Finalmente è dato leggere in un testo di un DDL definibile fondativo, perché prodromico a realizzare la riforma quater mediante la delega al Governo di adottare i decreti legislativi occorrenti per il meglio, l’attenzione reale al sociosanitario. Lo ha fatto il DDL delega approvato dal Consiglio dei Ministri il 12 gennaio scorso recante la riorganizzazione e il potenziamento dell’assistenza territoriale e ospedaliera nonché la revisione del modello organizzativo del Ssn.
In sintesi, il Governo propone la riforma quater, della quale la Nazione era in spasmodica attesa da poco meno di quindici anni, da perfezionare entro la fine del 2026, nonostante le complessità e delle difficoltà da affrontare. Tutto ciò nell’ottica di migliorare le condizioni di vita di una utenza che registra denatalità e invecchiamento, in un Paese che non cresce e si impoverisce di risorse, tutte.
Al riguardo, genera entusiasmo il principio e il criterio direttivo, in una alla ratio legislativa di dovere privilegiare la prevenzione e l’assistenza alla persona, espresso nella lett. l) dell’art. 2. Più specificatamente, l’impegno da assolvere in meno di 24 mesi del legislatore delegato di «individuare criteri organizzativi omogenei di livello nazionale che assicurino in termini di effettività l’integrazione degli interventi socio-sanitari erogati da parte del Servizio Sanitario Nazionale con gli interventi assistenziali di natura e competenza istituzionale non sanitaria».
Questo tema, infatti, è sempre stato il punctum dolens del sistema sociosanitario nella sua interezza, soggetto ad aggravamento man mano che la popolazione raggiungesse soglie di età media avanzata, tanto da rappresentare oggi uno dei suoi limiti cruciali. La sua corretta ed esaustiva previsione regolativa, lasciata sino ad oggi al principio distintivo dei generi di prestazioni, di cui all’art. 3 bis del d.lgs. 502/1999, oramai vecchio di ventisei anni, ha registrato dal 1999 una sua attuazione malandata. Ciò perché assolta prioritariamente attraverso la spedalizzazione del bisognoso nella residenzialità per anziani in senso lato. Un sistema inefficiente e produttivo di danni inimmaginabili durante il Covid e soggetto a frequenti scandali per maltrattamenti gravi dei ricoverati.
Una situazione, questa, che ha vissuto una insostenibilità nella liquidità disponibile, determinante gravi ritardi di pagamento delle rette di ricovero a tariffa, per la dicotomia finanziaria, suddivisa nella parte sanitaria a carico del Ssr e in quella sociale a valere sui fondi sociali, che ha reso anche difficile compiere impresa accreditata in tale senso. La lettera del DDL delega, richiesta dal Governo, da implementare durante i lavori parlamentari in ragione di una maggiore chiarezza ed esaustività, dovrà mettere riparo ai flop registrati da quindici anni nel dare concretezza al d.lgs. 216/2010, nel senso di essere capace di fissare i fabbisogni standard da riconoscere in favore dei comuni per attivare l’assistenza sociale di loro competenza. Aggravata da un bifrontismo erogativo, mendace perché condiviso solo allo stato teorico (e spesso neppure) con i rispettivi Ssr.
Conseguentemente, andrà necessariamente messa a terra una specifica attenzione finanziaria che assicurerebbe al tema dell’assistenza sociosanitaria la disciplina del cosiddetto federalismo fiscale. Le sue regole – insediate per l’appunto nella legge delega n. 42/2009 e dei decreti delegati nn. 216/2010 e 168/2011 lasciati nell’angolo della inattuazione assoluta – assicurerebbero, se ben assistite nella previsione dei costi e fabbisogni standard e nella costituzione del fondo perequativo, una apprezzabile cultura nazionale dell’assistenza sociosanitaria e offrirebbero, di certo, un ventaglio di prestazioni esigibili da parte della popolazione diversamente giovane, anziana e disabile.
Tutto questo, se ben coordinato, contribuirà a rigenerare un welfare assistenziale di portata europea e darà modo alle regioni più bisognose e distratte da decenni dalla messa a terra di siffatti benefit collettivi, di ripartire facendo addirittura primati. Prima di tutto, ottimizzando le aree destinatarie (i c.d. ATS) della pianificazione regionale assistenziale integrata, specie di quelle che hanno registrato risultati pessimi, peraltro oggi da ricodificare sul piano del fabbisogno sociosanitario delle tipologie demografiche, incrementate sensibilmente in termini anagrafici.
Ettore Jorio