Medici di famiglia, la storia di una riforma infinita: quindici anni di annunci e promesse mancate con il rischio che le cure primarie finiscano al privato
Quindici anni di annunci, norme e accordi non sono bastati a trasformare davvero la medicina generale. Senza una riforma vera, risorse strutturali e un territorio finalmente organizzato, il rischio è che le cure primarie pubbliche si svuotino, lasciando spazio a un privato accessibile solo a chi può permetterselo.
C’è una parola che accompagna da almeno quindici anni ogni discussione sulla medicina generale italiana: riforma. È la parola più evocata, più promessa, più caricata di aspettative. Ma anche la più consumata. Perché ogni volta che il Servizio sanitario nazionale si è trovato davanti alla necessità di ripensare davvero il territorio, la medicina di famiglia, la continuità assistenziale, il rapporto tra ospedale e cure primarie, quella parola è tornata al centro del dibattito. E ogni volta, o quasi, si è fermata un passo prima di diventare sistema.
Dal 2010 a oggi abbiamo visto passare Patti per la Salute, decreti legge, atti di indirizzo, bozze, Accordi collettivi nazionali, progetti Agenas, standard ministeriali, Pnrr, DM 77, Case della Comunità, ipotesi di ruolo unico, discussioni sulla dipendenza, convenzione riformata, doppio canale, nuove scuole di specializzazione in medicina generale. Abbiamo cambiato lessico più volte: cure primarie, assistenza primaria, medicina territoriale, prossimità, presa in carico, cronicità, comunità. Ma la domanda di fondo è rimasta sempre la stessa: come si fa a trasformare il medico di famiglia da presidio individuale, spesso isolato e gravato da burocrazia crescente, in perno reale di una rete multiprofessionale capace di rispondere ai bisogni nuovi della popolazione?
La risposta, a oggi, non c’è ancora. O meglio: è stata scritta molte volte, ma raramente attuata. Ed è questo il punto. La riforma della medicina generale sembra ormai un’impresa. Non perché manchino le idee. Non perché non siano stati prodotti testi, norme, proposte, piattaforme contrattuali. Ma perché ogni tentativo si è scontrato con lo stesso muro: il rapporto irrisolto tra autonomia professionale e governo pubblico del servizio, tra convenzione e organizzazione aziendale, tra fiducia individuale e lavoro in équipe, tra standard nazionali e ventuno sistemi regionali, tra risorse promesse e personale che non c’è.
Prima del Covid: la lunga stagione delle AFT e delle UCCP
Il primo grande snodo della stagione recente è il decreto Balduzzi del 2012. È lì che prende corpo l’idea di una medicina generale non più centrata esclusivamente sullo studio individuale, ma organizzata in forme associative capaci di garantire continuità, accessibilità e integrazione. Le parole chiave sono AFT e UCCP: Aggregazioni funzionali territoriali e Unità complesse di cure primarie.
L’ambizione era alta: superare la frammentazione, mettere in rete i medici di medicina generale, collegarli con pediatri, specialisti ambulatoriali, infermieri, servizi distrettuali, garantire una copertura più ampia e una capacità di risposta più strutturata. La medicina generale avrebbe dovuto diventare il primo livello organizzato del Servizio sanitario, non solo il luogo della prescrizione, ma quello della presa in carico.
Quella riforma conteneva già molti degli elementi che oggi ritroviamo nelle discussioni più recenti: il ruolo unico, il rafforzamento del distretto, la necessità di dotazioni strutturali e tecnologiche, la responsabilità delle Regioni nel fornire sedi, strumenti e servizi, la connessione con il fascicolo sanitario elettronico, la tracciabilità delle attività, l’integrazione con la continuità assistenziale.
Eppure, quella promessa non si è tradotta in una rete omogenea. In alcune Regioni si sono fatti passi avanti; in altre le AFT sono rimaste sigle più che luoghi di lavoro; in altre ancora le UCCP non hanno mai assunto una forma pienamente riconoscibile. La riforma Balduzzi ha avuto il merito di indicare la direzione, ma non la forza sufficiente per imporre il cambiamento. Mancavano risorse certe, una governance stringente, tempi vincolanti, strumenti di monitoraggio, e soprattutto un accordo solido con la categoria su cosa dovesse diventare il medico di famiglia.
