Sanità laziale, il paradosso dell’utile accentrato e delle perdite decentrate

Sanità laziale, il paradosso dell’utile accentrato e delle perdite decentrate

Sanità laziale, il paradosso dell’utile accentrato e delle perdite decentrate

Nel 2025 sette aziende ospedaliere del Lazio e l'Ares 118 perdono 657 milioni, ripianati con l'utile della Gestione sanitaria accentrata. Una procedura legittima che apre una domanda: dove si forma davvero l'equilibrio del servizio sanitario regionale?

Il Lazio ripiana 657 milioni di rosso degli ospedali con l’utile della GSA. Una procedura contabilmente prevista che apre però una domanda sostanziale: dove si forma davvero l’equilibrio economico del servizio sanitario?

Ci sono numeri che raccontano una perdita e numeri che raccontano un sistema. I 657.260.781,37 euro di perdite registrate al 31 dicembre 2025 da sette aziende ospedaliere del Lazio e dall’Ares 118 appartengono alla seconda categoria.

La Regione ne dispone il ripiano utilizzando quote dell’utile conseguito dalla Gestione sanitaria accentrata. L’operazione trova il proprio fondamento negli artt. 29 e 30 del d.lgs. 118/2011 e, considerata isolatamente, non costituisce affatto una stravaganza contabile. È proprio questo, tuttavia, a rendere il caso interessante.

Il problema non è se si possa fare. Il problema è capire che cosa significhi doverlo fare sistematicamente e per importi di questa dimensione.

Nel 2025 il San Camillo-Forlanini perde 147,8 milioni, il Policlinico Umberto I 146,1, il San Giovanni Addolorata 94,7, Tor Vergata 66, il Sant’Andrea 65,5, l’IFO 64,4, l’INMI Spallanzani 44,9 e l’Ares 118 altri 27,9 milioni. Totale: 657,26 milioni.

Non siamo dunque dinanzi alla défaillance occasionale di un’azienda. Siamo davanti a un fenomeno strutturale che attraversa pressoché tutta la grande produzione ospedaliera pubblica regionale. Ed è qui che nasce il paradosso dell’utile accentrato e delle perdite decentrate.

La GSA non è un ospedale. Non ricovera, non opera, non tiene aperti pronto soccorso, non acquista per sé protesi per curare pazienti, non sostiene in proprio il costo delle guardie mediche. È, secondo l’art. 22 del d.lgs. 118/2011, l’articolazione attraverso la quale la Regione tiene la contabilità economico-patrimoniale dei rapporti finanziari sanitari che gestisce direttamente. La stessa documentazione regionale la definisce uno specifico «centro di responsabilità» istituito nel Lazio con DGR 129/2012.

Eppure il risultato economico positivo si forma lì, mentre centinaia di milioni di risultato negativo si formano nei soggetti che materialmente producono assistenza.

Nel 2024 il fenomeno era già macroscopico. La Corte dei conti certifica che la GSA aveva contabilizzato oltre un miliardo di contributi in conto esercizio e aveva chiuso con un utile di 791.755.587,16 euro, destinato, per la quota necessaria, proprio al ripiano delle perdite degli enti del SSR.

Non è neppure una novità recente. La Sezione regionale di controllo della Corte dei conti aveva ricostruito già nel 2022 una situazione nella quale l’origine delle perdite pregresse era concentrata nelle aziende ospedaliere. La stessa Regione spiegava allora che l’atto di ripianamento avrebbe dovuto intervenire annualmente. La magistratura contabile ricordava inoltre le osservazioni del Tavolo ministeriale sulla necessità di adottare tempestivamente i provvedimenti finali di assegnazione dei contributi.

E la sequenza successiva è eloquente. Per le perdite 2023 la Regione ha adottato la DGR n. 199 del 3 aprile 2025; per quelle 2024 la DGR n. 1217 dell’11 dicembre 2025. Entrambe hanno ad oggetto esattamente l’«assegnazione dei contributi per ripiano perdite delle Aziende Ospedaliere» ai sensi degli artt. 29 e 30 del d.lgs. 118/2011.

Dunque il ripiano 2025 non rappresenta l’eccezione. È ormai una componente ricorrente del funzionamento contabile del sistema.

Il pareggio non basta a spiegare l’equilibrio

Ed è questo il punto sul quale occorre evitare conclusioni troppo facili.

