Io, il Pci, Bersani e la moglie farmacista. Perchè le proposte Pd sulle farmacie sono sbagliate

Io, il Pci, Bersani e la moglie farmacista. Perchè le proposte Pd sulle farmacie sono sbagliate

Io, il Pci, Bersani e la moglie farmacista. Perchè le proposte Pd sulle farmacie sono sbagliate
"Anche se tra me e il leader del Pd vi sono molte, anche curiose, similitudini, non condivido affatto gli emendamenti proposti al decreto liberalizzazioni nella parte riguardante le farmacie". Un commento del professor Ettore Jorio, dell'Università di Calabria.

Ho appena letto le proposte prioritarie del PD in tema di liberalizzazioni, già formalizzate in emendamenti al decreto Cresci-Italia approvato dal Governo il 24 gennaio scorso, soffermandomi soprattutto sul tema delle farmacie.
Leggendo le sei ipotesi di modifica si arguisce che esse rappresentano il segno della guerra ideologica che il leader del PD, Pierluigi Bersani, ha deciso di scatenare, da tempo, al sistema farmacia. Ciononostante che esso esprima il livello essenziale di assistenza che meglio soddisfa gli italiani.
 
Francamente, è difficile capirne i motivi, anche perché non affatto condivisi neppure all’interno del suo partito, che sembra sopportarne gli imperativi, peraltro pubblicamente sostenuti senza una plausibile causa se non quella di “abbattere i privilegi” economici. Se così è riempiamo il territorio di farmacie pubbliche, garanti di occupazione diffusa e di ricchezze prodotte da destinare a servizi alla collettività!
 
Quali sono le spinte che motivano una siffatta crociata? Proviamo preliminarmente a fare una analisi. Un articolo apparso sul Corsera ne attribuiva la causa a fatti che poco c’entrano con le ideologie e con la politica in senso generale. Maria Teresa Meli, riprendendo un articolo apparso su Europa a firma G. Del Vecchio, titola “Nel PD dubbi su Bersani “parafarmacista”: aiuta coop?”. A ben vedere, sono in molti a dubitare sulla crociata portata avanti dallo stesso, persino nel suo partito.
 
Esse riguardano, da una parte, l’impegno del nostro a sostenere sfacciatamente gli interessi economici delle Coop e, dall’altra, una ragione affettiva. Quanto a quest’ultima ho il dovere di spiegarmi meglio e di farlo fino in fondo. Con Bersani ho tre cose in comune, che si contrappongono ad una sostanziale differenza. Entrambi del 1951. Entrambi provenienti dal PCI. Entrambi coniugati con due farmaciste. La differenza: mia moglie è stata vincitrice di una sede farmaceutica in un concorso pubblico, per titoli ed esami; sua moglie non c’è mai riuscita.
 
Tutto questo non giustificherebbe ad entrambi di sostenere gli interessi più vicini. Sarebbe un assurdo farlo e non lo è. Bersani si pone a paladino di un “principio”; io di un altro. Vediamo di desumerli da un ragionamento.
Le spinte del PD, proprio perché promosse da un grande partito del centrosinistra, non risultano granché comprensibili, atteso che non appare affatto giustificato che esso possa porsi in contrapposizione alla natura concessoria di un servizio pubblico, qual è quello di somministrazione del farmaco. Lo Stato (oggi la Regione) ne é l’assoluto titolare e ne trasferisce l’esercizio ai concessionari privati, allorquando rinuncia a farlo direttamente attraverso i Comuni.
 
Ma veniamo al contenuto delle proposte.
La prima riguarda la completa liberalizzazione della vendita dei farmaci di fascia C, estesa anche a quelli veterinari. Anche qui la sinistra ha le idee confuse, si pone infatti esclusivamente al servizio del sistema delle parafarmacie, forse per utilizzarlo strumentalmente a mo’ di cavallo di Troia in favore della GDO. Quanto a quest’ultima aspettativa, il PD dimostra tutta la sua debolezza. Dimostra infatti di volere conseguire due scopi che sono l’esatto contrario di ciò che dovrebbe. Prioritariamente si pone a paladino della ricostituzione di ciò che le liberalizzazioni dovrebbero invece separare.
 
Mi riferisco agli interessi tipici del produttore direttamente connessi con la commercializzazione dei prodotti medesimi. Un po’ quello che si contesta ai petrolieri, di essere anche proprietari dei distributori, condizionando così il prezzo all’utenza e il mercato. Ciò accadrebbe, per esempio, nel caso dei farmaci generici con produzione a marchio cui è fortemente interessata la GDO, sì da venderli nei suoi corner, diffusi ovunque. Un privilegio, questo, che ne lascia presumere un altro: quello di arrivare (in un verosimile ipotetico altro round parlamentare) a rendere la proprietà della farmacia così libera da metterla in mano del grande capitale, anche di quello malavitoso.
 
La seconda afferisce la conferma del quorum dei 3.000 abitanti e l’istituzione di un termine ai Comuni di 60 gg. per individuare il numero e le zone ove aprire i nuovi esercizi farmaceutici. Anche qui due rilievi: a) persevera nell’errore di ridurre eccessivamente il quorum, mettendo così a rischio la tutela della salute del territorio. Ciò in quanto renderà precario l’equilibrio costi/ricavi, già in pericolo per lo sconto al SSN, per la vendita per conto e per gli intessi sopportati per i ritardi di pagamento; b) dimostra di conoscere ben poco le procedure di formazione della pianta organica e quelle propedeutiche a perfezionare ed espletare le attività concorsuali pubbliche. Insomma il solito distacco tra ciò che si dice e ciò che si fa a discapito del buon funzionamento della PA.
 
A tale proposito propone la semplificazione delle procedure disponendo però l’esatto contrario: tre graduatorie diverse suddivise per farmacisti rurali, farmacisti non titolari e farmacisti operanti presso le parafarmacie. E della Costituzione che ne facciamo? Liberalizziamo anche i suoi principi?
Con la quinta il PD supera se stesso in termini di incostituzionalità. Propone la soppressione delle disposizioni vigenti sulla ereditarietà della farmacia a familiari non farmacisti. Lo fa anche in riferimento al contesto di quanto residuerebbe dal vigente disciplinato, creando delle palesi differenze, “apprezzabili” (!) costituzionalmente, tra la società speziale che non decede (tutt’al più si estingue) e il farmacista persona fisica.


 


L’ultima, ovverosia l’obbligo di rinuncia alla direzione della farmacia privata da parte degli ultra 67enni, è cosa accettabile, salva la recondita voglia (anche qui incostituzionale) forse di impedire anche il trasferimento inter vivos?


 


Prof. Ettore Jorio
Docente di diritto sanitario Università della Calabria
 

10 Febbraio 2012

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