Da allora, l’Italia ha continuato a discutere di cure primarie come se la riforma dovesse sempre partire domani.
Il Patto per la Salute e la promessa della territorialità
Dopo Balduzzi, il tema torna nei Patti per la Salute. Il Patto 2014-2016 rilancia l’assistenza territoriale, conferma il ruolo di AFT e UCCP, richiama la necessità di integrare cure primarie, distretto, assistenza domiciliare, cronicità e non autosufficienza. È il tentativo di collocare la medicina generale dentro una cornice più ampia: non più solo contratto di categoria, ma architrave della sostenibilità del Servizio sanitario nazionale.
Il ragionamento era già allora evidente. L’ospedale non poteva più essere il luogo ordinario di risposta a tutti i bisogni. La popolazione invecchiava, aumentavano le cronicità, crescevano le fragilità sociali e sanitarie. Serviva una medicina capace di intercettare prima, seguire nel tempo, coordinare percorsi, ridurre accessi impropri ai pronto soccorso, alleggerire i reparti, garantire prossimità.
Ma anche in quella fase la distanza tra programmazione e realtà resta ampia. Si afferma il principio, non si realizza il modello. La medicina generale rimane formalmente al centro, ma organizzativamente spesso ai margini. Il distretto, che avrebbe dovuto essere il motore della nuova assistenza primaria, resta in molte aree un contenitore amministrativo debole. La presa in carico della cronicità procede a macchia di leopardo. Le équipe multiprofessionali restano più facili da descrivere nei documenti che da costruire nei territori.
È in questi anni che si consolida il paradosso italiano: tutti concordano sul fatto che il futuro del Ssn passi dal territorio, ma il territorio continua a essere il luogo meno governato, meno finanziato e meno misurato del sistema.
Gli atti di indirizzo e il ruolo unico: il cantiere contrattuale
La riforma della medicina generale non è solo una riforma legislativa. È anche, e forse soprattutto, una riforma contrattuale. Perché il medico di famiglia è un libero professionista convenzionato con il Servizio sanitario nazionale, non un dipendente. Questa natura giuridica è stata per decenni uno dei punti di forza del modello: rapporto fiduciario con il cittadino, autonomia organizzativa, radicamento nel territorio, prossimità personale.
Ma con l’evoluzione dei bisogni quella stessa architettura ha mostrato limiti crescenti. Se il sistema deve programmare presenze, turni, attività nelle Case della Comunità, obiettivi di presa in carico, lavoro in équipe, integrazione con infermieri, specialisti, servizi sociali, COT e assistenza domiciliare, la sola convenzione tradizionale non basta più.
Gli atti di indirizzo per il rinnovo delle convenzioni provano a introdurre il ruolo unico di assistenza primaria, a superare la separazione rigida tra medici a ciclo di scelta e continuità assistenziale, a costruire un quadro più flessibile. L’idea è razionale: un unico bacino professionale, più funzioni, più integrazione, più possibilità di programmare l’offerta.
Anche qui, però, il percorso è stato lento. L’ACN 2016-2018 arriva quando è già sostanzialmente superato dal tempo. Viene firmato e pubblicato anni dopo il periodo di riferimento, consolidando elementi importanti ma senza produrre quella svolta organizzativa che il sistema attendeva. Il ruolo unico entra nel lessico e nei testi, ma fatica a diventare pratica quotidiana.
Nel frattempo, il mondo intorno cambia più rapidamente della contrattazione. I medici invecchiano, i pensionamenti aumentano, i cittadini fanno più fatica a trovare un medico, gli studi si svuotano in alcune aree interne e periferiche, le Regioni cercano soluzioni emergenziali, i giovani medici guardano alla medicina generale con interesse ma anche con dubbi crescenti su carichi, responsabilità, tutele e prospettive professionali.
