Parità di genere in Medicina. Smi: “Non basta cambiare una vocale”

Parità di genere in Medicina. Smi: “Non basta cambiare una vocale”

Parità di genere in Medicina. Smi: “Non basta cambiare una vocale”
Onotri commenta la scelta della Treccani di inserire i termini ‘medica’ e ‘chirurga’: “Avere semplicemente il  cambio di una vocale che sancisce una declinazione al femminile non ci basta. In medicina e in sanità siamo ancora all’anno zero in tema di pari opportunità”

“Medica e chirurga: non è questa la parità di genere  a cui puntiamo!” così Pina Onotri, Segretario Generale del  Sindacato Medici Italiani commenta la decisone  della Treccani di lemmatizzare nel nuovo dizionario della lingua italiana aggettivi e nomi femminili.

“Avere semplicemente il  cambio di una vocale che sancisce una declinazione al femminile non ci basta. In medicina e in sanità siamo ancora all’anno zero in tema di pari opportunità. Non si vuole prendere atto che le donne medico rappresentano ormai  il 60% della professione, con punte del 75% nelle regioni del nord del paese. In nessuno contratto nazionale, né tanto meno in nessun provvedimento legislativo, è presente per le professioniste  un  riferimento ai tempi di conciliazione, alle pari opportunità, al sostegno alla genitorialità e all’handicap”, prosegue Onotri.

“Per l’area della medicina convenzionata – ricorda –  è  previsto il pensionamento a 70 anni con grosse penalizzazioni economiche per chi decide di interrompere prima. Non si può andare in pensione a 70 anni. È inumano! Non si  tiene conto, in questo modo, del  ruolo  sociale e familiare che  le donne svolgono in questo Paese. In una situazione  dove non esiste welfare e servizi alle famiglie sono le donne a farsi carico di problematiche  e anche della disabilità di un familiare”.

“Per queste ragioni – prosegue – auspichiamo che la parte pubblica metta  all’ordine del giorno una discussione, con i sindacati di categoria, in merito all’organizzazione del lavoro dei medici  sia  in ambito ospedaliero che territoriale. Bisogna finirla con la   narrazione istituzionale che  i medici  lavorano solo tre ore al giorno e in virtù di questo, dare   nuovi compiti aggiuntivi senza contrattualizzarli. Abbiamo bisogno, invece, che si cominci a discutere di part-time,tutele, tempi giusti di conciliazione  per venire incontro ai carichi familiari e sociali”.

“Bisogna partire dal riconoscimento dalla tutela della maternità e della gravidanza, soprattutto se non dimentichiamo che alcune donne medico, durante la pandemia hanno lavorato fino al giorno prima di entrare in sala parto, mentre  altre hanno lasciato la professione perché non hanno trovato sostituti. Quindi i termini medica e chirurga non possono bastare, come un lifting, a nascondere la verità della condizione del lavoro femminile nel nostro Paese  che riguarda le donne tutte, comprese quelle medico”, conclude.

14 Settembre 2022

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