Una presa di posizione politica che mette in discussione l’intero impianto dell’autonomia differenziata, chiamando in causa i principi fondamentali dello Stato e la tenuta del Servizio sanitario nazionale. Questo, in sintesi, il messaggio lanciato da Campania e Puglia nei pareri sugli schemi di intesa preliminare tra il Governo e le Regioni Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto.
I due documenti, firmati rispettivamente dal presidente della Campania Roberto Fico presidente della Puglia Antonio Decaro, condividono un’impostazione di fondo: l’autonomia rafforzata non può essere concessa a tavolino, senza aver prima definito i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) e garantito un finanziamento adeguato e perequativo. “In assenza di convergenza o, peggio, in presenza di un peggioramento delle differenze, è lecito attendersi un peggioramento anche dei flussi di mobilità dei pazienti verso le Regioni del Centro-Nord, con conseguenze negative anche per i cittadini di queste Regioni in termini di congestione dei servizi”, scrive Decaro nel documento pugliese.
Ricordiamo che, per esprimere il parere favorevole sulle richieste di maggiori autonomie basterà la maggioranza in Stato Regioni, non servendo l’intesa. Scontato il “no” alla richiesta di maggiori autonomie delle altre Regioni a guida centrosinistra, resta la curiosità di vedere quale sarà il comportamento delle altre Regioni del Sud a guida centrodestra.
Tornando ai due documenti di Puglia e Campania, il primo rilievo, comune a entrambe le Regioni, riguarda la tempistica. Le pre-intese, osservano Fico e Decaro, si basano su iniziative risalenti al 2017 e al 2018. Il consenso regionale all’avvio dei negoziati risale a otto o nove anni fa, senza una valutazione aggiornata dei fabbisogni e dei costi standard. Un limite che rischia di “cristallizzare squilibri storici” avverte la Campania. La Puglia va oltre: “Si pongono questioni di metodo che impingono l’opportunità che l’iniziativa regionale sia attuale”. Per Decaro, il riferimento ad atti così risalenti “sembra piuttosto una discutibile scorciatoia temporale cui si sarebbe potuto agevolmente ovviare”.
Il nodo dei Lep
Il cuore della critica è però la sanità. Le intese prevedono la possibilità per le Regioni di intervenire direttamente su leve fondamentali: dalla definizione delle tariffe di rimborso alla gestione autonoma delle risorse per infrastrutture e tecnologie, fino all’istituzione di fondi sanitari integrativi e all’allocazione di risorse aggiuntive per personale e prestazioni extra-Lea. Una prospettiva che Campania e Puglia giudicano potenzialmente devastante.
Il punto di partenza delle osservazioni è il quadro costituzionale. Entrambe le Regioni richiamano la sentenza n. 192 del 2024 della Corte costituzionale, sottolineando come il percorso verso l’autonomia non possa tradursi in una deroga implicita ai principi fondamentali. “I Lep – scrive Decaro – rappresentano un vincolo costituzionale: la soglia uniforme di prestazioni necessarie a rendere effettivi i diritti fondamentali su tutto il territorio nazionale. I Lea, invece, costituiscono uno strumento per il perseguimento del fine costituzionale”. Una distinzione che, secondo la Puglia, non può essere elusa: “Non può ritenersi in alcun caso che i Lea siano sovrapponibili ai Lep”.
Campania e Puglia contestano con forza l’equiparazione operata dalla legge di bilancio 2026. “La circostanza che solo 13 Regioni abbiano rispettato gli standard minimi di assistenza stabiliti è anche una conseguenza del sottofinanziamento pubblico alla sanità italiana”, osserva Decaro, ricordando che la spesa sanitaria pubblica italiana si attesta al 6,3% del Pil, ben al di sotto della media europea. E il documento campano parla apertamente del rischio di creare “cittadini di serie A e di serie B”, con una compromissione del carattere universalistico del diritto alla salute.
