La sanità passa sempre più dallo schermo. Con questo occorre capire se e quanto perde in umanità dei rapporti medico/paziente. Prenotare una televisita, inviare esami al medico, essere monitorati a distanza con dispositivi digitali: ciò che fino a pochi anni fa sembrava futuristico è ormai il presente. Quello che compone la vita quotidiana di molti pazienti. La telemedicina, accelerata dalla pandemia e sostenuta dagli investimenti pubblici — tra cui quelli del PNRR che destinano miliardi alla digitalizzazione e al rafforzamento dell’assistenza territoriale — è diventata una componente stabile del sistema sanitario.
Da qui, in un sistema sanitario che assume sempre di più i connotati di una imprenditorialità pura, ben diversa da quella autonomia imprenditoriale che il decreto “Bindi” attribuì alle aziende sanitarie, si pone il tema di quali siano i costi di produzione della prestazione resa e quanto debba essere pagato un Lea messo a terra a distanza.
La cura resta la stessa
Il punto da cui partire è semplice: il servizio professionale online non è una prestazione di seconda serie. Viene prodotto con il ricorso a mezzi di alta tecnologia e con sistemi sempre più efficienti dal punto di vista clinico. Il connubio tra operatore sanitario e software è ormai inscindibile e ottimizzabile dalla capacità del professionista.
Sul piano giuridico, la prestazione resta una vera prestazione sanitaria, con la stessa responsabilità professionale quando è appropriata al caso. Non è quindi il luogo a definire la qualità della cura, ma la competenza del professionista e il contenuto della prestazione. Quando l’atto clinico è equivalente, sempre più si ritiene che debba esserlo anche sul piano economico.
Il costo di una prestazione digitale
Ed è qui che il tema diventa più complesso, perché coinvolge anche fattori etici ed equitativi. Stabilire quanto vale una prestazione di telemedicina non significa semplicemente fissare un prezzo, ma valutare diversi elementi.
Contano innanzitutto il tempo e la qualità impiegati dal professionista, la complessità e la rarità del caso, da cui dipende il livello di responsabilità. A questi fattori si aggiungono costi meno visibili ma fondamentali: piattaforme digitali sicure, protezione dei dati sanitari, organizzazione del servizio e supporto tecnologico.
Nel Servizio sanitario nazionale le tariffe sono stabilite soprattutto a livello regionale e spesso la prestazione è gratuita o soggetta a ticket. Nel settore privato, invece, il compenso è generalmente libero, purché comunicato anticipatamente e con chiarezza al paziente.
Un sistema che non è tale
Il tutto, nonostante attivo da tempo, presenta una disomogeneità applicativa ed è soggetto anche a un’offerta talvolta sostenuta da strategie di marketing non sempre corrette, interessate ad agganciare nel privato più domanda possibile.
Quanto ai costi retributivi degli investimenti e del lavoro da sopportare a cura dell’utenza, non esiste ancora un sistema tariffario uniforme su tutto il territorio nazionale. Questo può creare differenze tra regioni sia per i cittadini sia per i professionisti, fino a stimolare la scelta di territori diversi da quelli di residenza.
Il rischio è considerare la telemedicina come una soluzione automaticamente più economica. In realtà, sebbene riduca alcuni costi logistici, richiede investimenti tecnologici e competenze specifiche che non possono essere sottovalutati.
Resta inoltre il tema della dimensione relazionale: il rapporto umano, lo sguardo diretto, la presenza fisica continuano a rappresentare un elemento importante nella costruzione della fiducia e nella gestione dei momenti più delicati del percorso di cura.
L’UE scommette sulla sanità digitale, che considera il futuro
Anche a livello europeo la telemedicina è considerata una componente centrale della sanità del futuro. L’Unione europea promuove la possibilità di ricevere assistenza sanitaria anche oltre confine e punta su sicurezza dei dati e interoperabilità dei sistemi, lasciando però ai singoli Paesi la scelta su come organizzare e finanziare le prestazioni.
La vera sfida sarà trovare un equilibrio tra innovazione e sostenibilità. Pagare correttamente le prestazioni digitali non significa solo tutelare il lavoro dei professionisti, ma anche garantire servizi di qualità e continuità assistenziale per i cittadini.
La telemedicina non è semplicemente un modo diverso di fare le stesse cose: è uno strumento che può rendere la sanità più accessibile, soprattutto per chi vive lontano dai grandi centri o ha difficoltà a spostarsi.
Riconoscerne il giusto valore economico significa investire in un modello di cura più moderno, capace di coniugare tecnologia e relazione umana. La domanda che resta aperta è se il sistema sanitario saprà trasformare questa innovazione in un equilibrio stabile tra sostenibilità, qualità e umanità della cura.
Ettore Jorio