Aborto. Gallo, Parachini e Pompili (Ass. Coscioni e Amica): “Più impegno per ricorso alla RU 486 e ‘pillola del giorno dopo’ gratis a tutte le donne”

Aborto. Gallo, Parachini e Pompili (Ass. Coscioni e Amica): “Più impegno per ricorso alla RU 486 e ‘pillola del giorno dopo’ gratis a tutte le donne”

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“Nel complesso in questa relazione emerge che se le regioni hanno un potere in ambito di sanità e nel caso specifico per l’applicazione della 194, di fatto prevalgono azioni che rendono il percorso per l’IVG molto difficoltoso”, il commento dei tre attivisti che chiedono al Ministro della salute Speranza “di esercitare i poteri del suo mandato per garantire la piena applicazione della legge 194, anche con verifiche nei confronti delle regioni”.

“Cambiano i Ministri e le maggioranze ma in materia di applicazione della legge 194 resta tutto immutato, anzi lo spiacevole “caso Umbria” di questi giorni testimonia una situazione addirittura peggiorata”, dichiarano Filomena Gallo, Segretario dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, Mirella Parachini, ginecologa e Vice Segretario ass. Luca Coscioni e Anna Pompili (ginecologa di AMICA, Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto), sottolineando che “i mesi di ritardo” con i quali è stata presentata la relazione a Parlamento sulla legge 194 “portano a commentare dati ed evidenze risalenti a un anno e mezzo fa”.
 
“La relazione del Ministro – proseguono – attribuisce, almeno in parte, il calo delle IVG alla maggiore diffusione dell’uso dei contraccettivi di emergenza tra le donne maggiorenni, per le quali è stato eliminato l’obbligo di prescrizione medica; ci sembra dunque necessario facilitarne l’accesso anche per le minorenni, ad esempio dispensando tali contraccettivi gratuitamente nei consultori”.
 
E a proposito di consultori Gallo, Parachini e Pompili sottolineano come “non possiamo non notare che, nonostante la legge istitutiva dei consultori, la 405 del 1975, la prevedesse esplicitamente, di fatto in Italia la contraccezione non è gratuita. I consultori sono pochi, con equipes spesso incomplete, e nella relazione non vengono sottolineati due dati importanti per il percorso IVG. Il primo riguarda la sempre maggiore presenza di consultori privati convenzionati, spesso di ispirazione confessionale, esonerati in alcune regioni dalle prestazioni che riguardano l’IVG. Il secondo riguarda l’obiezione di coscienza nei consultori, poiché per il secondo anno consecutivo si è deciso di non rilevare questo dato, che invece potrebbe avere un peso importante nell’accesso all’IVG, soprattutto in alcune realtà territoriali. Ci aspettiamo che rispetto a queste criticità, legate anche alla aziendalizzazione e alla dipartimentalizzazione dei consultori, come rilevato dal richiamato studio dell’ISS, il Ministro voglia mettere in pratica adeguate misure correttive”.
 
“L’aborto farmacologico costituisce il 20,8% del totale delle IVG a difronte alle percentuali vicino al 100% nei Paesi scandinavi e a quelle della Francia, della Svizzera, del Regno Unito o del Portogallo, che si aggirano tra il 70 e l’80%; questa bassa percentuale – dicono Gallo, Parachini e Pompili – evidenzia una limitazione della possibilità di accesso alla IVG medica, ancora fortemente limitata dall’obbligo di ricovero in regime ordinario previsto dalle linee di indirizzo ministeriali del 2010. E’ necessario rivedere tali linee di indirizzo, estendendo la applicabilità della procedura farmacologica da 7 a 9 settimane e garantendo l’appropriatezza delle procedure, con il regime di ricovero in day hospital e il regime ambulatoriale”.
 
“Questa bassa percentuale – aggiungono – rispecchia la difficoltà di accesso alla metodica, legata all’adozione del regime di ricovero ordinario raccomandato da linee di indirizzo ministeriali antiscientifiche e anacronistiche già nel 2010, quando furono emanate. L’alta percentuale di donne che ricorrono alla dimissione volontaria dove vige il regime di ricovero ordinario, la bassissima percentuale di complicazioni nelle regioni che hanno adottato il regime di Day Hospital, nonché l’esperienza più che trentennale dei paesi che adottano il regime ambulatoriale, evidenziano l’inappropriatezza di linee di indirizzo che devono essere cambiate. Alla luce dell’ingiustificato ritorno indietro della Regione Umbria, apprezziamo quindi la richiesta di un nuovo parere posta dal Ministro al CSS. Non vi è dubbio che la deospedalizzazione della procedura, oltre a ridurre costi ingiustificati, permetterebbe di minimizzare le enormi differenze regionali che la relazione registra rispetto all’accesso alla procedura farmacologica”.
 
“Facilitare l’accesso alla IVG farmacologica minimizzerebbe l’impatto dell’obiezione di coscienza, che limita pesantemente, con il 69% di ginecologi obiettori, i diritti delle donne”, sottolineano ancora.
 
In proposito i tre esponenti della Luca Coscioni e di Amica sottolineano “come il parametro del numero di procedure effettuate non rispecchi affatto il reale carico di lavoro per i ginecologi non obiettori, che sono impegnati anche nelle procedure che precedono l’intervento, dalla valutazione di ogni singolo caso, clinica e strumentale, al counselling contraccettivo, che dovrebbe essere fatto sempre prima dell’IVG”. 
 
“Il Ministro della salute Roberto Speranza – ricordano Gallo, Parachini e Pompili – scrive nel testo della relazione che ‘questo approfondimento ha consentito di mettere a fuoco ancora una volta la disomogeneità territoriale nell’impatto della disponibilità di non obiettori rispetto alla richiesta di IVG. Un’ulteriore conferma del fatto che, in generale, non sembra essere il numero di obiettori di per sé a determinare eventuali criticità nell’accesso all’IVG, ma probabilmente il modo in cui le Strutture sanitarie si organizzano nell’applicazione della Legge 194/78. Facendo in tal modo emergere una responsabilità delle Regioni sulla tipologie di strutture dove si esegue l’IVG e ponendo in secondo piano invece il numero di medici obiettori’. Osservazioni importanti, ma che rimangono lettera morta per via della mancanza di volontà politica a rendere l’accesso all’ IVG tradizionale o farmacologica, conforme a legge”, rimarcano.
 
Infine un appunto sulla formazione: “il ricorso al raschiamento in oltre il 10% dei casi, con punte particolarmente alte in alcune regioni, nonché il ricorso all’anestesia generale in oltre il 90% dei casi rendono evidenti carenze formative a livello di scuole di specializzazione e di aggiornamento del personale sanitario ospedaliero e consultoriale, alle quali le regioni non hanno finora dato risposta”, scrivono i tre.
 
“Nel complesso in questa relazione emerge che se le regioni hanno un potere in ambito di sanità e nel caso specifico per l’applicazione della 194, di fatto prevalgono azioni che rendono il percorso per l’IVG molto difficoltoso”, il commento finale dei tre attivisti che in conclusione chiedono al Ministro della salute Speranza “di esercitare i poteri del suo mandato per garantire la piena applicazione della legge 194, anche con verifiche nei confronti delle regioni. Crediamo che, oltre al Consiglio Superiore di Sanità, egli debba consultare anche gli operatori e le società scientifiche, che ben conoscono le criticità da superare in questo settore per garantire alle donne un diritto costantemente in pericolo”.

20 Giugno 2020

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