Gentile direttore,
il nuovo Programma Nazionale della Ricerca Sanitaria 2026-2028 segna un’evoluzione interessante nell’impostazione della ricerca finanziata dal Servizio sanitario nazionale. Il testo, approvato a maggio dal Comitato tecnico sanitario e trasmesso alle Regioni, rafforza infatti il peso della ricerca organizzativa, della medicina personalizzata, dell’intelligenza artificiale e dei dati sanitari, dell’assistenza territoriale e soprattutto della trasferibilità dei risultati nella pratica del SSN.
È un passaggio importante. Significa riconoscere che la ricerca sanitaria non può limitarsi a produrre nuove conoscenze biologiche, farmacologiche o tecnologiche, ma deve interrogarsi anche su ciò che accade nei servizi, nei percorsi assistenziali e nella vita concreta delle persone.
Proprio questa apertura rende però più visibile un limite che merita attenzione: la dimensione psicologica della salute continua a rimanere sostanzialmente implicita.
Nel documento BENÈPSYS che accompagna queste riflessioni abbiamo cercato di chiarire perché non si tratti di una rivendicazione disciplinare né, tanto meno, della richiesta di aggiungere al Programma un capitolo dedicato alla psicologia. Il problema riguarda il modello scientifico attraverso il quale osserviamo la salute.
Il PNRS richiama i determinanti biologici, ambientali, sociali e comportamentali. Ma “comportamentale” e “psicologico” non sono sinonimi. Il comportamento è ciò che una persona fa; la dimensione psicologica comprende anche ciò che orienta quel comportamento: percezioni, aspettative, credenze, motivazioni, processi cognitivi ed emotivi, caratteristiche di personalità, capacità di autoregolazione, percezione di efficacia e di controllo.
A ciò si aggiunge la dimensione relazionale: la qualità dei legami, il supporto sociale, la fiducia, i conflitti, l’appartenenza e la stessa relazione di cura. Sono fattori che possono agire come risorse o vulnerabilità e che interagiscono continuamente con i processi biologici, sociali e ambientali.
Non considerarli esplicitamente rischia di produrre una singolare contraddizione. Da una parte si vuole una ricerca sempre più personalizzata e attenta agli esiti reali; dall’altra si rischia di lasciare fuori dal modello una parte essenziale di ciò che rende ogni persona diversa da un’altra.
Pensiamo alla prevenzione. Due persone possono ricevere la stessa informazione sanitaria ma valutarne diversamente il rischio; possono aderire o meno a uno screening sulla base di paure, convinzioni o aspettative differenti. Nella cronicità, l’aderenza terapeutica non dipende soltanto dalla disponibilità di una cura, ma anche dal significato che quella cura assume per la persona, dalla fiducia, dalla motivazione e dalle risorse di adattamento. Lo stesso vale per riabilitazione, stili di vita, domanda di assistenza e capacità di autogestione.
Se queste variabili non entrano nei disegni di ricerca possiamo sapere che cosa accade, ma comprendere meno bene perché accade. Possiamo inoltre non cogliere perché persone esposte a condizioni cliniche e sociali simili presentino traiettorie ed esiti differenti.
Non si parte, peraltro, da zero. Lo stesso PNRS valorizza PROMs e PREMs, gli strumenti che raccolgono rispettivamente gli esiti e l’esperienza delle cure riferiti direttamente dai pazienti. È già il riconoscimento che la valutazione della salute e dell’assistenza non può essere affidata esclusivamente a parametri osservati dall’esterno.
Il passo ulteriore dovrebbe essere collocare con chiarezza questa impostazione dentro una cornice biopsicosociale. Non tre compartimenti – biologico, psicologico e sociale – da affiancare tra loro, ma livelli interagenti di uno stesso processo di salute e malattia.
Da questa impostazione derivano alcune indicazioni molto concrete: esplicitare i fattori psicologici e relazionali tra i determinanti della salute quando pertinenti; favorire disegni di ricerca realmente interdisciplinari; misurare variabili quali stress, aspettative, motivazione, personalità e autoregolazione; integrare, dove appropriato, outcome di benessere psicologico, funzionamento, qualità della vita e supporto sociale; studiare infine il ruolo di queste variabili come determinanti, mediatori e moderatori degli esiti di salute. Sono le cinque proposte operative formulate da BENÈPSYS per l’attuazione del Programma.
Il PNRS 2026-2028 ha il merito di voler avvicinare la ricerca ai bisogni reali del SSN e delle persone. La proposta non è quindi di cambiarne la direzione, ma di portarne fino in fondo la logica.
Perché una ricerca davvero centrata sulla persona non può studiare soltanto ciò che accade alla persona. Deve poter comprendere anche ciò che accade nella persona, tra le persone e nell’interazione tra persona e contesto.
E questa non è un’aggiunta “psicologica” alla ricerca sanitaria. È una condizione per renderla più completa, più esplicativa e, in definitiva, più utile alla salute.
David Lazzari
Presidente BENÈPSYS – Osservatorio Benessere Psicologico e Salute