Ventitré medici perquisiti in nove città, uno solo indagato. È il bilancio dell’operazione disposta dalla Procura di Ravenna sui cosiddetti certificati “anti-Cpr”, rilasciati per attestare l’inidoneità al trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio. Per Nicola Cocco, infettivologo della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, l’ipotesi è associazione a delinquere finalizzata alla formazione di certificati falsi. Per gli altri ventidue, la perquisizione non corrisponde ad alcuna iscrizione nel registro degli indagati.
Una storia che pone due errori opposti da evitare. Il primo è pensare che il medico, quando visita una persona destinata a un Cpr, diventi una specie di funzionario dell’espulsione, chiamato a facilitare con la propria firma una decisione amministrativa già presa altrove. Il secondo è immaginare che l’autonomia professionale sia una zona franca nella quale, in nome di un convincimento politico, si possa usare la certificazione medica per produrre un risultato diverso da quello che la valutazione clinica consentirebbe. Né l’una né l’altra cosa appartengono alla medicina.
È da qui che bisognerebbe guardare all’inchiesta. Non dalle opinioni politiche dei medici coinvolti, non dalle reazioni della politica, ma dalla natura stessa dell’atto medico: un medico deve essere libero di decidere secondo scienza e coscienza, e proprio per questo deve rispondere di ciò che certifica.
Cosa è successo il 16 settembre
Il tema è tornato al centro dell’attenzione quando la Procura ravennate ha disposto perquisizioni personali, locali e informatiche nei confronti di 23 medici – quasi tutti infettivologi e psichiatri – in nove città: Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese. Di questi, uno solo risulta indagato: Nicola Cocco, infettivologo della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, già consulente del Garante nazionale dei detenuti, che gli inquirenti considerano una sorta di punto di riferimento per i colleghi coinvolti. Per lui l’ipotesi è pesante, : associazione a delinquere finalizzata alla formazione di certificati falsi. Per gli altri ventidue, la perquisizione non corrisponde ad alcuna iscrizione nel registro degli indagati.
È una precisazione tutt’altro che secondaria. Fabio Anselmo, l’avvocato che assiste cinque dei medici perquisiti – nessuno dei quali indagato – ha raccontato di professionisti svegliati prima delle sei del mattino, accompagnati in questura, con telefoni e computer sequestrati: “trattati come criminali mafiosi”.
Il contesto dei Cpr
I medici coinvolti operavano in un contesto – quello dei Cpr – sul quale esistono documentate preoccupazioni relative alle condizioni di salute dei trattenuti. Il secondo rapporto di monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione, pubblicato a gennaio 2026, documenta che nei centri “il diritto alla salute è sistematicamente compromesso: ritardi nell’accesso alle cure, difficoltà nella continuità terapeutica e carenze nel coordinamento con i servizi territoriali”. Viene documentato l’uso improprio di psicofarmaci, autolesionismi e tentativi di suicidio. I Cpr, si legge, “non si limitano ad accogliere fragilità preesistenti, sono un sistema patogeno che genera deterioramento psicofisico”.
Non è una posizione isolata. Il Garante nazionale ha segnalato “esigenze di manutenzione nei servizi igienici”, “carenza di arredi”, “limitata disponibilità di attività ricreative” e la necessità di “garantire l’indipendenza delle valutazioni mediche di idoneità all’ingresso nel Cpr”. A Ponte Galeria, nel 2025, sono stati registrati 36 eventi critici, di cui 23 atti anticonservativi. Nicola Cocco stesso, in un report per Antigone, ha raccontato di aver visionato “centinaia di valutazioni di idoneità, che quasi sempre risultano essere semplici nulla osta che escludono delle patologie infettive contagiose, ma che non prendono in considerazione lo stato di salute effettivo della persona, dal punto di vista fisico e mentale”.
Questo contesto non giustifica nulla. Ma aiuta a capire perché la questione è esplosiva.
Una storia che non nasce oggi
L’inchiesta non parte dal nulla. A Ravenna erano già stati coinvolti otto medici del reparto di Malattie infettive, ai quali la Procura contestava falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio per 34 certificati di non idoneità ai Cpr rilasciati tra il settembre 2024 e il gennaio 2026. A marzo il Gip aveva disposto per tre di loro l’interdizione dalla professione per dieci mesi, e per gli altri cinque il divieto di occuparsi dei certificati relativi ai Cpr. Ad aprile il Tribunale del Riesame di Bologna ha confermato le tre misure interdittive.
Sono misure cautelari, non sentenze definitive. Ed è proprio per questo che il garantismo non può essere una parola da usare soltanto quando riguarda chi la pensa come noi. Ma il garantismo non significa nemmeno ignorare le ipotesi investigative perché toccano una professione che gode di una particolare autonomia.
