mauro Gugliccello su queste colonne che mi chiama in causa – insieme ad altri – per una trasformazione lessicale del termine “paziente”. Gugliuccello auspica la sua trasformazione in “persona assistita”.
 
Premetto che il dibattito non mi ha mai entusiasmato. Quando comparve, per la prima volta negli anni novanta dello scorso secolo, la parola “cittadino” nel codice di deontologia medica rimasi colpito. Cittadino quindi titolare di diritti. Nel diritto romano il cittadino aveva lo status libertatis che lo distingueva dallo schiavo. Modernamente il cittadino è titolare di diritti di cittadinanza dovuta all’influsso della dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, la parte migliore della rivoluzione francese. Oggi per diritti di cittadinanza si intendono una serie di prerogative di partecipazione alla vita pubblica.

 
Non credo che sia un caso che sia stato proprio il codice dei medici a usare, per la prima volta, il termine cittadino (non mi sembra, tra l’altro, che sia stato seguito da altri). Gli anni novanta sono stati caratterizzati, da un punto di vista deontologico, dal terremoto della sentenza “Massimo” sul consenso informato.
 
Per la prima volta un medico veniva condannato per omicidio preterintenzionale per avere carpito il consenso a una paziente (persona? Cittadina?, mannaggia Gugliuccello…) con una falsa informazione e averla operata. Successivamente la “signora” è deceduta in consenguenza dell’intervento e fu costruita la grave fattispecie dell’omicidio preterintenzionale che ha portato a una grave condanna il medico e alla sua radiazione.
 
Il caso Massimo ha scosso la deontologia medica e il termine “cittadino” usato per la prima volta appariva, quanto meno ai miei occhi, come il tentativo di superare la concezione paternalistica di derivazione ippocratica che permeava allora tutto il comportamento medico con un comportamento fortemente asimmetrico verso il paziente (o cittadino? o persona?).
 
Il paziente veniva visto, anche lessicalmente, come sprovvisto dei minimi diritti di cittadinanza: suddito del rapporto diseguale e asimmetrico nel rapporto con il medico e le strutture sanitarie. Non a caso, praticamente negli anni del caso Massimo, nacque il Tribunale dei diritti del malato (non del cittadino però…) inteso come consesso organizzato a tutela dei diritti di chi non li aveva mai avuti.
 
Nelle edizioni successive del codice Fnomceo non è più ravvisabile una politica linguistica sul punto: l’attuale codice – 2014 – cita indifferentemente cittadino, malato, paziente, persona e persona assistita.
 
Il codice Fnopi – ex Ipasvi – del 2009 predilige “persona” e “assistito”. La convenzione dei medici di medicina generale usa “assistito”.
La recente legge 219/2017 su consenso informato e testamento biologico (Dat) usa indifferentemente “persona” e “paziente”.
 
Negli anni ottanta, in relazione al dibattito sull’entrata in vigore del Servizio sanitario nazionale – che quest’anno compie quaranta anni! Auguri! – iniziò a prendere campo il termine “utente”.
 
Il recente profilo dell’assistente odontoiatrico utilizza un aziendalistico “cliente” – termine fortemente auspicato durante la sbornia ideologico-aziendalistica seguita alle riforme del servizio sanitario nazionale degli anni novanta -  ma non disdegna anche “persona assistita”.
La Convenzione di Oviedo parla di “uomo”, “essere umano” e di “persona”
 
Da questa breve disamina appaiono dieci diversi modi di chiamare la persona destinataria delle prestazioni sanitarie.
 
Questa discussione ricorda il dibattito sulla disabilità: da termini che evocavano una parte per il tutto – cieco, sordo, alienato ecc. – a handicappato, passato poi a un più indiretto persona con handicap, a disabile, però condannato perché il prefisso “dis” indicava un “cattivo” abile.
 
