Il commento. Se “il morto è occasione di reddito”
Dichiarazioni forti, anche in considerazione del ruolo rivestito da chi le ha pronunciate, che devono far riflettere su quanto sta accadendo negli ospedali e nelle altre strutture sanitarie, soprattutto per trovare soluzioni appropriate per far fronte a questa nuova collocazione ambientale della professione medica, che è insieme culturale, sociale ma anche professionale in sé.
La via maestra, anche se al convegno se ne è parlato poco, resta a mio avviso quella della ridefinizione tout court della relazione medico-paziente. La burocrazia del consenso informato e delle linee guida non basta. Serve una nuova capacità del medico di ascoltare, capire, rispondere, partecipare, condividere. Tutte cose che non ti insegnano all’università (anche se sarebbe ora di provarci) ma che il medico deve fare sue, riconquistando fiducia e autorevolezza. Due valori che nessuna legge o disposizione normativa-contrattuale possono realizzare se manca la volontà in primis del medico stesso di riproporsi al paziente in un’ottica diversa, dove l’agire medico deve andare oltre la dinamica “missionaria” e abbracciare invece la logica laica del “cliente-consumatore” che ha pagato per quello che riceve e che pretende giustamente il meglio possibile.
Intendiamoci. Nessuno mette in discussione che già oggi il medico dà il meglio di sé in ogni frangente. Il punto è che deve accettare il fatto che di fronte non ha più un “paziente” ma, come ridefinito efficacemente da Ivan Cavicchi qualche anno fa, “un esigente”. Che esige la cura in quanto diritto. E nella cura non c’è solo il bisturi o il farmaco ma anche quella relazione umana che deve accompagnare tutto il percorso terapeutico. Solo chiacchiere buoniste? Tutt’altro. Le statistiche confermano che laddove è maturata questa nuova relazione tra medico e malato il contenzioso crolla. Si estingue sul nascere perché terapie e scelte mediche sono state realmente condivise nelle loro opportunità e nei loro rischi, sempre insiti nell’arte medica, per definizione “fallibile” e soggetta a continue evoluzioni del sapere.
I medici italiani hanno voglia di fare anche questo? Non lo so. Ma la via, come dicevo, è obbligata se vogliamo invertire i dati preoccupanti di un’indagine recente di Eurobarometer che segnala come il 55% degli italiani ritenga di poter essere danneggiato dalle cure ospedaliere, a fronte di un 51% preoccupato per l’assistenza extraospedaliera. In sostanza più di 1 italiano su 2 ha paura di cosa potrebbe capitargli in caso di malattia o intervento chirurgico.
Questa paura va smontata, razionalizzata, riportata a quella giusta percezione del rischio che è insita in ogni atto medico e soprattutto va gestita, insieme.
Altre scorciatoie appaiono purtroppo molto improbabili. A partire dal miraggio della depenalizzazione dell’atto medico “colposo”, di cui si è anche parlato negli ultimi tempi ma che appare impercorribile per ragioni di diritto e di equità costituzionale.
Certo, qualcosa per graduare differentemente la “colpa” si può fare, lo hanno riconosciuto anche i due magistrati presenti, il citato Patrone e il consigliere di Cassazione Carlo Brusco, ma l’obbligatorietà dell’azione giudiziaria da un lato e il fatto che in ogni caso non si può immaginare di smontare la logica del reato “colposo” così come contemplata nel nostro codice penale e nel quale rientra la maggior parte dei delitti imputati al medico, fanno sì che non ci si debba attendere granché su quella via.
Si torna così alla ricetta della relazione, dell’umanizzazione delle cure, della sostanziale accettazione di una professione difficile e controversa non più protetta dall’aura di indiscutibilità che l’ha protetta per secoli. Questa è la realtà cari amici dottori. Ve la sentite di tener botta a questa nuova sfida?
Cesare Fassari
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08 Giugno 2011
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