La Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Sinpia) chiede che il dibattito sulla disciplina dell’imputabilità dei minori sia essere affrontato “con il massimo rigore scientifico, giuridico e culturale”, perché “si tratta di un tema di straordinaria rilevanza, che richiede un confronto approfondito e interdisciplinare e che non può essere affrontato attraverso semplificazioni o contrapposizioni ideologiche”.
“In questi giorni il dibattito è stato arricchito da autorevoli contributi di colleghi, che hanno espresso motivate perplessità sulla proposta di modifica normativa – dichiara in una nota Elisa Fazzi, presidente Sinpia – La nostra società scientifica ritiene che tali riflessioni pongano questioni importanti e condivisibili, soprattutto laddove richiamano la necessità che ogni eventuale riforma sia sostenuta da solide evidenze scientifiche e accompagnata da un rafforzamento degli strumenti di prevenzione, cura e tutela dei minori”.
Dati essenziali, ma non devono essere letti in modo strumentale
La Sinpia sottolinea inoltre la necessità di richiamare l’attenzione sull’importanza di un corretto utilizzo dei dati. “Il tema della violenza minorile è estremamente complesso e non può essere descritto attraverso letture parziali o interpretazioni strumentali delle statistiche. Molti degli indicatori comunemente utilizzati nel dibattito pubblico risentono infatti di fattori normativi, culturali e organizzativi: il numero delle denunce dipende anche dalla propensione a denunciare, dalle modalità di rilevazione e dall’intensità dell’attività investigativa; analogamente, l’aumento degli ingressi negli istituti penali minorili riflette anche le recenti modifiche legislative e non può essere interpretato automaticamente come prova di un incremento della criminalità”.
Anche i dati relativi ai reati più gravi, come gli omicidi commessi da minorenni, per la Sinpia richiedono particolare cautela interpretativa. “Si tratta fortunatamente di eventi molto rari, che coinvolgono da decenni tra 20 e 30 minori all’anno, con oscillazioni numeriche fisiologiche che non consentono di trarre conclusioni sull’esistenza di un trend in crescita. Analogamente, il numero complessivo degli omicidi in Italia è passato da circa 2.000 nel 1990 a 326 nel 2024, confermando un andamento di lungo periodo in costante diminuzione, nonostante le fisiologiche oscillazioni annuali”.
Disagio giovanile e allarme sociale: “Servono analisi rigorose dei fenomeni”
“Il dibattito pubblico sui cosiddetti ‘baby killer’ è stato talvolta alimentato da letture non corrette dei dati disponibili, mentre un’analisi rigorosa mostra come non vi siano evidenze di un aumento tale da giustificare rappresentazioni allarmistiche – afferma Antonella Costantino, past president Sinpia – Analogamente, anche l’incremento della popolazione detenuta negli istituti penali minorili non può essere interpretato automaticamente come indice di una maggiore criminalità, poiché risente delle recenti modifiche normative e delle modalità con cui viene applicata la legislazione vigente. Le politiche pubbliche devono fondarsi su dati affidabili, raccolti con metodologie omogenee e interpretati nel contesto delle numerose variabili demografiche, sociali e culturali che influenzano questi fenomeni”.
“Ciò – precisa la Società Scientifica – non significa sottovalutare il disagio che molti professionisti osservano quotidianamente nei servizi di neuropsichiatria infantile, nelle scuole e nei contesti educativi. Assistiamo a situazioni di crescente complessità clinica e sociale, con manifestazioni di sofferenza psicologica, impulsività, comportamenti aggressivi e difficoltà relazionali che richiedono risposte tempestive, competenti e coordinate. D’altro canto, è difficile non correlare il fenomeno della delinquenza minorile con il crescente disagio minorile, pur nella consapevolezza che tale relazione non possa essere ricondotta a un semplice rapporto di causa-effetto”.
“Si tratta di una questione di rilevanza globale che attraversa tutti i contesti di vita degli adolescenti, non solo quelli giudiziari – sottolinea Salvatore Ferdinando Aruta, coordinatore sezione giovani della Sinpia – I dati europei documentano una vera e propria emergenza di salute mentale in età evolutiva: secondo l’OMS, un adolescente su sette tra i 10 e i 19 anni presenta un disturbo mentale. In Italia, le stime indicano che circa il 10-20% di bambini e adolescenti soffre di disturbi neuropsichici. Tra i giovani coinvolti nei sistemi della giustizia minorile il quadro è ancora più complesso: la letteratura internazionale documenta che tra il 50% e l’80% presenta uno o più disturbi psichiatrici”.
“Sarebbe tuttavia oltremodo semplicistico spiegare il fenomeno esclusivamente in chiave psicopatologica – commenta Rosamaria Siracusano, coordinatore della sezione di psichiatria dell’età evolutiva della Sinpia – Non può inoltre essere trascurata l’evidenza che una quota rilevante dei minori coinvolti in procedimenti penali proviene da contesti di svantaggio socioeconomico, spesso caratterizzati da eventi di vita avversi. La letteratura scientifica documenta come i fattori socio-ambientali sfavorevoli aumentino il rischio sia di sviluppare disturbi neuropsichici sia di mettere in atto comportamenti antisociali, favorendo più facilmente l’ingresso nei circuiti della giustizia e consolidando percorsi di esclusione anziché interromperli. La riforma si inserisce pertanto in un contesto estremamente complesso e delicato”.