Il Covid e la scoperta brutale del territorio
Poi arriva il Covid. E la pandemia fa esplodere ciò che da anni era sotto gli occhi di tutti. L’ospedale da solo non regge. Il territorio non è una retorica, è una necessità. La presa in carico domiciliare, la sorveglianza dei fragili, il rapporto con i medici di famiglia, la capacità di intercettare precocemente i bisogni diventano improvvisamente questioni di sicurezza nazionale.
Durante la pandemia il medico di famiglia è stato spesso lasciato in una terra di mezzo: essenziale ma non pienamente integrato, invocato ma non sempre protetto, responsabilizzato ma non sempre dotato degli strumenti necessari. Il Covid ha mostrato la forza del rapporto fiduciario, ma anche la fragilità di un modello ancora troppo individuale e disomogeneo.
È da quella ferita che nasce la nuova stagione del Pnrr. La Missione 6 mette al centro l’assistenza territoriale. Le Case della Comunità, gli Ospedali di Comunità, le Centrali operative territoriali, l’assistenza domiciliare, la telemedicina diventano i pilastri della sanità del futuro. Finalmente, sembra, il territorio esce dalla dimensione del convegno e diventa investimento infrastrutturale.
Ma anche qui il nodo della medicina generale riemerge subito. Perché una Casa della Comunità senza medici di famiglia, senza infermieri, senza specialisti, senza personale amministrativo, senza collegamento reale con il distretto, rischia di essere un edificio nuovo con dentro un modello vecchio. O, peggio, una scatola vuota.
Il DM 77: standard nuovi, vecchi nodi
Il DM 77 del 2022 rappresenta il tentativo più organico di definire standard nazionali per l’assistenza territoriale. Case della Comunità hub e spoke, infermiere di famiglia o comunità, COT, assistenza domiciliare, ospedali di comunità, integrazione con farmacie, servizi sociali e digitale. È il disegno più completo prodotto negli ultimi anni.
Per la medicina generale il DM 77 immagina un sistema nel quale gli studi dei medici restano, ma si collegano alle Case della Comunità; nel quale il medico conserva il rapporto fiduciario, ma lavora dentro una rete; nel quale la prossimità non coincide più con il singolo ambulatorio, ma con una filiera di servizi accessibili e coordinati.
Sulla carta, il modello tiene. Nella realtà, ancora una volta, emergono i problemi. Chi lavora dentro le Case della Comunità? Con quale orario? Con quale remunerazione? Con quali obblighi? Con quale rapporto con l’azienda sanitaria? Come si concilia la libertà organizzativa del medico convenzionato con la necessità di garantire standard di apertura, turni, attività programmate, équipe multiprofessionali? E come si fa a rendere omogeneo un sistema in cui ogni Regione parte da un punto diverso?
La risposta è stata rinviata alla contrattazione, alle linee di indirizzo, agli accordi regionali, ai tavoli ministeriali. Ma il tempo del Pnrr non è il tempo della contrattazione sanitaria italiana. Il Pnrr ha scadenze, target, milestone. La medicina generale ha trattative lunghe, equilibri sindacali delicati, differenze regionali, resistenze culturali e problemi di ricambio generazionale.
È qui che l’impresa diventa ancora più difficile: costruire in pochi anni ciò che non si è riusciti a costruire in quindici.
I numeri che spiegano l’urgenza
La riforma non è più rinviabile anche per una ragione molto semplice: i numeri. La medicina generale italiana è cambiata profondamente. E non in meglio.
I dati Agenas ripresi fotografano un calo costante. I medici di medicina generale erano 45.203 nel 2013 e sono scesi a 37.983 nel 2023. In dieci anni si sono persi 7.220 medici. Nello stesso periodo anche i pediatri di libera scelta sono diminuiti, passando da 7.705 a 6.706. Tra il 2019 e il 2024 il calo dei soli MMG è stato di oltre 5 mila unità. Le stime più recenti parlano di una carenza superiore a 5.700 medici di medicina generale, con criticità diffuse in gran parte delle Regioni.
