Il 2026 sarà molto probabilmente l’ultimo anno pieno di questa legislatura ed è quindi lecito attendersi che tutto quanto introdotto negli anni precedenti venga portato a conclusione. Insomma, è tempo per il Governo di andare a ‘dama’. Non perché manchino le risorse — che anzi crescono, ma non bastano mai — ma perché diventa sempre più evidente la distanza tra provvedimenti messi in cantiere e riforme realmente portate a compimento. Una distanza che il sistema, i professionisti e i cittadini non possono più permettersi.
La Legge di Bilancio e i provvedimenti collegati hanno disegnato una traiettoria chiara: più fondi al Fondo sanitario nazionale, più attenzione al personale, rafforzamento della medicina territoriale, investimenti su prevenzione, farmaceutica e digitale. Ma il nodo politico e amministrativo non è più cosa fare. È come e quando farlo.
Più risorse, ma senza una regia forte
L’incremento strutturale del Fondo sanitario nazionale a partire dal 2026 segna un cambio di passo rispetto agli anni della compressione finanziaria. Tuttavia, il rischio è che l’aumento resti una manovra difensiva, utile a tamponare disavanzi e aumenti dei costi, più che una leva di riforma lasciando irrisolti i problemi strutturali del sistema: disomogeneità territoriali, inefficienze organizzative, difficoltà di accesso alle cure.
Il personale resta il vero spartiacque
Il cuore della crisi del SSN continua a essere il personale. Le norme prevedono assunzioni, fondi per i rinnovi contrattuali e nuove indennità. Ma tra stanziamento e valorizzazione reale corre un vuoto che si chiama attuazione.
Nel 2026 il sistema rischia di avere ancora risorse “sulla carta” e professionisti che continuano a lavorare in condizioni di sotto-organico, turni pesanti e scarsa attrattività delle carriere pubbliche. Finché i rinnovi contrattuali non saranno chiusi e i piani assunzionali completati, la crisi delle professioni sanitarie resterà la principale fragilità del sistema. Inoltre, sarà tutta da portare a termine la delega sul riordino delle Professioni sanitarie.
Liste d’attesa: la prova della credibilità
La riduzione delle liste d’attesa è il banco di prova politico più delicato. Le misure ci sono: prestazioni aggiuntive, maggiore utilizzo del privato accreditato, revisione dei tetti di spesa. Ma senza una governance nazionale delle agende, criteri omogenei di priorità e una trasparenza reale sui tempi (la Piattaforma nazionale ancora non presenta i dati in modo chiaro ed esaustivo), il rischio è di produrre interventi spot, diseguali da Regione a Regione.
Il 2026 dirà se il SSN è ancora in grado di garantire universalismo oppure se la risposta implicita continuerà a essere una sola: chi può paga, chi non può aspetta. E sullo sfondo è attesa anche la riforma della sanità integrativa cui sta lavorando la commissione Affari sociali del Senato.
Territorio e prevenzione: investimenti senza struttura non bastano
Medicina territoriale e prevenzione sono al centro del disegno riformatore. Risorse aggiuntive, nuovi screening, potenziamento delle cure di prossimità. Ma anche qui la distanza tra infrastruttura e servizio è evidente.
Case e Ospedali di comunità rischiano di rimanere contenitori vuoti (con il Pnrr che scade a metà anno) se non accompagnati da modelli organizzativi chiari, integrazione con i medici di famiglia e personale dedicato. Allo stesso modo, ampliare gli screening senza rafforzare la capacità diagnostica e i percorsi di presa in carico rischia di creare nuove liste d’attesa, invece di prevenirle.
Farmaci, tariffe e digitale: riforme a metà
La revisione della governance farmaceutica, l’aggiornamento dei prontuari regionali, il governo dei tetti di spesa e l’allineamento delle tariffe sono interventi cruciali, ma ancora incompleti. Servono linee guida nazionali, decreti attuativi e soprattutto il coraggio di ridurre la frammentazione regionale che oggi rallenta l’accesso alle terapie innovative.Ma soprattutto occorre trovare soluzioni alla crescita esponenziale della spesa.
Lo stesso vale per la sanità digitale e la telemedicina: il rafforzamento del ruolo di Agenas è un segnale importante, ma senza decreti tempestivi, interoperabilità dei dati e integrazione con il Fascicolo sanitario elettronico, il digitale resterà un progetto, non una trasformazione. Sullo sfondo c’è poi la delega per il Testo Unico della farmaceutica che dovrà essere messa a terra.
Il 2026 come anno della responsabilità
Il 2026 non sarà ricordato per le risorse stanziate, ma per ciò che sarà stato realmente messo a terra. Il tempo delle riforme annunciate è finito. Ora si misura la capacità dello Stato e delle Regioni di chiudere i cantieri aperti: personale, liste d’attesa, territorio, prevenzione, farmaci, digitale.
Se questo passaggio fallirà, il rischio è che il SSN prosegua la sua fase di lento ridimensionamento, non dichiarato ma sostanziale. Se invece le misure verranno completate, il 2026 potrebbe diventare l’anno in cui la sanità pubblica italiana avrà finalmente imboccato una strada di ricostruzione credibile.