Il tariffario sanitario cancellato dal Tar
Un’altra criticità, sollevata con forza dalla Puglia, riguarda lo strumento con cui si determinano i costi delle prestazioni. Il nuovo tariffario sanitario, adottato nel 2024, è stato in parte annullato dal Tar Lazio con sentenze ad efficacia differita. Il giudice ha accolto i rilievi sulla illegittimità dell’istruttoria condotta dal Ministero, che ha considerato costi risalenti al 2015, tariffari di solo alcune Regioni e costi standard non chiaramente individuati. “Il fatto che il nuovo tariffario abbia efficacia ancora per un anno scarso – scrive Decaro – non può determinare che questo possa essere messo a base del calcolo del costo dei Lea, in quanto la sentenza del Tar Lazio ha ravvisato un difetto di istruttoria proprio nella formulazione delle tariffe, con la conseguenza che queste non sono sostanzialmente remunerative”. Senza un tariffario valido, conclude la Puglia, “manca la possibilità di individuare i relativi costi standard e il conseguente stanziamento del finanziamento necessario”.
Risorse e perequazione: il divario Nord-Sud
Sul piano finanziario, entrambe le Regioni contestano i criteri di riparto attuali. Il ricorso alla spesa storica viene giudicato inadeguato, così come l’uso di parametri prevalentemente demografici. Secondo il documento campano, le Regioni meridionali ricevono mediamente tra i 300 e i 400 milioni di euro in meno rispetto a quelle del Nord, nonostante bisogni sanitari più complessi. Un divario che si riflette anche negli indicatori di salute: l’aspettativa di vita in Campania è di 81,4 anni, contro gli 83,9 della Lombardia e i 84,3 del Trentino-Alto Adige. “Le differenze territoriali nei Lea – sottolinea Decaro – sono ulteriormente aggravate dalle differenze negli outcome di salute”.
Fondi integrativi e “effetto calamita”
Critiche arrivano anche sulla gestione dei fondi sanitari integrativi. Il documento campano evidenzia come già oggi esistano problemi di duplicazione delle prestazioni e di accesso diseguale, concentrato soprattutto tra i lavoratori dipendenti. L’eventuale regionalizzazione di questi strumenti potrebbe amplificare tali distorsioni, con ulteriori ricadute sull’equità del sistema. A questo si aggiunge il cosiddetto “effetto calamita”: le Regioni con maggiore capacità di spesa potrebbero attrarre personale sanitario e competenze, aggravando le carenze nelle aree più fragili.
Le materie “no-Lep” e la protezione civile
Le osservazioni pugliesi entrano nel merito anche delle materie cosiddette “no-Lep”, quelle per le quali – in astratto – la devoluzione di funzioni potrebbe prescindere dalla preventiva definizione dei Lep. La Puglia osserva che la distinzione è “valida solo in astratto” e “assolutamente inadeguata ad alcune delle materie supposte no-Lep”. In particolare, il documento si sofferma sulla protezione civile: l’articolo 6 delle pre-intese, scrive Decaro, “mette in conto che l’esercizio delle funzioni che si vogliono devolvere in materia di protezione civile possa incidere sui diritti civili e sociali, il che determina la necessità costituzionale di predeterminazione dei Lep”. Il tentativo di trasferire funzioni connesse a diritti fondamentali, conclude la Regione, non può essere aggirato.
Conclusioni: parere negativo
Nel complesso, il giudizio di Campania e Puglia è inequivocabile: parere sfavorevole alla devoluzione di funzioni, in particolare in ambito sanitario, in assenza di garanzie strutturali su finanziamento, perequazione e tutela dei diritti fondamentali. La richiesta finale è chiara: sospendere ogni percorso di intesa fino a quando non saranno definiti i livelli essenziali delle prestazioni e adottati criteri di riparto coerenti con i bisogni reali dei territori.
Il confronto sull’autonomia differenziata entra così in una fase decisiva. E i documenti di Campania e Puglia segnano un punto fermo: la partita non riguarda solo la distribuzione delle competenze, ma il modello stesso di Stato e, soprattutto, la tenuta del diritto alla salute come principio universale. “Se queste ultime – scrive Decaro – dovessero diventare il modello per altre Regioni, il rischio che si sviluppi una corsa competitiva a chiedere leve simili diverrebbe realtà, con effetti cumulativi a danno della coesione del sistema che la sentenza n. 192 del 2024 e la Costituzione repubblicana impongono siano evitati”.