Questi numeri non sono una statistica di settore. Sono la fotografia di un diritto che rischia di indebolirsi. Sempre più cittadini faticano a trovare un medico di famiglia, soprattutto nelle aree più popolose, nelle zone interne, nei territori periferici, dove la sostituzione dei pensionamenti è più difficile. Aumentano i massimali, crescono gli assistiti per medico, si riduce il tempo disponibile per ogni paziente, si moltiplicano gli adempimenti burocratici.
E intanto la domanda cambia. La popolazione italiana invecchia, aumentano gli over 65, cresce il peso delle cronicità, si moltiplicano le fragilità sanitarie e sociali. Questo significa che la medicina generale non può più essere pensata solo come risposta all’episodio acuto, alla prescrizione, al certificato, alla visita occasionale. Deve diventare medicina proattiva, gestione della cronicità, prevenzione, aderenza terapeutica, coordinamento, presa in carico della fragilità.
Ma proprio mentre aumentano i bisogni, diminuiscono i professionisti. È il cortocircuito più pericoloso.
L’età media e la resistenza al cambiamento
A rendere ancora più complicata la riforma c’è poi un dato generazionale che non può essere ignorato. La medicina generale italiana è una professione anziana. Una quota molto rilevante dei medici di famiglia è vicina alla pensione o comunque appartiene a una generazione cresciuta dentro un modello professionale fondato sullo studio individuale, sull’autonomia organizzativa e sul rapporto diretto, personale, quasi esclusivo con il proprio assistito.
È un patrimonio, perché quel rapporto fiduciario ha rappresentato per decenni uno dei punti di forza del Ssn. Ma è anche un vincolo. Perché una professione con un’età media alta tende inevitabilmente a guardare con maggiore prudenza, se non con ritrosia, a cambiamenti che implicano nuovi obblighi organizzativi, lavoro in équipe, presenza nelle Case della Comunità, integrazione digitale, obiettivi misurabili, coordinamento con distretti, infermieri, specialisti e servizi sociali.
Non si tratta di colpevolizzare nessuno. Sarebbe ingeneroso e sbagliato. Molti medici di famiglia hanno retto da soli, per anni, una domanda crescente, spesso senza personale di studio adeguato, senza strumenti tecnologici efficienti, con carichi burocratici sempre più pesanti e con un riconoscimento non sempre proporzionato al ruolo svolto. Ma proprio per questo la transizione non può essere affidata alla sola buona volontà dei singoli.
Una riforma vera deve accompagnare il cambiamento, sostenerlo, finanziarlo, renderlo conveniente e possibile. Altrimenti la naturale resistenza di un sistema stanco e invecchiato finirà per prevalere su ogni progetto di innovazione. E ogni proposta, anche la più ragionevole, verrà percepita come un nuovo adempimento calato dall’alto, non come una possibilità di migliorare il lavoro e la qualità dell’assistenza.
Le Case della Comunità e il rischio delle cattedrali nel deserto
Il Pnrr aveva indicato un obiettivo ambizioso: 1.350 Case della Comunità, 400 Ospedali di Comunità, 600 Centrali operative territoriali. Con il DM 77 il quadro programmatorio si è ampliato: 1.715 Case della Comunità, 657 COT, 594 Ospedali di Comunità. Poi la revisione del Pnrr ha ridotto i target finanziati: 1.038 Case della Comunità, 480 COT, 307 Ospedali di Comunità.
Anche qui i numeri raccontano molto. Al secondo semestre 2025 risultavano 781 Case della Comunità con almeno un servizio attivo, pari a circa il 45% delle strutture programmate. Ma il dato più importante è un altro: solo 66 risultavano pienamente operative, meno del 4% del totale programmato. Nel monitoraggio precedente, al primo semestre 2025, le Case attive erano circa il 38% e quelle pienamente operative con medici e infermieri non arrivavano al 3%.
È il punto decisivo. Non basta inaugurare. Non basta aprire una sede. Non basta mettere una targa. Una Casa della Comunità esiste davvero solo se dentro ci sono professionisti, orari, servizi, percorsi, presa in carico, collegamenti digitali, responsabilità organizzative, accesso per i cittadini.