Ecco allora, anche in quel caso, il tentativo di rimediare con improbabili, quanto meno per l’uso quotidiano espressioni, “abili con abilità diverse”, “diversamente abili” (con la contrazione “diversabili”) fino a arrivare a un equivoco, per i fraintendimenti che può creare, “diversamente dotato”.
 
Ricordiamo però che una civilissima legge – tra le più civili nel nostro Paese, al netto dei suoi abusi – come la legge 104/92 continua a usare imperterrita, anche nelle sue modificazioni più recenti, la terminologia classica di “persona handicappata”.
 
Le sensibilità collettive cambiano sui termini dispregiativi. Negli anni settanta non era frequente l’offesa caratterizzata dall’attribuire agli altri disabilità inesistenti: dare del “mongoloide” o dello “spastico” caratterizzava una certa parte di popolazione. Quando in tempi recenti un noto giornalista ha utilizzato questi termini in un dibattito televisivo, a fronte delle proteste unanimi, si è dovuto scusare.
 
Credo che non sfugga a nessuno che il nome di una condizione – quella di paziente o malato – non debba essere lesivo della dignità della persona in alcuna fase della propria vita. Ecco allora che è concreto il riconoscimento dell’homo dignus e della crescente importanza della dignità per il rapporto che si stabilisce con l’esistenza: non si perdono i diritti per il solo fatto di essere in una condizione patologica o per essere assistiti in una struttura sanitaria.
 
Vi è da domandarsi se il puro cambiamento lessicale sia sufficiente per determinare il cambiamento di atteggiamento e se il complicato utilizzo di “persona assistita” – troppo generico – possa essere sufficiente.
 
Ritengo che questa espressione non abbia possibilità di affermarsi, ma che alla fine non sia poi un gran male. I cambiamenti culturali passano più attraverso i mutamenti di comportamento che attraverso le parole (che comunque, in questo caso, non sono così dispregiative come dimostrano le tante associazioni per i diritti dei “malati” che esistono.
 
La legge sul consenso informato parla di “pazienti” ma attribuisce loro – cioè a tutti noi – diritti forti e inequivocabili, impensabili fino a pochi decenni fa.
 
La giurisprudenza italiana continua a parlare di “pazienti” ma attribuisce loro diritti forti contro chi non li rispetta quando li cura. Non a caso oggi il fenomeno di cui ci si lamenta è la “medicina difensiva” in cui le parti in gioco si sono rovesciate se si arriva anche a leggere che si auspica – si spera solo provocatoriamente – un tribunale per i diritti dei medici.
 
Tra l’altro una parola si afferma nella lingua italiana solo se ha una sua efficacia comunicativa. Disabile si è imposto facilmente, diversamente abile no. Malato e paziente sono di immediata comprensione, mentre “persona assistita” è viziato da genericità.
 
Credo che le persone malate si trovano non rispettate nella loro dignità non quando vengono chiamate “cittadini” o “persone assistite” ma quando si vedono negare i loro più elementari diritti di cittadinanza con la negazione delle cure dovute alle liste di attesa, alle interminabili ore da passare al pronto soccorso, alla difficoltà di accesso alla diagnostica gravata da ticket non sempre sostenibili, da difficoltà di accesso alle cure farmacologiche di nuova generazione, da istituti giuridici che rendono più difficoltoso l’accesso alle prestazioni sanitarie come, ad esempio, l’obiezione di coscienza alle procedure abortive – la legge 194/78 compie anch’essa quaranta anni. Auguri! (ma non all’articolo 9) – al definanziamento complessivo del Servizio sanitario nazionale.
 
Questi sono i veri negatori del diritto alla salute nel nostro sistema.
 
Se devo essere sincero non mi sento diminuito di diritti se invece di essere chiamato cittadino o persona assistita vengo chiamato paziente dal medico che mi visita. Altre sono le violazioni che mi sento di combattere.
 
Luca Benci
Giurista

15 aprile 2018
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