Terapia del dolore. “Frammentazione regionale produce disuguaglianze”

Terapia del dolore. “Frammentazione regionale produce disuguaglianze”

Terapia del dolore. “Frammentazione regionale produce disuguaglianze”
È il quadro che emerge dalla sesta edizione di Impact proactive, l’evento che ogni anno riunisce esperti interdisciplinari del dolore, opinion leader nazionali, rappresentanti delle Istituzioni e delle Società Scientifiche e delle Associazioni. De Biasi (Pd): “Legge 38 è una buonissima legge, ma richiede di essere applicata. La disparità nasce dalle diseguaglianze tra regioni: abbiamo 21 sistemi sanitari, 21 sistemi indipendenti”.

Un Paese di disuguaglianze, in cui i cittadini con dolore (12 milioni di italiani) ancora non ricevono cure adeguate e assistenza. È il quadro che emerge dalla sesta edizione di Impact proactive, l’evento che ogni anno riunisce esperti interdisciplinari del dolore, opinion leader nazionali, rappresentanti delle Istituzioni e delle Società Scientifiche, portavoce delle Associazioni di difesa dei diritti dei cittadini, ricercatori e medici di medicina generale per parlare di terapia del dolore, cure palliative, diritti dei cittadini con dolore e stato di attuazione della Legge 38.
 
Quest’anno nella cornice della Leopolda di Firenze, focus sulle “disparities” che sono ancora molte, troppe, a distanza di sei anni dall’approvazione della Legge sulla terapia del dolore (la 38/2010). Il punto di vista di istituzionale, rappresentato dalla Senatrice Emilia De Biasi (Presidente della Commissione Igiene e Sanità al Senato) è chiaro: “È una delle sfide più grandi del nostro sistema sanitario nazionale: la Legge 38 è una buonissima legge, ma richiede di essere applicata. La disparità nasce dalle diseguaglianze tra regioni: abbiamo 21 sistemi sanitari, 21 sistemi indipendenti. Che cosa bisogna fare? Anzitutto, come stabilisce il Titolo V della Costituzione, le regioni devono dialogare tra loro e collaborare di più tra loro. Dobbiamo creare reti sul territorio, e incentivare la collaborazione tra medici e il personale sanitario. Abbiamo bisogno dell’ospedale, ma anche del territorio per la presa in carico del paziente: dobbiamo potenziare il ruolo dei medici di medicina generale. E poi, ricordare sempre che i cittadini devono essere assistititi: dobbiamo restituire un accesso universale  al nostro sistema sanitario”.
 
Il concetto della disuguaglianza riecheggia anche nelle parole di Raffaella Pannuti, ANT: “Il Questionario sul dolore che abbiamo inviato l’anno scorso assieme a Federconsumatori e IMPACT proactive a migliaia cittadini ha evidenziato una scarsa diffusione nella conoscenza della Legge 38 e del diritto a non soffrire, oltre a una evidente disparità nell’applicazione di tale legge nelle diverse zone del nostro Paese. L’esperienza di una realtà non profit come la nostra, diffusa in 10 regioni italiane, ci dice che gran parte di questa disparità è da attribuirsi alla mancanza di indicatori di performance e all’ampia autonomia organizzativa riconosciuta alle Regioni dal Titolo V della Costituzione. Questo significa che ogni regione legifera per sé, ogni Asl sceglie i propri modelli, complicando la burocrazia e creando situazioni paradossali per cui, in una stessa Regione come l’Emilia-Romagna, sussistono tre diverse applicazioni della Legge 38. Anche i diversi modelli di integrazione tra servizio sanitario nazionale e realtà non profit giocano un ruolo chiave nell’applicazione di questa legge”.
 
Parole che trovano d’accordo anche William Raffaeli, Presidente della Fondazione ISAL: “A distanza di 6 anni dalla Legge purtroppo troppe  sono ancora le questioni irrisolte. Ci sono criticità importanti di applicazione della Legge che non garantiscono la sua piena applicazione e quindi generano continuamente profonde discriminazioni. ll nostro impegno deve essere quello di chiedere che a livello ministeriale – ma ancor più in ogni singola Regione- si dia attuazione da subito alla creazione di piani di cura personalizzati per specifiche malattie dolorose, che sono il primo passo per poter garantire l’avvio di una pratica professionale integrata e con alta resa di efficienza e appropriatezza nonché con una forte riduzione della ridondanza di percorsi  di cura spesso poco utili e dispendiosi”.


 


Stefano A. Inglese

Stefano A. Inglese

02 Luglio 2016

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