Senza medici di famiglia, senza personale infermieristico, senza specialisti ambulatoriali, senza integrazione con il distretto e l’Ospedale, le Case della Comunità rischiano di diventare l’ennesima promessa incompiuta. L’ennesimo luogo fisico costruito prima di aver risolto il modello professionale che dovrebbe abitarlo.
L’ACN 2019-2021 e quello 2022-2024: passi avanti, ma non la svolta
Gli ultimi Accordi collettivi nazionali hanno provato a recuperare terreno. L’ACN 2019-2021, sottoscritto nel 2024, ha consolidato il ruolo unico di assistenza primaria, ha richiamato il Pnrr, ha previsto nuove risorse per le attività territoriali, ha cercato di agganciare la medicina generale al disegno delle Case della Comunità.
L’ACN 2022-2024, firmato nel 2025, riguarda oltre 37 mila medici a ciclo di scelta e circa 24 mila medici ad attività oraria. Prevede aumenti economici, una quota rilevante destinata alle quote fisse capitarie e orarie, e una parte collegata al fondo per le attività delle AFT, legata al raggiungimento di obiettivi.
Sono passaggi importanti. Ma anche qui resta la domanda: bastano? Bastano gli strumenti contrattuali ordinari a cambiare un modello organizzativo così radicato? Bastano incentivi e fondi di AFT se non c’è un disegno uniforme di responsabilità, sedi, équipe e obiettivi? Basta il ruolo unico se non si chiarisce fino in fondo il rapporto tra convenzione e organizzazione del servizio?
La verità è che la contrattazione può accompagnare la riforma, ma non sostituirla. Se la politica non decide l’assetto del sistema, il contratto rischia di diventare il luogo dove si rinvia la decisione.
Il nodo irrisolto: convenzione o dipendenza?
Negli ultimi anni il dibattito si è concentrato su un punto: mantenere la convenzione o introdurre la dipendenza? È una discussione legittima, ma spesso ridotta a contrapposizione ideologica.
Da una parte c’è chi difende la convenzione come garanzia di autonomia professionale, rapporto fiduciario, libertà organizzativa, prossimità. Dall’altra c’è chi sostiene che senza un rapporto di dipendenza, almeno per alcune funzioni, sia impossibile programmare davvero il lavoro nelle Case della Comunità, garantire turni, integrazione, obiettivi e responsabilità.
La proposta più recente (che ormai pare essere tramontata), il cosiddetto doppio canale, provava a tenere insieme le due esigenze: convenzione riformata come modello ordinario e dipendenza selettiva per alcune funzioni nelle Case della Comunità e nell’assistenza territoriale. È stato un tentativo di compromesso. Non eliminava il medico di famiglia convenzionato, ma introduceva la possibilità di un rapporto più direttamente inserito nel Ssn per chi opera in determinate strutture e funzioni.
In parallelo è tornato il tema della formazione: trasformare la medicina generale in una specializzazione universitaria, rafforzare il percorso formativo, renderlo più attrattivo, più solido, più integrato con il sistema. Anche qui si tratta di una proposta ricorrente, che negli anni è entrata e uscita da bozze, deleghe, Patti e disegni di riforma.
Ma il doppio canale, come ogni compromesso, può essere una soluzione o un nuovo rinvio. Dipende da come viene scritto. Dipende da quante risorse lo accompagnano. Dipende da cosa si chiede davvero ai medici. Dipende da come si tutelano i professionisti già convenzionati e da quali prospettive si offrono ai giovani. Dipende, soprattutto, dalla capacità di spiegare ai cittadini che la questione non è lo status giuridico del medico, ma la garanzia di avere cure primarie accessibili, continue, coordinate e di qualità.