Dal punto di vista neuropsichiatrico, spiega la Società Scientifica, “è fondamentale ricordare che lo sviluppo dell’adolescente è caratterizzato da un’elevata variabilità individuale. La maturazione emotiva, il controllo degli impulsi, la capacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni e la consapevolezza del significato del proprio comportamento non dipendono unicamente dall’età anagrafica. Sappiamo che la capacità di intendere e di volere non matura in modo improvviso al compimento di una determinata età, ma si sviluppa gradualmente lungo un arco temporale che si estende ben oltre l’adolescenza. Al tempo stesso, essere minorenni o adolescenti non può in alcun modo costituire una giustificazione per comportamenti violenti o per la commissione di reati. Proprio per questo motivo la valutazione della capacità di intendere e di volere deve continuare a fondarsi su un accertamento individuale, evitando automatismi che rischiano di non cogliere la complessità del percorso evolutivo”.
Alla luce di tali evidenze, per la Sinpia suscita inoltre “rilevanti perplessità” l’ipotesi di porre a carico della difesa l’onere della prova dell’incapacità di intendere e di volere. “Una simile impostazione rischia infatti di ampliare le disuguaglianze, poiché nei contesti socialmente ed economicamente più svantaggiati l’accesso a consulenze specialistiche e agli strumenti necessari per documentare adeguatamente la condizione del minore può risultare più difficile”.
Anche il confronto internazionale, spiega la Società Scientifica, “dimostra come non esista un modello unico di imputabilità dei minori. Le diverse soglie previste nei Paesi europei riflettono equilibri differenti tra evidenze scientifiche, tradizioni giuridiche e organizzazione dei sistemi di tutela. Ciò conferma che la scelta della soglia di imputabilità rappresenta una decisione di politica legislativa che deve essere accompagnata da adeguate garanzie e da efficaci strumenti di intervento”
Responsabilità e recupero devono procedere insieme
La Sinpia ritiene che il tema dell’imputabilità non debba essere interpretato esclusivamente come una questione di punibilità. “Per una società scientifica che si occupa dello sviluppo del bambino e dell’adolescente, la responsabilità rappresenta soprattutto la possibilità di attivare interventi realmente efficaci nei confronti dei minori autori di reato. Ogni ragazzo deve poter accedere a percorsi qualificati di valutazione neuropsichiatrica e psicologica, di cura, di riabilitazione e di accompagnamento educativo, che favoriscano la comprensione del proprio comportamento, la responsabilizzazione e una concreta possibilità di crescita ed evoluzione positiva, proprio per prevenire possibili nuovi reati successivi”.
“La tutela delle vittime, la sicurezza della collettività e il recupero del minore autore di reato non sono obiettivi alternativi, ma devono procedere insieme”, sottolinea la Società Scientifica. “Per questo motivo riteniamo che nessuna modifica della disciplina dell’imputabilità possa, da sola, risolvere un problema così complesso. Un confronto costruttivo non può prescindere dal potenziamento della rete tra i Servizi di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, i Servizi Sociali, la scuola e l’Autorità Giudiziaria minorile, affinché i minori in situazioni di vulnerabilità o autori di reato possano beneficiare di interventi tempestivi, integrati e continuativi”.
Per la Sinpia, inoltre, “affrontare il tema della sicurezza esclusivamente attraverso l’inasprimento della risposta sanzionatoria non è sufficiente se non si interviene contestualmente sui modelli educativi, sulla vulnerabilità individuale, sui fattori sociali, sull’inclusione e sul sostegno alle famiglie. La letteratura scientifica internazionale dimostra infatti che la prevenzione e l’intervento precoce rappresentano gli strumenti più efficaci per ridurre il rischio di comportamenti antisociali, interrompere i meccanismi che conducono alla marginalizzazione, favorire il reinserimento e prevenire la recidiva”.
L’appello al legislatore: “Confronto stabile con società scientifiche e servizi”
Come società scientifica, la Sinpia ritiene, infine, che “il nostro compito sia esprimere un semplice giudizio favorevole o contrario rispetto a una proposta legislativa. Il nostro dovere è offrire al legislatore, alle istituzioni e all’opinione pubblica le migliori conoscenze scientifiche disponibili, affinché ogni scelta sia fondata sulle evidenze e orientata alla tutela dello sviluppo dei minori, alla protezione delle vittime e all’interesse dell’intera collettività. Per questo chiediamo che il confronto parlamentare coinvolga stabilmente le società scientifiche, la magistratura minorile, il mondo della scuola, i servizi sanitari e sociali e tutti i professionisti che quotidianamente operano con bambini e adolescenti. Solo un approccio realmente integrato, sostenuto da adeguate risorse e fondato sulle evidenze scientifiche, può offrire una risposta efficace e duratura a un fenomeno tanto complesso quanto rilevante per il futuro della nostra società”.