Lo studio CoSMo smentisce Zamboni: “Nessuna relazione tra SM e CCSVI”
La storia: la CCSVI descrive una anomalia del flusso di sangue in cui il sistema venoso non è in grado di ricevere efficacemente il sangue del sistema nervoso centrale. È stata descritta, per la prima volta da Paolo Zamboni dell’Azienda Ospedaliera-Università di Ferrara dell’Università di Bologna il quale ipotizzava che la CCSVI possa arrecare danni al SNC. È stato proposto che la CCSVI possa essere trattata con chirurgia endovascolare. Questa teoria ha suscitato vasta eco nei pazienti con SM che con molta insistenza volevano sapere di più su questa innovativa cura e l’Aism ( Associazione Italiana per lo studio della Sclerosi Multipla) attraverso la Fim ( Fondazione Italiana Sclerosi Multipla) hanno finanziato con 1,5 milioni di euro lo studio CoSMo appunto per stabilire la natura dell’associazione tra l’insufficienza venosa cerebro-spinale cronica e la sclerosi multipla e della sua eventuale azione nella evoluzione della malattia.
Alcuni dati davano una presenza della CCSVI nel 100% dei casi in malati con SM, altri lo 0%. Da qui lo studio, i cui principali investigatori sono stati Giancarlo Comi, Presidente della Società Italiana di Neurologia e Gianluigi Mencardi, neurologo dell’Università degli studi di Genova. CoSMo è stato uno studio multicentrico in cieco, effettuato su 1165 pazienti reclutati in 35 centri sparsi sul territorio Nazionale. Su ciascuno sono stati effettuati esami in ecocolor doppler con registrazioni di immagini e filmati da parte di 26 neurosonologi. Per diagnosticare la presenza di CCSVI secondo le indicazioni del Prof Zamboni, era necessario identificare la presenza di due su cinque alterazioni del SNC. Gli esami venivano poi inviati a altri scienziati neurosonologi di fama internazionale per una successiva verifica.
I dati: la CCSVI è presente nel 3.26% delle persone con sclerosi multipla, nel 2.13% dei soggetti sani, nel 3.10% in soggetti con altre malattie neurologiche. “ La CCSVI – ha ribadito Comi – non è associata alla SM, perché la frequenza riscontrata è molto bassa e non significativa tanto è vero che è stata riscontrata con percentuali simili in persone sane, in secondo luogo – ha concluso il neurologo – non vi sono dimostrazioni scientifiche dell’utilità dell’intervento chirurgico".
03 Ottobre 2013
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