Perché ogni riforma si arena
Guardando indietro, colpisce una costante: ogni tentativo individua correttamente il problema, ma non riesce a chiuderlo. Balduzzi aveva capito che servivano aggregazioni e continuità. Il Patto per la Salute aveva capito che il territorio era la chiave della sostenibilità. Gli atti di indirizzo avevano capito che serviva un ruolo unico. Il Pnrr aveva capito che occorrevano infrastrutture e standard. Il DM 77 aveva capito che bisognava disegnare una rete nazionale. Le bozze più recenti hanno capito che il nodo convenzione-dipendenza non può più essere eluso.
Eppure siamo ancora qui.
Le ragioni sono molte. La prima è che la medicina generale è un sistema complesso, non una categoria omogenea. Ci sono medici massimalisti e medici a basso carico, aree urbane e aree interne, Regioni forti e Regioni fragili, studi singoli e medicine di gruppo, cooperative evolute e territori senza servizi, professionisti vicini alla pensione e giovani che vorrebbero modelli più moderni.
La seconda ragione è che il regionalismo sanitario ha prodotto assetti molto diversi. Ciò che in una Regione è già realtà, in un’altra è ancora sperimentazione. Ciò che in una Asl funziona, in quella vicina può non esistere. La riforma nazionale deve quindi fare i conti con ventuno velocità diverse.
La terza ragione è che il personale non si inventa. Si possono costruire Case della Comunità, ma non si possono formare medici, infermieri e specialisti in pochi mesi. Per anni abbiamo programmato male il fabbisogno, sottovalutato i pensionamenti, reso poco attrattive alcune carriere, caricato la medicina generale di compiti amministrativi. Ora il conto arriva tutto insieme.
La quarta ragione è culturale. La medicina generale italiana è nata e cresciuta intorno al rapporto personale tra medico e paziente. Quel rapporto resta un patrimonio. Ma oggi deve vivere dentro una rete. Non si tratta di cancellare la fiducia, ma di organizzarla. Non si tratta di trasformare il medico in burocrate aziendale, ma di liberarlo dall’isolamento. Non si tratta di sostituire lo studio con la Casa della Comunità, ma di farli dialogare.
La riforma come impresa
Ecco perché oggi la riforma della medicina generale sembra un’impresa. Perché non basta più correggere qualche articolo dell’ACN, finanziare qualche incentivo, inaugurare qualche struttura, cambiare il nome delle aggregazioni, aggiungere una sigla. Serve una scelta di sistema.
Serve dire con chiarezza che cosa deve garantire un medico di famiglia nel Ssn del 2030. Serve definire quali attività devono restare nello studio, quali devono essere svolte in équipe, quali devono essere programmate nelle Case della Comunità, quali devono essere collegate alla domiciliarità, quali devono essere integrate con specialisti e servizi sociali.
Serve ridurre la burocrazia inutile, perché un medico sommerso da certificati, piani terapeutici, adempimenti digitali mal progettati e incombenze amministrative non potrà mai diventare il regista della cronicità.
Serve investire sul personale di studio, sugli infermieri, sugli assistenti, sulla diagnostica di primo livello, sulle piattaforme informatiche interoperabili. La medicina generale non si riforma chiedendo al singolo medico di fare tutto da solo. Si riforma costruendo intorno a lui un’organizzazione.
Serve rendere attrattiva la professione per i giovani. Non basta aumentare le borse se poi il percorso resta incerto, il carico cresce, le tutele appaiono deboli, la prospettiva è quella di lavorare da soli con 1.500 assistiti e una montagna di burocrazia. La nuova generazione chiede équipe, formazione, tecnologia, equilibrio di vita, possibilità di carriera, riconoscimento professionale.
Serve infine un patto vero con i cittadini. Perché la riforma della medicina generale non può essere raccontata come una disputa tra sindacati, Regioni e ministero. Deve essere spiegata come la condizione per garantire a ogni persona un punto di accesso certo, un medico presente, una rete di servizi, una risposta appropriata prima che il bisogno diventi urgenza.
Il rischio finale: cure primarie per chi può pagarle
Il punto politico, alla fine, è tutto qui. Se la medicina generale non cambia, se il territorio resta debole, se le Case della Comunità non vengono riempite di personale, servizi e funzioni reali, se non si investono risorse serie e strutturali, il vuoto non resterà vuoto. Verrà occupato da qualcun altro.
