Legge di stabilità. Sul personale sanitario non si può continuare a sbagliare

Legge di stabilità. Sul personale sanitario non si può continuare a sbagliare

Legge di stabilità. Sul personale sanitario non si può continuare a sbagliare
Se si vuole risparmiare sulla PA bisogna abbandonare la logica dei tagli lineari e lavorare su altri fronti. Sul sistema pensionistico, parametrando tutte le pensioni ai contributi effettivamente versati. Sulla riduzione (o azzeramento) delle consulenze esterne e incidere sui doppi e tripli incarichi

Nella notte in cui tutte le vacche sono nere,  le proposte di emendamento al ddl stabilità illustrate dalla  Senatrice Dirindin,  fanno intravedere una politica diversa. Una politica  in cui si riqualifica la spesa sostituendo  i tagli con razionalizzazioni e in cui si afferma il principio che nella sanità la compressione oltre misura degli organici e del salario, specie in area critica, equivale ad un  abbassamento del livello di  qualità e di sicurezza per i pazienti.
 
Se si vuole risparmiare sulla PA bisogna lavorare su altri fronti: rivedere il sistema pensionistico riparametrando per tutti gli assegni in essere ai contributi effettivamente versati, superando  il principio dei diritti quesiti (per i pensionati d’oro in primis) che non può non valere  solo  per i lavoratori attivi e per i dipendenti pubblici,  il cui fondo pensionistico attivo (si badi bene!)  viene prosciugato ogni anno  per finanziare le pensioni di liberi professionisti, artigiani e dirigenti; azzerare o per lo meno ridurre del 50%  le consulenze inutili e costose e conferite nella stragrande maggioranza dei casi come  premi-fedeltà agli uomini degli apparati  e delle corti dei diversi politici. Un  bancomat  a carico della comunità che umilia i dipendenti pubblici trattati come incapaci o non in grado di svolgere le fumose attività  oggetto di consulenze .  Si deve incidere sui doppi e tripli incarichi e smetterla di perseguitare i lavoratori della sanità che con tutti i distinguo del caso, tengono comunque in piedi il nostro SSN.
 
E ancora in sanità bisogna rivedere il sistema di allocazione delle risorse e le modalità di valutazione del lavoro dei professionisti.
La proposta di  Robert Kaplan, rivista anche alla luce delle considerazioni dell’assessore Marroni della regione Toscana,  evidenzia in modo netto i limiti di ogni definizione rigida di costi standard e sottopone a dura critica un sistema di pagamento degli erogatori basato sui  DRG in un modo totalmente avulso da ogni analisi a breve  degli esiti clinici. Lo stesso dicasi per la valutazione dei professionisti delle strutture ambulatoriali e dei presidi ospedalieri  per i quali il numero delle prestazioni effettuate è l’unico  parametro tenuto in considerazione indipendentemente da ogni considerazione di appropriatezza.  Un  feticcio (l’incremento annuo delle prestazioni rese) che nasconde invece gli interessi economici  del complesso sanitario-industriale privato.  Un eccesso di analisi , radiografie etc  , legate esclusivamente  al consumismo e al salutismo sanitario,  che non contribuisce affatto al miglioramento delle condizioni cliniche dei paziente ma che spesso si trasforma in un danno per la salute  come nel caso delle radiazioni assorbite per  TAC totalmente inutili. 
 
Perché allora le aziende sanitarie e o le regioni non introducono quel modello di  comunicazione tra professionisti basato sull’e-referral (vedi NEJM 27 giugno 2013) di cui abbiamo già discusso in un precedente intervento su QS e che potrebbe contribuire in modo sostanziale ad abbattere le  liste di attesa lavorando sul fronte della appropriatezza e non su quello del razionamento?
 
Si crede o si fa finta di credere che la allocazione delle risorse sarebbe più ottimale esportando il modello lombardo basato sulla competizione (finta come ben sappiamo!) degli erogatori. Un modello  che sta in piedi solo grazie alla vecchia legge dei vantaggi comparati di Ricardo e solo grazie a quelle  regioni che tra il buy e il make  preferiscono acquistare da altri le prestazioni ad alto valore aggiunto piuttosto che rimboccarsi le maniche per riqualificare il proprio sistema regionale . E così la Lombardia  riesce a pareggiare i  bilanci del suo tanto decantato modello  solo perché il suo  eccesso di produzione è mantenuto in piedi dalla  indolenza di quelle regioni che  per anni hanno  consentito che i propri  ospedali  effettuassero  solo appendiciti  e varici degli arti inferiori.
 
Bisogna dunque riprendere  una discussione più ampia mantenendo una chiara scelta di campo che è quello della difesa e del potenziamento di un sistema sanitario pubblico basato sulla cooperazione e non sulla competizione delle strutture. Le motivazioni espresse dalla Sen. Dirindin agli emendamenti alla legge di stabilità mi sembra vadano in questa direzione.
 
Roberto Polillo

Roberto Polillo

15 Novembre 2013

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