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Green Pass. Dice “no” soprattutto chi ha tra i 35 e i 59 anni, è a basso reddito, vive nel Nord Ovest e vota a destra. Ma il 60% degli italiani lo ritiene comunque una misura di responsabilità sociale. L’indagine


La fotografia l’ha scattata EngageMinds HUB, il Centro di ricerca dell’Università Cattolica intervistando 6.000 italiani in tutto il Paese. Ne risulta che il 60% degli italiani ritiene il certificato verde una misura di responsabilità sociale. Ma la percentuale dei favorevoli scende al 55% quando si parla di obbligo per accedere al lavoro. Più favorevoli gli anziani, chi vive nel nord est e nel sud e generalmente chi vota al centro o a sinistra e chi ha un reddito più elevato. L’INDAGINE.

13 OTT - Più della metà degli italiani pensa che il Green Pass sia una misura di responsabilità sociale e utile nel contenimento della diffusione del COVID 19. A rilevarlo è una recente indagine di EngageMinds HUB, il centro di ricerca dell’Università Cattolica, condotta su un campione di oltre 6.000 italiani, rappresentativo della popolazione per sesso, età, appartenenza geografica e occupazione.
 
In particolare: si arriva al 60% degli italiani che vede il Green Pass come una misura “di responsabilità sociale”; il 59% pensa sia giusto impedire l'accesso ai luoghi ricreativi e di aggregazione sociale come ristoranti, discoteche e stadi a quanti non hanno il Green Pass; il 56% pensa che il Green Pass sia una misura efficace per ridurre i contagi e il 55% che sia giusto anche impedire l'accesso ai luoghi di lavoro a quanti non hanno il certificato verde.
 

 
“Dalla nostra ultima rilevazione emerge che il Green Pass – sottolinea la professoressa Guendalina Graffigna, Ordinario di psicologia della salute e dei consumi e direttore dell’EngageMinds HUB - emergono però sacche cospicue di popolazione che restano incerte, rispetto all’utilità del certificato verde e all’obbligo del suo utilizzo. Potremmo definirli gli “esitanti del Green pass”. Persone che, dunque, mostrano segnali di fatica, frustrazione e sfiducia verso il sistema, un atteggiamento che nel lungo termine può diventare problematico”.
 
Gradimento maggiore dai senior
Gli over-60 rappresentano la fascia di età che più si discosta dal ritenere il Green pass una violazione della libertà personale e un modo del governo di controllare i cittadini; inoltre, i senior si sentono più sicuri a seguito dell’introduzione del certificato verde.
 
Queste percezioni non si riscontrano per gli individui tra i 35 anni e i 59 anni. E gli under 34, al contrario, percepiscono il Green pass come uno strumento di violazione della privacy. D’altro canto – come appare sempre dalle analisi dell’EngageMinds HUB – rispetto alle altre fasce di età, gli over 60 sono quelli più concordi nel ritenere il Green pass uno strumento efficace nel ridurre i contagi e necessario per accedere ai luoghi di aggregazione sociale; di converso, circa la metà degli under 34 appare essere in disaccordo con l’utilizzo del Green pass.
 

 
Quanto pesano il reddito e la differenza tra Nord, Centro e Sud
Ma importanti informazioni emergono da altri incroci dei dati. Dallo studio del Centro di ricerca della Cattolica appare infatti che la frazione di coloro che ritengono efficace il Green pass nel contenimento dei contagi aumenti molto tra chi ha un reddito relativamente elevato, arrivando al 65% (rispetto al 56% della media nazionale); per contro, tra coloro che denunciano un reddito basso, questa stessa percentuale scende al 51%. Andamento analogo si riscontra per la questione dell’uso del Green pass nei luoghi di lavoro: il 63% tra i più benestanti pensa sia giusto renderlo obbligatorio, mentre tra i meno abbienti questa frazione si ferma di nuovo al 51%.
 
E sempre sull’atteggiamento verso il certificato verde nei luoghi di lavoro pesa anche la collocazione geografica dei cittadini, perché contro una media nazionale del 55%, i favorevoli scendono al 49% nel Nord Ovest del Paese, e salgono al 61% nel Sud e nelle Isole.
 

 
“Un elemento da evidenziare, così come esce dalla nostra analisi – spiega la professoressa Graffigna – è che il titolo di studio degli intervistati non influisce sul giudizio sul Green pass, a dispetto di quanto si pensa solitamente che sia anche una questione di alfabetizzazione e di istruzione”.
 
Green pass e psicologia
A livello di percezione dei singoli, anche una norma di ordine pubblico quale il Green pass non sfugge alle dinamiche della psicologia della persona. La ricerca dell’EngageMinds HUB mostra che chi emotivamente appare aver subito maggiormente l’impatto di Covid-19, insomma chi è psicologicamente più “affaticato”, vede il Green pass come una misura poco utile a ridurre la diffusione dei contagi (51% contro il 56% medio nazionale). Non solo: gli individui che riportano maggiore senso di frustrazione e fatica sono maggiormente in accordo nel percepire il Green pass come uno strumento che viola la propria libertà e la propria privacy. D’altro canto, maggiore è la preoccupazione per il rischio di contagio e il senso di vulnerabilità percepito, e maggiormente le persone ritengono che il Green pass sia uno strumento di responsabilità sociale e uno strumento indispensabile per poter frequentare i luoghi di lavoro.
 
Orientamento politico
Gli individui con orientamento politico verso sinistra e centro concordano nel ritenere la certificazione verde, uno strumento di riduzione dei contagi e una questione di responsabilità sociale. Tale grado di accordo non si riscontra negli individui con nessun orientamento politico o di destra, i quali non considerano il Green Pass uno strumento utile per ridurre i contagi.
 

 
E infine, gli sfiduciati verso il “sistema”
C’è un ultimo fattore che peraltro, nel corso del Monitor continuativo che EngageMinds Hub ha attivato dall’inizio della pandemia, emerge spesso come impattante sui comportamenti. Ed è la sfiducia verso la ricerca scientifica, il sistema sanitario e, in generale, le istituzioni pubbliche. Dai dati esce che chi rivela questo atteggiamento fa poco affidamento sull’efficacia del Green pass come strumento per controllare i contagi, non è d’accordo sul suo uso nei luoghi di lavoro e non ne vede l’utilità sociale.

13 ottobre 2021
© Riproduzione riservata

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