Tra informazioni non condivise e percorsi poco chiari il passaggio da ospedale e territorio può essere un’odissea per i pazienti. Per il 39% dei professionisti è il punto più fragile. La survey di Qs

Tra informazioni non condivise e percorsi poco chiari il passaggio da ospedale e territorio può essere un’odissea per i pazienti. Per il 39% dei professionisti è il punto più fragile. La survey di Qs

Tra informazioni non condivise e percorsi poco chiari il passaggio da ospedale e territorio può essere un’odissea per i pazienti. Per il 39% dei professionisti è il punto più fragile. La survey di Qs

Quinta Quick Survey realizzata per il nostro giornale dal team Market Research di Homnya su 477 operatori sanitari. Le principali discontinuità emergono nel passaggio dal setting ospedaliero al territorio, seguito dai ritardi tra diagnosi e presa in carico e dalle criticità nel follow-up. Il 44% indica come priorità un maggiore coordinamento tra ospedale, territorio e farmacia.

Il patient journey resta uno dei punti più fragili del sistema sanitario. Non perché manchino sempre competenze cliniche o strumenti terapeutici, ma perché il percorso del paziente continua a interrompersi proprio nei passaggi più delicati: dopo la dimissione, tra ospedale e territorio, nel follow-up, nella gestione delle comorbidità, nella trasmissione delle informazioni tra professionisti.

È questa la fotografia che emerge dalla quinta Quick Survey di Quotidiano Sanità, realizzata dal team Market Research di Homnya, alla quale hanno risposto 477 operatori sanitari. Il campione è composto in larga parte da medici specialisti, pari al 72%, a cui si aggiungono medici di medicina generale, farmacisti territoriali e ospedalieri, direzioni sanitarie e altre professioni sanitarie.

Il dato più forte riguarda il punto in cui la continuità del percorso tende a rompersi. Il 39% dei rispondenti indica come passaggio più critico quello dal setting ospedaliero al territorio. Seguono la fase dalla diagnosi alla prima presa in carico, segnalata dal 21%, il follow-up o monitoraggio, indicato dal 17%, e la gestione delle comorbidità, al 14%. Più distanziati la fase dalla prescrizione all’avvio della terapia, al 6%, e i cambi di terapia, al 4%.

Il messaggio è netto: il problema del patient journey non si concentra solo sull’accesso iniziale o sul momento prescrittivo. Si manifesta soprattutto quando il paziente deve passare da un setting all’altro, quando esce dal perimetro più protetto dell’ospedale e deve continuare il percorso sul territorio.

“Il dato più rilevante è che quasi quattro citazioni su dieci riguardano ciò che accade dopo l’ospedale”, osserva Gadi Schoenheit, Business Unit Director Market Research di Homnya. “Questo significa che il punto fragile non è soltanto la singola prestazione, ma la continuità del percorso. Il problema non è il singolo passaggio che non funziona, ma un sistema che spesso fatica a tenere insieme tutti gli attori della cura”.

Anche la percezione sull’entità del problema conferma che la discontinuità non riguarda solo casi marginali. Il 39% dei rispondenti ritiene che oggi la continuità di cura sia insufficiente in una quota compresa tra il 25% e il 49% dei pazienti. Il 31% la colloca tra il 10% e il 24%. Ma c’è anche un 17% che parla del 50-74% dei pazienti e un ulteriore 5% che supera addirittura il 75%.

In altre parole, per una quota rilevante di professionisti il problema della continuità non è episodico. È un elemento ricorrente nella gestione del paziente.

Alla domanda sulle cause principali della discontinuità, il quadro diventa ancora più chiaro. Il 34% indica le informazioni non condivise tra professionisti. Seguono i tempi troppo lunghi tra un passaggio e l’altro, al 28%, il percorso poco chiaro per il paziente, al 16%, i ruoli poco definiti tra ospedale, territorio e farmacia, al 13%, e la carenza di servizi di follow-up, al 6%.

La seconda risposta disponibile rafforza ulteriormente questa lettura: tornano con forza i ruoli poco definiti tra ospedale, territorio e farmacia, la carenza di servizi di follow-up e i tempi troppo lunghi tra i diversi passaggi. Il filo conduttore è evidente: il patient journey non si rompe solo perché manca una prestazione, ma perché manca spesso un’organizzazione visibile, condivisa e comprensibile del percorso.

“Le informazioni non condivise sono il vero cortocircuito del sistema”, sottolinea Giada Bassani, Senior Market Research di Homnya. “Il paziente attraversa professionisti, setting e servizi diversi, ma troppo spesso il percorso non viaggia con lui. Se le informazioni non circolano, la presa in carico diventa più fragile e il paziente rischia di diventare il principale vettore del proprio percorso”.

Il tema è ancora più rilevante in un momento in cui la sanità parla continuamente di digitalizzazione, interoperabilità e integrazione dei dati. La survey suggerisce però che, nella pratica quotidiana, la continuità informativa resta uno dei punti più deboli. Non basta avere dati disponibili in astratto: serve che siano accessibili, utilizzabili, condivisi e inseriti in responsabilità chiare.

