Fine vita. Il Governo impugna la legge del Veneto. Imbarazzo nella Lega: Salvini non vota, Calderoli contrario

Fine vita. Il Governo impugna la legge del Veneto. Imbarazzo nella Lega: Salvini non vota, Calderoli contrario

Fine vita. Il Governo impugna la legge del Veneto. Imbarazzo nella Lega: Salvini non vota, Calderoli contrario

Palazzo Chigi ricorre contro il provvedimento approvato il 2 settembre, quando la Lega votò insieme all'opposizione, contro Fratelli d'Italia e Futuro Nazionale. Zaia rivendica la scelta: "L'ho sostenuta e votata". Stefani: "È diversa dalle altre leggi regionali, supererà il vaglio della Consulta".

Il Consiglio dei ministri ha deciso di impugnare davanti alla Corte costituzionale la legge emanata dalla Regione Veneto sul suicidio medicalmente assistito. La decisione è arrivata oggi pomeriggio e ha fatto emergere un imbarazzo che la Lega non riesce a nascondere. Il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli si sarebbe opposto all’impugnazione. Il vicepremier e segretario del partito Matteo Salvini non avrebbe partecipato al voto. Due assenze che pesano e raccontano di una frizione interna alla maggioranza di governo.

La genesi della legge veneta è stata quantomeno atipica. Venne approvata lo scorso 2 settembre dal Consiglio regionale con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astenuti. A votare a favore fu la Lega, che guida la Regione, insieme alle opposizioni; contro si schierarono Fratelli d’Italia e Futuro Nazionale.

Zaia: “Rispetto la decisione, ma rivendico la legge”

La reazione dei vertici veneti è stata immediata e misurata. L’ex presidente Luca Zaia ha dichiarato di rispettare pienamente la decisione del Consiglio dei ministri. “È una prerogativa costituzionale del Governo, che ha il diritto di rivolgersi alla Consulta quando ritiene che una norma regionale presenti profili di incostituzionalità”, ha osservato. Ma il rispetto istituzionale non è una rinuncia alla propria posizione: “Personalmente rivendico con convinzione la scelta compiuta dal Consiglio regionale del Veneto, che ho personalmente sostenuto e votato”. Per Zaia si è trattato di “una scelta di responsabilità”, di rispetto delle sentenze della Corte costituzionale e di attenzione verso i cittadini e loro libertà. “Abbiamo voluto dare regole certe a situazioni già previste dal nostro ordinamento, evitando di lasciare soli i pazienti, le loro famiglie e i medici davanti a decisioni di straordinaria delicatezza”.

Ancora più esplicito l’attuale presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, che sul piano giuridico si dice convinto che il testo “supererà il vaglio della Consulta”. La legge veneta, sostiene, “è sostanzialmente diversa da quelle approvate in altre regioni e oggetto di richieste di modifiche da parte della Corte costituzionale. Gli emendamenti approvati nel senso del favor vitae lo dimostrano”.

Il nodo giuridico

Per capire cosa si sta giocando davanti alla Consulta, bisogna distinguere due piani. Il primo è quello della legge: il provvedimento veneto nasce da una proposta di iniziativa popolare promossa dall’Associazione Luca Coscioni, la stessa che ha ispirato i testi delle altre Regioni. Il secondo è quello della giurisprudenza. La sentenza 242 del 2019, relativa al caso Cappato-Dj Fabo, ha individuato una circoscritta area di non punibilità dell’aiuto al suicidio. La successiva sentenza 135 del 2024 ha chiarito i requisiti relativi alla condizione clinica del paziente e alla nozione di trattamento di sostegno vitale. Poi, con la sentenza 204 del 2025 sulla legge toscana, la Consulta ha stabilito che le Regioni possono intervenire sugli aspetti organizzativi e procedurali dell’assistenza sanitaria al suicidio medicalmente assistito, nell’ambito della competenza concorrente in materia di tutela della salute. Ma ha anche dichiarato illegittime le disposizioni che invadevano competenze riservate allo Stato, in particolare in materia di ordinamento civile e penale. Con la sentenza 148 del 2026 sulla Sardegna, la Corte ha ribadito che una legge regionale può disciplinare l’attività delle aziende sanitarie e istituire organismi multidisciplinari, ma ha cancellato le norme che fissavano direttamente requisiti di accesso o imponevano termini troppo rigidi.

Il messaggio rivolto ai legislatori regionali è chiaro: organizzare il servizio sanitario è possibile, riscrivere il perimetro dei diritti e delle condizioni stabilite dall’ordinamento statale no. È dentro questo confine che dovrà essere valutata la legge veneta.

Il significato politico

Il Veneto è la quarta Regione ad aver approvato una legge sul suicidio medicalmente assistito, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, ma la prima governata dal centrodestra. Il voto del 2 settembre aveva già mostrato quanto la questione sia politicamente incandescente. Non si era trattato di una conversione del centrodestra al fine vita, ma di una scelta che in Consiglio regionale aveva superato i confini della coalizione, anche in nome della libertà di coscienza e della necessità di dare indicazioni alle strutture sanitarie.

La vicenda riporta al centro una questione che la politica nazionale continua a rinviare. La Consulta ha più volte sollecitato il Parlamento a intervenire con una disciplina nazionale. Le Camere, però, non hanno trovato una sintesi. Nel frattempo, le Regioni hanno provato a dare risposte organizzative a richieste che il Servizio sanitario semplicemente non può ignorare. Impugnando la legge veneta, il Governo porta lo scontro anche dentro la propria maggioranza: non più soltanto una contrapposizione tra centrodestra e centrosinistra, ma una divergenza tra la linea di Palazzo Chigi e quella di una Regione guidata dalla Lega.

Il paradosso è che, mentre il Parlamento continua a non decidere, il Governo contesta il tentativo di una propria amministrazione di disciplinare procedure e responsabilità delle aziende sanitarie. E così una materia che avrebbe bisogno di regole nazionali resta affidata a un mosaico di leggi regionali, con il rischio che la risposta del Servizio sanitario dipenda ancora una volta dal luogo in cui vive o può morire il paziente.

Cosa prevede la legge

La legge non modifica i requisiti per accedere al suicidio medicalmente assistito, definiti dalla Corte costituzionale, ma disciplina il ruolo delle aziende sanitarie, delle commissioni mediche e dei comitati etici, rafforzando l’informazione sulle alternative disponibili.

Chi non riceve cure palliative deve essere informato della possibilità di accedervi e, qualora scelga di farlo, ottenerle con “criterio di priorità assoluta”. Sono inoltre previsti, su richiesta, un sostegno psicologico e informazioni sugli enti e sulle associazioni impegnati nella tutela della vita.

Ogni Ulss deve istituire una commissione multidisciplinare, composta tra gli altri da neurologo, psichiatra, bioeticista, psicologo e palliativista. Il parere di quest’ultimo ha particolare importanza: la commissione è tenuta a motivare analiticamente un’eventuale decisione difforme. Il paziente può chiedere la partecipazione consultiva di un medico di fiducia.

Dopo la commissione, interviene il Comitato etico per la pratica clinica. Il paziente deve essere informato anche sulla sedazione palliativa profonda continua e sul diritto di rifiutare o interrompere i trattamenti sanitari, compresi quelli di sostegno vitale. Le prestazioni sono gratuite, il personale sanitario partecipa su base volontaria e il procedimento, pur senza scadenze rigide, deve svolgersi senza ingiustificati ritardi, nel rispetto delle condizioni cliniche del paziente.

Giovanni Rodriquez

05 Novembre 2026

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