Il rischio è che, a forza di rinviare la riforma, le cure primarie finiscano progressivamente nelle mani del privato. Non necessariamente per una scelta dichiarata, non con un grande atto di privatizzazione formale, ma per consunzione del pubblico. Accade già quando un cittadino non trova il medico di famiglia, quando deve aspettare settimane per una risposta, quando non riesce a essere preso in carico, quando la cronicità resta frammentata tra ricette, visite, urgenze e pronto soccorso. A quel punto chi può pagare cerca soluzioni altrove: ambulatori privati, pacchetti di medicina generale privata, check up, piattaforme digitali, assicurazioni, servizi domiciliari a pagamento.
È questa la deriva più pericolosa. Un Servizio sanitario nazionale che non riesce più a garantire cure primarie forti, accessibili e continue apre inevitabilmente la strada a un doppio binario: da una parte chi può permettersi una medicina territoriale rapida, organizzata e privata; dall’altra chi resta in attesa dentro un pubblico impoverito, con meno medici, meno tempo, meno prossimità.
E allora la riforma della medicina generale non è più soltanto una questione contrattuale, sindacale o organizzativa. È una questione di uguaglianza. Perché le cure primarie sono la porta d’ingresso del Ssn. Se quella porta si restringe, o si apre solo per chi ha reddito, il principio universalistico viene colpito nel suo punto più sensibile.
L’ultima occasione?
Il 2026 è una data simbolica. È l’anno dei target Pnrr, l’anno in cui le Case della Comunità dovrebbero dimostrare se sono davvero il cuore della nuova sanità territoriale o solo l’ennesimo progetto incompiuto. È anche l’anno in cui la questione della medicina generale torna sul tavolo con una forza nuova: perché senza medici di famiglia non c’è DM 77 che tenga, non c’è Pnrr che basti, non c’è prossimità che funzioni.
La domanda, dunque, non è più se riformare. La domanda è se siamo ancora in tempo per farlo in modo credibile.
Per riuscirci bisogna evitare due errori opposti. Il primo è pensare che tutto si risolva con la dipendenza. Non è così. Il secondo è pensare che tutto possa restare com’è, magari aggiungendo qualche ora in più nelle Case della Comunità. Non è così nemmeno questo.
La sfida è più difficile: tenere insieme fiducia e organizzazione, autonomia e responsabilità pubblica, prossimità e standard, libertà professionale e obblighi di servizio, studio del medico e Casa della Comunità, cronicità e urgenza, medicina d’iniziativa e risposta quotidiana.
È un equilibrio complicato. Ma è l’unico possibile.
Quindici anni di tentativi ci consegnano una lezione netta: la medicina generale non si cambia per slogan. Non bastano le formule, non bastano le sigle, non bastano le bozze. Servono decisioni, risorse, tempi, responsabilità e monitoraggio. Serve soprattutto il coraggio di dire che il vecchio modello ha dato molto al Paese, ma oggi non basta più.
Il medico di famiglia resta una figura essenziale del Servizio sanitario nazionale. Forse, mai come oggi, ne abbiamo bisogno. Ma proprio per questo va messo nelle condizioni di lavorare in un sistema nuovo, non lasciato a presidiare da solo un territorio che cambia, invecchia e chiede risposte sempre più complesse.
La riforma della medicina generale è diventata un’impresa. Ma è un’impresa dalla quale dipende una parte decisiva del futuro del Ssn. Continuare a rinviarla significa accettare che il territorio resti il grande incompiuto della sanità italiana. Significa lasciare soli i medici, disorientati i cittadini, sovraccarichi gli ospedali. E significa, soprattutto, consegnare progressivamente al mercato ciò che il Servizio sanitario nazionale non riesce più a garantire.
Le imprese difficili, se sono necessarie, non si rinviano all’infinito. Si affrontano. Con risorse vere, regole chiare, coraggio politico e una visione nuova della medicina generale che non può ridursi a 6 ore a settimana nelle Case della Comunità.
12 Giugno 2026
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