La risposta dei professionisti davanti a una rottura del percorso è significativa. Il 43% dichiara di fornire istruzioni aggiuntive a paziente o caregiver. Il 20% rafforza il follow-up diretto. Il 13% coinvolge un altro professionista o servizio, mentre il 9% reindirizza il paziente a un diverso setting. Ma c’è anche un 16% che dichiara di non avere strumenti per intervenire in modo strutturato.

È un punto centrale. Il professionista prova spesso a compensare i limiti organizzativi del sistema con azioni individuali: più spiegazioni, più follow-up, più orientamento, più coinvolgimento di altri servizi. Ma questa risposta resta spesso personale, non strutturale.

“Quello che emerge è un professionista che cerca di tenere insieme il percorso con strumenti propri”, commenta Schoenheit. “Ma se la risposta alla discontinuità dipende dall’iniziativa del singolo medico, farmacista o servizio, il sistema resta vulnerabile. La continuità non può essere affidata solo alla buona volontà dei professionisti”.

Le conseguenze della rottura del percorso sono concrete. Il 23% dei rispondenti indica come effetto più frequente il ritardo nel controllo clinico. Il 22% segnala l’aumento di accessi evitabili. Il 21% parla di interruzioni o errori nel trattamento. Seguono la perdita di fiducia del paziente nel percorso, al 17%, e la duplicazione di visite o esami, al 12%.

Non siamo quindi davanti a una criticità solo organizzativa. Quando il percorso si interrompe, il paziente può arrivare più tardi al controllo clinico, ripetere visite o esami, accedere impropriamente ai servizi, interrompere o gestire male il trattamento. E, soprattutto, può perdere fiducia nel percorso.

“Il dato sulla fiducia è meno numericamente dominante, ma molto importante”, osserva Bassani. “Quando il paziente percepisce che nessuno tiene davvero insieme il suo percorso, non si produce solo un ritardo organizzativo. Si indebolisce il rapporto con il sistema di cura. E questo può avere effetti anche sull’aderenza, sul follow-up e sulla capacità del paziente di restare agganciato al percorso”.

La survey dialoga infatti con temi già emersi in altre rilevazioni: accesso, aderenza terapeutica, ritardi, ruolo del territorio, continuità informativa. In questa quinta indagine il punto di osservazione si sposta sull’intero patient journey, mostrando come molti problemi non siano isolati, ma collegati tra loro.

La domanda finale guarda alle priorità per migliorare la continuità di cura. La risposta è netta: il 44% indica come intervento principale più coordinamento tra ospedale, territorio e farmacia. Al secondo posto la presa in carico dedicata o case manager, con il 21%. Segue il migliore scambio di informazioni tra professionisti, al 20%. Molto più distanziati i follow-up standardizzati, al 7%, i materiali semplici per paziente e caregiver, al 4%, e gli strumenti digitali condivisi, sempre al 4%.

Il dato sul digitale va letto con attenzione. Non significa che il digitale non serva. Significa che, da solo, non viene percepito come la risposta principale. Prima degli strumenti vengono coordinamento, responsabilità, presa in carico e flussi informativi reali.

“Anche qui il messaggio è molto pragmatico”, spiega Bassani. “I professionisti non chiedono tecnologia in astratto. Chiedono coordinamento, ruoli chiari, informazioni che circolano e qualcuno che accompagni il paziente nei passaggi più fragili. Il digitale può essere decisivo solo se abilita questo modello, non se resta un contenitore separato”.

Il quadro che emerge dalla quinta Quick Survey di Quotidiano Sanità è dunque quello di un patient journey complesso, discontinuo e ancora troppo dipendente dalla capacità dei singoli professionisti di compensare le fratture organizzative. Il paziente non si perde necessariamente perché manca una cura. Si perde quando il sistema non riesce a garantire continuità tra diagnosi, presa in carico, dimissione, territorio, follow-up e gestione delle comorbidità.

La sfida non è soltanto migliorare un singolo passaggio. È ridisegnare l’intero percorso come una sequenza governata, leggibile e condivisa.

“Il punto chiave è l’organizzazione della sanità locale”, conclude Schoenheit. “La survey mostra professionisti consapevoli e attivi, ma anche un sistema che deve fare un salto di qualità nella gestione del percorso. Il patient journey non può essere una somma di passaggi: deve diventare una responsabilità condivisa”.

Perché la continuità di cura non si misura solo nel numero di prestazioni erogate, ma nella capacità del sistema di non lasciare il paziente solo proprio quando cambia setting, professionista o fase della malattia.

Ed è lì, nel passaggio tra ospedale e territorio, che oggi il percorso sembra rompersi più spesso.

Se desideri approfondire un tema specifico attraverso una quick survey scrivici a: [email protected]


19 Giugno 2026

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