Sepsi: un’emergenza sanitaria che, solo in Italia, si stima colpisca 250mila persone ed è fatale in un caso su quattro

Sepsi: un’emergenza sanitaria che, solo in Italia, si stima colpisca 250mila persone ed è fatale in un caso su quattro

Sepsi: un’emergenza sanitaria che, solo in Italia, si stima colpisca 250mila persone ed è fatale in un caso su quattro
“Guardando ai dati italiani, ovvero 60 mila morti all’anno, possiamo parlare di emergenza sanitaria. Un’emergenza sanitaria purtroppo in costante aumento anche in conseguenza delle multi-resistenze e delle infezioni ospedaliere”.

Quanto è importante lo screening precoce a supporto di una diagnosi appropriata in caso di Sepsi? Se ne parla nel corso di un convegno in corso di svolgimento a Gallio, in provincia di Vicenza.

La sessione, dal titolo “nuovi approcci allo screening precoce per una diagnosi appropriata e un miglioramento degli esiti: il caso della sepsi”, ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Francesco Curcio, Direttore del Dipartimento di Medicina di Laboratorio dell’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Udine, che ha sottolineato come : “Guardando ai dati italiani, ovvero 60 mila morti all’anno, possiamo parlare di emergenza sanitaria. Un’emergenza sanitaria purtroppo in costante aumento anche in conseguenza delle multi-resistenze e delle infezioni ospedaliere”.

La sepsi è una sindrome clinica caratterizzata da una eccessiva risposta infiammatoria generalizzata, scatenata da un’infezione causata da microrganismi patogeni. In generale, la sepsi uccide dieci volte più dell’infarto e anche quando non si arriva alla morte del paziente, possono reliquare numerose complicazioni che modificano in modo radicale la qualità della vita del paziente.

“In una tale situazione – continua Curcio – un elemento che condiziona in modo molto marcato l’outcome clinico è la tempestività dell’intervento terapeutico: nei casi più gravi si hanno a disposizione solo poche ore e in generale per ogni giorno che passa senza diagnosi la mortalità raddoppia”.

La diagnosi di laboratorio è basata essenzialmente sulla coltura e identificazione del microrganismo responsabile e poi nella definizione della sensibilità agli antibiotici, ma il tempo necessario per tale percorso diagnostico è di alcuni giorni. Inoltre, non è importante solo identificare il responsabile e verificarne la sensibilità, ma va valutata anche la risposta infiammatoria e immunitaria del paziente. “In questo scenario – chiude Curcio – il fattore tempo diventa cruciale: poter accedere ad un biomarcatore come l’MDW – Monocite Distribution Width, ovvero indicatore precoce di Sepsi con un altissimo valore predittivo, soprattutto in caso di esclusione della patologia, è fondamentale. Inoltre, è molto rapido – la risposta si ottiene in pochi minuti, direttamente dall’esame dell’emocromo”.

Il fattore tempo è stato ribadito anche da Francesco Saverio Mennini, Professore di Economia Sanitaria e Economia Politica, Research Director-Economic Evaluation and HTA, CEIS, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” – Presidente SIHTA, il quale ha precisato che: “È importante sottolineare come la proporzione di ricoveri con presenze di infezioni ospedaliere sul totale di ricoveri per acuti per ciclo ordinario abbia toccato il suo picco nel periodo pre Covid con circa 56 ogni mille ricoveri. È un dato sempre in crescendo, se teniamo conto che si partiva nel 2010 con 34. In questo caso si è mantenuto costante anche nel periodo Covid. Significa che c’è un problema importante dal punto di vista delle infezioni e quindi c’è la necessità di intervenire per ridurre l’impatto sia dal punto di vista epidemiologico, sia economico. Per quanto riguarda quest’ultimo, uno studio in corso di pubblicazione dice che, in buona sostanza, la spesa imputabile per le infezioni ospedaliere (conseguenza come maggiori giorni di degenza) ammonta a circa 800 milioni di euro (dato del 2019). Siamo di fronte a un impatto non solo dal punto di vista della salute, ma anche economico e finanziario molto importante, che si potrebbe ridurre fortemente con politiche legate all’antimicrobial stewardship – in maniera tale da controllare il fenomeno della resistenza antimicrobica – e, allo stesso tempo, ridurre la diffusione delle resistenze. Certamente avere a disposizione anche dei biomarcatori può rappresentare un’opportunità importante nell’ottica di ridurre le diffusioni e contribuire al processo del controllo del fenomeno della resistenza antimicrobica”.

21 Settembre 2023

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