Il Dito e la Luna

Il Dito e la Luna

Il Dito e la Luna

Gentile Direttore,
ho letto l’articolo di Cesare Fassari sull’ordinanza del Tribunale di Ministri in merito all’indagine su Conte e Speranza per la gestione del Covid e ho qualche riflessione da proporle. È evidente, dalle indicazioni internazionali, che il nostro Paese ha subìto uno dei peggiori disastri a livello mondiale in questo settore.

Non ho avuto la disponibilità di leggere quanto scritto dai Giudici ma dagli stralci credo che ci sia un errore fondamentale nella struttura della loro valutazione.

Hanno considerato la mancata zona rossa come causa di quanto successivamente avvenuto nella bergamasca e non come conseguenza delle modalità con cui è stata gestita, sia a livello regionale che nazionale, l’intera epidemia.

Oltre, naturalmente, la mancata richiesta di chiusura del territorio specifico (che, se fatta come a Lodi, non avrebbe portato grandi benefici).

È stato un gravissimo fatto locale, ma non la causa della diffusione generalizzata successiva.

Ho pubblicato due libri, il primo “Il covid 19 – i costi del non fare o del non fare bene” a settembre 2020, che cerca di individuare le criticità e gli errori che sono stati commessi nel corso del primo periodo, della prima ondata, e che hanno portato ad una, letteralmente, strage di anziani e fragili, per le pessime modalità di gestione da parte di tutti gli attori del sistema.

Strage proseguita nei mesi successivi proprio per le inadeguate modalità di gestione e l’assoluta assenza di una visione del problema e delle esigenze che ne derivavano per evitare la diffusione infettiva.

Ed anzi aggravate dalle conseguenze delle scelte che sono state decise nel corso del tempo, e delle valutazioni locali (a volte superficiali), in particolare dal tavolo Stato Regioni.

Il secondo a gennaio di quest’anno “La Pandemia è (in)finita?” in cui ho ripreso gli errori dei modelli gestionali che sono stati messi in atto nel corso dei tre anni di epidemia e che nulla hanno a che vedere con le classiche modalità di gestione delle epidemie.

E ancora di meno di un fenomeno pandemico di questa natura e proporzioni.

Ho scritto il piano pandemico a Bergamo e gestito la pandemia del 2009 e altrettanto con la Sars alcuni anni prima a Lodi come direttore sanitario delle due realtà sanitarie territoriali.

In questa occasione, dell’epidemia per il Covid 19, come già accennato, è mancato un elemento fondamentale tra tutti, l’interruzione della catena di trasmissione infettiva.

Non solo non è stato fatto ma anzi sono state proprio e strutture sanitarie che sono diventate, tutte, elemento iniziale della diffusione infettiva nelle comunità.

Il mio articolo pubblicato nei primi giorni di marzo 2020 qui su QS dava le linee di soluzione ad un problema che era certamente critico e che, se affrontato in modo corretto e razionale, consentiva di evitare quanto poi, purtroppo, è accaduto, e ancora non è concluso, di questa epidemia.

Quello che mi lascia molto sorpreso è la scarsa attenzione e rispetto che è stato dato all’elevatissima mortalità che abbiamo avuto e al mancato rispetto del diritto alla vita anche dei fragili e degli anziani.

Con modalità adeguate di intervento, ed evitando errori grossolani come l’isolamento domiciliare senza supporto alle famiglie (ma andava comunque evitato nel modo più assoluto), il risultato sarebbe stato nettamente diverso.

Qual è l’elemento critico fondamentale del virus? Aver trovato una popolazione vergine, priva di qualsiasi protezione immunologica. Ed è questo l’elemento che bisognava evitare, la diffusione del virus nella comunità.

Cosa che invece è avvenuta. Ed è avvenuta anche nella comunità sanitaria sempre per gli errori di gestione che ne sono derivati.

Che nelle prime giornate si possa diffondere per un errore di conoscenza specifica è possibile, ma che dopo 6 o 12 mesi questo accada ancora in modo diffuso e, in questo caso, in modo imponente, non è accettabile.

Sono mancate le protezioni individuali e i protocolli di comportamento che tutti avrebbero dovuto tenere ed applicare. E la separazione, assoluta e totale, tra strutture sanitarie che curavano i malati infettivi dagli altri non infetti.

È mancata la protezione dei malati che hanno subìto infezioni in uno stato di debilitazione fisica e immunitaria estremamente significativa. E che hanno determinato decessi del tutto prevenibili ed evitabili.

Dobbiamo tenere conto che vi è una significativa sottovalutazione nelle statistiche ufficiali, in particolare nei primi mesi, poiché non tutti i malati venivano sottoposti a test di identificazione della malattia.

Inseguire un bagnante sulla spiaggia, in piena solitudine, è stato, invece, del tutto ridicolo e ha innescato meccanismi ossessivi o di rifiuto totale.

Esattamente il contrario di quanto andava fatto. Separare i malati negli ambienti confinati, che all’aperto, in condizioni normali, la diffusione è certamente decisamente molto meno probabile.

Giuseppe Imbalzano

19 Giugno 2023

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