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La cattiva salute “fa bene” a populisti e sovranisti

Che esista una correlazione tra deterioramento delle condizioni di salute delle fasce socialmente più deboli della popolazione e ascesa di sovranisti e conservatori lo mostrano diversi studi internazionali. E che la diseguaglianza economica e sociale si traduca in disparità sanitarie, innestando probabilmente lo stesso processo di attrazione verso scelte politiche anti establishment, lo documentano tanti studi anche in Italia

24 MAG - Se chi ha governato, in Europa come in America, avesse agito più efficacemente per ridurre le diseguaglianze dinanzi alla salute, Donald Trump non sarebbe presidente degli Stati Uniti, la Brexit non avrebbe trionfato nelle urne e i partiti nazionalisti europei avrebbero molto meno peso di quello che probabilmente assumeranno nel Parlamento Ue dopo il voto di domenica.
 
Che esista una correlazione tra deterioramento delle condizioni di salute delle fasce socialmente più deboli della popolazione e ascesa di sovranisti e conservatori lo mostrano diversi studi internazionali, alcuni dei quali pubblicati da testate prestigiose come Financial Times e The Economist.
 
Analisi e numeri che sembrano sfuggiti alle forze progressiste che alle elezioni europee si sono presentate con programmi politici che non hanno degnato nemmeno di una riga la tutela della salute. In Italia ha fatto eccezione Nicola Zingaretti, quando da candidato alle primari per la segretaria del Pd aveva proposto “Quota 10”. Dove 10 erano i miliardi in più che, se dipendesse da lui, assegnerebbe al fondo sanitario del nostro Paese in tre anni, per tamponare tra l’altro la fuga di medici e infermieri con 100mila assunzioni.

 
Buoni propositi ma per ora soltanto tali (senza contare che Zingaretti, nel frattempo diventato segretario dei Dem, resta comunque all'opposizione).  Senza contare poi che la crisi del nostro, come di altri sistemi sanitari, non è data solo dai tagli ai finanziamenti, ma anche dalla incapacità di indirizzare al meglio le risorse per ridurre il gap che in termini di salute, va via via sempre più aumentando tra chi sta sopra e chi sotto nella scala sociale. Con ricadute politiche che proprio i partiti progressisti sembrano aver fino ad oggi ignorato. Finendo per portare acqua al mulino di quelle forze proclamatesi anti-establishment.
 
Una prima prova la fornisce lo studio pubblicato nel novembre 2016 dall’Economist, dove si rivela che se nel Michigan ci fosse stata una prevalenza del diabete di solo il 7% inferiore, Trump avrebbe ottenuto uno 0,3% in meno, sufficiente a restituire lo Stato ai democratici. Allo stesso modo, se in Pennsylvania un 8% della popolazione avesse svolto regolare attività fisica e i forti bevitori fossero stati il 5% in meno nel Wisconsin, Hillary Clinton alloggerebbe ora alla Casa Bianca.
 
Un altro studio pubblicato a maggio del 2017 dal Financial Times mostra invece come Marine Le Pen nella corsa alle presidenziali sia riuscita ad attirare molti più elettori nelle regioni con livelli di salute e aspettativa di vita più bassi della media.
 
In Gran Bretagna il geografo Danny Dorling ha scoperto che nel 2015, dopo un secolo di continuo progresso delle condizioni di vita, tra i sudditi di sua Maestà il tasso di mortalità aveva ripreso a crescere e l’aspettativa di vita a scendere. Non tra le fasce agiate della popolazione ovviamente, visto che a Chelsea ci si può aspettare di vivere fino a ottantatre anni e a Blackpool 74.
 
Più in generale il tasso di mortalità dal 2011 è continuato a scendere nel più ricco sud del Paese e ad alzarsi nel meno agiato nord. Questo in coincidenza con i pesanti tagli alla spesa sociale e sanitaria imposti in Gran Bretagna dal conservatore David Cameron. E dove le condizioni di salute sono peggiorate, maggiori sono stati i successi per la Brexit e il suo paladino, Nigel Farage.
 