Il punto di vista della professione
La vicenda ha mobilitato per la seconda volta la Fnomceo. Il presidente Filippo Anelli ha ribadito che i medici “non sono ausiliari delle politiche di sicurezza” e che il loro compito resta curare, chiedendo il rispetto della presunzione di innocenza; ma ha anche ricordato che il rispetto delle regole e la libertà del giudizio clinico non sono principi in conflitto.
C’è però una voce interna alla professione che legge la vicenda in modo diverso. Antonello D’Elia, presidente della Società Italiana di Psichiatria Democratica, ha scritto una lettera a Quotidiano Sanità in cui non parla di “due errori opposti”: parla di medici “dal curriculum specchiato” accusati di “associarsi contro lo Stato”, e definisce la vicenda “professionalmente intollerabile, oltre che eticamente scandaloso”. D’Elia richiama la necessità di verificare “la veridicità/falsità delle certificazioni di idoneità emesse per quelle persone che, inserite in CPR, si sono tolte la vita o ci sono andate molto vicino”, e denuncia “l’adeguatezza delle ricette mediche esorbitanti di psicofarmaci, alcuni dei quali costosi, finalizzati a silenziare sintomi comportamentali e non a trattare appropriatamente chi potrebbe essere affetto da patologie meritevoli di adeguate cure”.
Un’opinione non è un reato. Ma un reato non si giustifica con un’opinione
Un medico può essere contrario ai Cpr. Può ritenere sbagliata una determinata politica migratoria, manifestare, scrivere, partecipare a iniziative politiche, contestare pubblicamente una legge. Nulla di tutto questo dimostra che abbia commesso un reato. Ma vale anche il contrario: usare deliberatamente una certificazione medica per ottenere un risultato politico – se quella certificazione non corrisponde alla valutazione clinica – è tutt’altra cosa.
È precisamente questo che l’inchiesta dovrà accertare. Non se un medico sia favorevole o contrario ai Cpr. La domanda è più concreta: che cosa ha visto il medico, che cosa ha valutato, e che cosa ha scritto? Se tra questi tre momenti esistesse una divergenza consapevole e strumentale, il problema smetterebbe di essere l’opinione politica del professionista e diventerebbe l’uso della sua funzione.
L’autonomia medica non è il diritto di scrivere ciò che si vuole, ma la condizione che permette al medico di scrivere ciò che ritiene clinicamente vero senza subire pressioni esterne, in nessuna direzione. La politica non può trasformare il medico in un funzionario dell’espulsione, e il medico non può trasformare la propria autonomia in uno strumento per aggirare una legge che non condivide. Il primo principio protegge la medicina dalla politica. Il secondo protegge la legge da un uso improprio della medicina.
Il nodo del coordinamento
C’è un elemento che merita cautela: l’eventuale coordinamento tra professionisti. Se le conversazioni acquisite dovessero dimostrare un sistema organizzato per usare le certificazioni di non idoneità come strumento sistematico di opposizione ai Cpr, sarebbe un elemento rilevante per gli inquirenti. Ma anche qui va evitato un cortocircuito. Un conto è dimostrare l’esistenza di un orientamento ideologico condiviso. Un altro è dimostrare che quell’orientamento abbia prodotto, caso per caso, certificazioni false. Le due cose possono anche essere collegate, ma la prima non dimostra automaticamente la seconda.
Perché la fiducia conta più delle opinioni
La fiducia nella medicina si fonda sulla convinzione che, quando entra in uno studio o in un reparto, il medico non stia decidendo in funzione di un interesse politico, economico o amministrativo, ma stia valutando una persona e il suo stato di salute. Se quella fiducia viene meno, l’autonomia professionale perde parte della sua ragione d’essere.
Per questo difendere l’autonomia medica non deve essere una difesa corporativa. Non è un privilegio del medico: è una garanzia per il cittadino. Ma proprio perché è una garanzia, richiede rigore. Il medico deve poter dire che una persona è idonea o non idonea senza che qualcuno gli suggerisca quale risposta convenga al governo, alla polizia o alla politica migratoria del momento. La stessa libertà, però, gli impone di rispondere di ciò che visita, valuta e certifica.
Il medico può dissentire dalla legge, contestarla, battersi perché cambi, persino considerarla profondamente ingiusta. Ma quando indossa il camice e firma un certificato, il suo compito non deve essere concorrere a un esito politico in cui rivede l proprie convinzioni. Se questo principio vale per chi vorrebbe accelerare un’espulsione, deve valere anche per chi vorrebbe impedirla.
Prima vengono i fatti. Poi le responsabilità. Solo alla fine, eventualmente, le condanne. Nel frattempo, una cosa si può già dire: l’autonomia del medico va difesa – e proprio per questo non va trasformata in una licenza di disobbedienza.