Oggi la Calabria, per una volta, non è solo periferia amministrativa o territorio alle prese con croniche emergenze sanitarie. Per un giorno diventa, suo malgrado, anche uno spazio di confronto geopolitico. A Catanzaro sono arrivati Jorge Luis Cepero Aguilar, ambasciatore di Cuba in Italia, e la console Arasay D’Angelo Pereira per affrontare una questione che negli ultimi mesi ha assunto un rilievo inatteso: il futuro dell’accordo tra la Regione Calabria e la Comercializadora de Servicios Médicos Cubanos, società con sede a L’Avana che organizza missioni sanitarie internazionali.
Si tratta dell’intesa che ha consentito l’arrivo in Calabria di decine di medici cubani, chiamati a colmare i vuoti di organico di una sanità regionale da anni in affanno. Una collaborazione nata come risposta emergenziale a un problema strutturale: la carenza cronica di personale negli ospedali e nei pronto soccorso, dove medici e infermieri italiani lavorano spesso in condizioni di sovraccarico.
Ed è proprio su questo accordo che si è abbattuta la polemica internazionale. L’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump, sostenuta dalle posizioni espresse dal segretario di Stato Marco Rubio, ha manifestato un netto dissenso nei confronti delle missioni mediche cubane all’estero. Secondo Washington esse rappresenterebbero un sistema attraverso il quale il governo cubano ottiene entrate economiche e esercita un controllo politico sui propri professionisti.
Ma la questione, vista da qui, appare sotto una luce radicalmente diversa. Per la Calabria, e per molti territori che vivono la stessa emergenza sanitaria, quei medici non sono strumenti di politica internazionale: sono professionisti che tengono aperti reparti, garantiscono turni di guardia e permettono a interi presidi ospedalieri di continuare a funzionare.
Senza di loro, in diversi casi, il rischio concreto sarebbe la chiusura di servizi essenziali. E questo significa una cosa sola: meno assistenza sanitaria per i cittadini.
Le brigate mediche cubane non sono una novità nel panorama internazionale. Da anni Cuba invia professionisti sanitari in decine di Paesi. Si tratta di un sistema che coinvolge, secondo diverse stime, circa venticinquemila operatori distribuiti in oltre sessanta Stati. Un modello che alcuni criticano e altri difendono, ma che ha contribuito in modo significativo a garantire assistenza sanitaria in aree del mondo dove il personale medico scarseggia.
Il nodo della vicenda, dunque, non è soltanto politico. È profondamente umano e sociale.
La sanità non dovrebbe mai diventare un campo di battaglia della geopolitica. Quando si parla di ospedali, pronto soccorso e cure mediche, il tema centrale non può essere la contesa tra potenze, ma il diritto delle persone a essere curate.
Il diritto alla salute è universalmente riconosciuto come uno dei diritti fondamentali della persona. È un principio sancito da numerosi trattati internazionali e ribadito dalle istituzioni sanitarie globali. In questa prospettiva, ogni intervento che contribuisca a garantire assistenza ai cittadini dovrebbe essere valutato prima di tutto per il beneficio concreto che produce.
In Calabria questo beneficio è evidente. I medici cubani hanno contribuito a ridurre le criticità nei pronto soccorso, a sostenere i turni nei reparti e a offrire una risposta immediata a una situazione che, altrimenti, rischierebbe di diventare drammatica.
Per questo motivo l’idea che tali collaborazioni possano essere ostacolate da dinamiche geopolitiche appare difficile da comprendere. Se l’obiettivo dichiarato è quello di difendere diritti e libertà, appare quantomeno contraddittorio intervenire su accordi che hanno come risultato concreto la tutela della salute dei cittadini.
In fondo la questione può essere riassunta in un principio semplice: la salute non ha bandiere. Non appartiene a uno schieramento politico né a una strategia economica. Appartiene alle persone.
Ed è proprio per questo che ogni decisione che riguardi l’assistenza sanitaria dovrebbe essere guidata da una sola priorità: garantire cure a chi ne ha bisogno.
Quando la politica dimentica questo principio, il rischio è quello di trasformare la sanità in uno strumento di pressione internazionale. Ma quando si parla di ospedali e di cure, un limite dovrebbe restare invalicabile.
Perché, nel linguaggio comune, esiste un’espressione che riassume bene questo concetto: non si spara sulla Croce Rossa.