Senza aver la pretesa di voler imporre teorie, questi studi mostrano però un fatto: i sostenitori di Trump e sovranisti made in Europe sembrano accusare condizioni fisiche e di salute nettamente inferiori a quelle degli elettori più progressisti. Perché prova a spiegarlo il sociologo ed economista inglese William Davies nel suo brillante “Stati nervosi, come l’emotività ha conquistato il mondo”. “L’esperienza del deterioramento fisico - scrive - provoca il desiderio di un tipo di gestione politica diversa, che metta da parte esperti e tecnocrati”.
 
Che è quanto si prefiggono nazionalisti e populisti.  Del resto il “razionalismo democratico” in tutti questi anni ha improntato scelte politiche e di governo su indicatori e statistiche che hanno continuato a parlarci di crescita del Pil, aumento dei redditi, miglioramento delle condizioni di vita e della salute. Numeri nei quali non si riconoscono gli abitanti del sempre più popoloso mondo di sotto, quello di chi non si è sentito nemmeno sfiorato da un progresso che ha favorito quasi sempre chi avvantaggiato lo era già. E non c’è poi da meravigliarsi se questo abbia finito per screditare le forze politiche tradizionali, che su quegli indicatori hanno da sempre basato scelte e proposte, senza riuscire a interpretare le paure e il significato insiti nella nostra condizione fisica.
 
Per non parlare del fatto che, come rimarcato da Davies nel suo volume fresco di stampa, i passi indietro compiuti mentre il mondo di sopra continuava ad avanzare hanno generato una rivolta contro le elite che non ha fatto prigionieri, finendo per mettere alla sbarra anche le autorità mediche e scientifiche. Se scienziati, statistici e tecnocrati documentano razionalmente un progresso generale che io non percepisco sulla mia pelle la loro autorevolezza va a farsi benedire.
 
E’ il prezzo da pagare quando l’1% della popolazione possiede il 27% della ricchezza e lo 0,001 dei super-Paperoni ha in mano oltre l’11% del patrimonio mondiale. E come dimostrano le centinaia di statistiche raccolte dall’economista Thomas Piketty nel monumentale “Il capitale del XXI secolo”, questa immensa ricchezza non si è accumulata con il lavoro ma con le rendite, che si ricapitalizzano molto più velocemente del ritmo di crescita dei salari, tanto da ricondurci alla società di rentier di ottocentesca memoria, quando  Balzac a Flaubert descrivevano la ricchezza dei loro personaggi non in base al reddito ma alla rendita. Tutto questo ha ancor più alimentato il senso di ingiustizia tra i più svantaggiati. Che si è tradotto anche in senso di insicurezza, viste le ricadute delle condizioni economiche su quelle di vita e di salute.
 
Che la diseguaglianza economica e sociale si traduca in disparità sanitarie lo documentano tanti studi anche in Italia. L’epidemiologo Giovanni Costa ha mostrato come in una ipotetica autostrada della salute viaggiando da Bolzano verso Napoli si perdano un giorno e mezzo di aspettativa di vita ogni Km. E che non sia una faccenda solo geografica lo racconta il tram che dalle colline torinesi alla periferia operaia della città lascia per strada questa volta sei mesi di vita ogni chilometro percorso.
 
Perché chi è più povero è emarginato anche dalla sanità, non fa screening, non prenota visite, controlli. Esce proprio dai radar del sistema.
Riportarlo dentro i monitor del nostro servizio sanitario deve costituire una priorità per qualsiasi forza si definisca “progressista”. E chissà che la “Quota 10” di Zingaretti, se ben indirizzata, non possa produrre anche più consenso di quanto ne abbiano generato “Quota 100” e reddito di cittadinanza.
 
Paolo Russo

24 maggio 2019
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