Dire che gli ospedali hanno «sprecato» 657 milioni sarebbe metodologicamente scorretto. La perdita di un’azienda ospedaliera pubblica non equivale automaticamente all’inefficienza di un’impresa privata. Le tariffe possono non remunerare integralmente le funzioni svolte; esistono attività ad alta complessità, emergenza, didattica, ricerca e funzioni assistenziali non correttamente rappresentate dalla remunerazione a prestazione. La stessa Corte dei conti, esaminando il Lazio, ha richiamato il problema delle tariffe nazionali non adeguate ai costi sostenuti dalle aziende ospedaliere.

Ma proprio per questo il ripiano non può diventare la spiegazione della perdita.

È necessario distinguere almeno tre fenomeni: il disavanzo prodotto da inefficienza aziendale; quello derivante da insufficiente remunerazione delle prestazioni e delle funzioni; quello determinato dall’allocazione regionale delle risorse.

Quest’ultimo è il più delicato.

Se la Regione decide quanto assegnare alle aziende, trattiene nella GSA le risorse destinate alla gestione accentrata e successivamente utilizza il risultato positivo della stessa GSA per coprire il risultato negativo delle aziende, il dato della perdita aziendale non può essere letto separatamente dal modo in cui le risorse sono state originariamente distribuite.

In altre parole: prima di stabilire quanto sia inefficiente chi perde bisogna sapere quanto gli sia stato attribuito per produrre ciò che gli è stato chiesto di produrre.

Il consolidato può pareggiare. Le cause no

Il consolidamento svolge naturalmente la sua funzione. Somma risultati positivi e negativi e restituisce la situazione economica complessiva del servizio sanitario regionale.

Ma proprio qui si annida il rischio informativo.

Il consolidamento può pareggiare i conti, ma non può cancellare le cause che li hanno prodotti.

Un sistema nel quale la struttura centrale conserva sistematicamente risultati positivi molto elevati e le strutture erogatrici accumulano sistematicamente perdite altrettanto elevate può essere complessivamente in equilibrio e, contemporaneamente, presentare un grave problema di programmazione e finanziamento interno.

La prova più interessante viene dagli stessi esercizi precedenti. Una volta coperte le perdite, il bilancio consolidato SSR ha registrato per il 2023 un utile di 32,293 milioni e per il 2024 di 121,536 milioni. Quei due avanzi, complessivamente pari a 153,829 milioni, sono stati successivamente destinati per legge regionale agli investimenti in attrezzature ed edilizia sanitaria.

Il sistema, dunque, compie un percorso apparentemente singolare: produce perdite nelle aziende che erogano l’assistenza; produce utili nella gestione che accentra una parte delle risorse; usa questi ultimi per cancellare contabilmente le prime; e l’eventuale utile residuo consolidato può infine finanziare investimenti.

Tutto legittimo sul piano contabile. Ma non per questo economicamente neutrale.

La domanda che manca nei bilanci

Il caso Lazio suggerisce allora un indicatore che forse sarebbe opportuno introdurre stabilmente nella lettura dei conti sanitari regionali: il rapporto tra risultato economico della GSA, risultati delle singole aziende e risultato consolidato del SSR, accompagnato dalla ricostruzione delle assegnazioni effettuate durante l’esercizio.

Servirebbe a capire dove l’equilibrio viene realmente prodotto e dove viene soltanto contabilmente ricomposto.

Tanto più che il legislatore regionale è dovuto intervenire ancora nel settembre 2026 sulla riconciliazione delle partite creditorie e debitorie tra GSA ed enti del SSR, proprio allo scopo dichiarato di assicurare la corretta rappresentazione delle posizioni reciproche e l’allineamento tra contabilità finanziaria regionale e contabilità economico-patrimoniale delle aziende al 31 dicembre 2025.

È un dettaglio tecnico solo in apparenza. Crediti, debiti, assegnazioni e trasferimenti tra centro e aziende sono precisamente il luogo nel quale si misura la veridicità economica del rapporto tra chi distribuisce le risorse e chi deve trasformarle in salute.

Per questo i 657 milioni del Lazio non dovrebbero aprire una gara su quale ospedale abbia perso di più.

Dovrebbero provocare una domanda assai più impegnativa.

Se l’utile nasce sistematicamente al centro e la perdita si forma sistematicamente negli ospedali, siamo davvero davanti a tante aziende in perdita oppure anche davanti a un modello di finanziamento che produce contabilmente, prima, una parte di quelle perdite e, dopo, le ripiana?

È questa la differenza tra chiudere un bilancio e governare un servizio sanitario. E soprattutto tra pareggio contabile ed equilibrio economico.

Ettore Jorio

08 Ottobre 2026

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