I medici e la sindrome da invulnerabilità

I medici e la sindrome da invulnerabilità

I medici e la sindrome da invulnerabilità

Gentile direttore,
alla luce della notizia presente su un giornale sardo della morte improvvisa di una dottoressa di 53 anni, durante il servizio di guardia medica ad Oristano, una domanda ci “sorge spontanea”: ma il medico si ammala o no? E se sì, come, quando e perché?

In realtà, i contributi su tale materia appaiono piuttosto scarsi e per lo più orientati a problematiche di salute riferite a debilitazione psichica da super lavoro, vedi il burn-out, oppure all’incipiente frustrazione che emerge nel dover gestire malati in un SSN con un costante trend orientato al risparmio, o ancora, per l’intensa tensione emotiva dovuta alle continue accuse di malasanità.

Il Medscape life style Report 2016, che ha visto la partecipazione ed il contributo di 16000 medici americani appartenenti a 25 specializzazioni diverse, secondo la notizia apparsa in questi giorni anche sul Corsera salute, riporta dati interessanti sul burn-out, che appare colpire in prevalenza i medici che lavorano nelle terapie intensive.

E’ assai singolare, a questo punto,  che non esista una omogenea informazione riguardante l’ epidemiologia delle malattie professionali dei Medici, a loro volta suddivise per specialità o per aree di rischio, ambientale e professionale, inclusa quella a carattere oncologica. Poco si sa, ad esempio, quali siano percentuali con cui ci si ammala di tumore e per quale particolare prevalente tipo istologico.

Forse ciò è dovuto alla presunta “sindrome di invulnerabilità”, che affligge la maggior parte dei medici ampiamente e comodamente cavalcata – in senso diminutivo – dallo Stato che appare dimenticare totalmente il problema, evitando di proporlo e – soprattutto di affrontarlo. Nel contempo, però, le assenze per malattia dei medici dipendenti sono assenze a profilo decurtabile, ossia sottoposte a riduzione della quota restituita, anche se la trattenuta assicurativa per malattia rimane la stessa.

Risalta evidente l’isolamento del medico, nella sua qualifica di dipendente, convenzionato o libero professionista,  che tende a risolvere personalmente il proprio particolare problema di malattia in modo assai riservato e assolutamente discreto, talora autogestendo il percorso diagnostico e terapeutico fino ai limiti del possibile, considerando spesso la malattia come una debolezza, talvolta quasi una vergogna.

Senza dimenticare che tali tempi di latenza morbosa possono essere fonte di responsabilità ed errori professionali, arrecando danni ai pazienti.
Un esempio limite per tutti. In quanti sanno che i colleghi della guardia medica, come la dottoressa di Oristano, non godono di alcuna delle tutele previdenziali e assistenziali previste per i lavoratori dipendenti, benché siano assimilati e considerati tali da un punto di vista tributario? In quanti sanno che i loro turni notturni superano il limite previsto dalla sorveglianza sanitaria per essere considerati lavoratori a rischio per usura e che non sono riconosciuti come tali? In quanti sanno che non godono mai di alcun periodo di ferie e che le malattie sono una astratta valutazione? Appare normale che in tali condizioni l’errore rimanga in agguato e sia dietro l’angolo, così come una morte improvvisa e immatura, come avvenuto per la collega in Sardegna
In sintesi, oltre a questo esempio limite – quale la guardia medica –  sicuramente indecoroso per un paese considerato civile, ipotizziamo sia lecito supporre che la riflessione effettuata permetta alla classe medica di aprire e richiedere nuove prospettive di reclutamento di informazioni e di follow-up sulla morbilità dei medici italiani con una specifica connotazione propositiva, dalla prevenzione alla terapia.

Questa acquisita consapevolezza, non solo epidemiologica ma anche e soprattutto umana, potrà consentire un percorso di maturazione, di sensibilità e di efficacia da parte del medico, che ha recuperato la salute o che stia ancora curando una infermità, a totale beneficio dei pazienti affidati alle sue cure.
Tutto ciò nella speranza che tale tema venga utilizzato e destinato a stimolare ulteriori approfondimenti e ad incentivare nuovi studi di informazione, prevenzione e cura dei medici, la cui malattia è anche un vissuto prezioso di percorsi psicologici, etici e culturali da riversare beneficamente nel rapporto medico paziente e  in cui lo Stato non può continuare a dichiararsi autonomamente passivo o, peggio ancora, del tutto assente.
 
Domenico Crea
Maria Ludovica Genna
Osservatorio Sanitario di Napoli

26 Febbraio 2016

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