“Purtroppo le misure attualmente previste, seppure importanti, si sono rivelate insufficienti a contrastare questo insopportabile fenomeno. Servono interventi strutturali: bisogna stanziare risorse adeguate sul Ssn, reclutare nuovo personale, investire sul loro benessere, in modo da avere più tempo per la cura dei pazienti e meno liste di attesa, potenziare i servizi di psichiatria, alleggerire il carico sui pronto soccorso, rafforzare la sanità sul territorio. Il personale sanitario che si prende letteralmente cura dei cittadini non può essere lasciato solo ad operare in un clima di costante paura. Ma la cosa più importante è recuperare un rapporto di fiducia tra cittadini, pazienti e operatori, per ridare centralità e importanza alle professioni sanitarie, restituendogli autorevolezza. La tenuta del sistema sanitario nazionale dipende anche dalla capacità di restituire questa autorevolezza”.
Così la deputata Pd e capogruppo in commissione affari sociali Ilenia Malavasi nel suo discorso di apertura alla conferenza stampa alla Camera dei Deputati dal titolo “La cura non si aggredisce”, promossa dalla deputata in occasione della Giornata nazionale contro la violenza sul personale sanitario e sociosanitario.
Un incontro ha riunito rappresentanti istituzionali e professionisti del settore sanitario per analizzare l’aumento delle aggressioni nei confronti di operatori e operatrici del sistema sanitario e per discutere possibili soluzioni strutturali al fenomeno. Un fenomeno testimoniato dai dati emersi dal rapporto dell’Osservatorio Nazionale sulla Sicurezza degli Esercenti le Professioni Sanitarie e Sociosanitarie (Onseps), che raccontano di circa 18.000 aggressioni ufficiali, che hanno coinvolto oltre 22.000 operatori, considerando che spesso un singolo episodio colpisce più professionisti contemporaneamente. Un fenomeno quindi in aumento: le stime indicano una crescita del 33% negli ultimi due anni, includendo anche il settore sanitario privato.
Il ruolo del sistema sanitario
Secondo Saverio Proia, consulente per le professioni sanitarie, il problema non può essere affrontato senza un rafforzamento complessivo del sistema sanitario.
“Il governo e il Parlamento hanno messo già in essere una serie di iniziative per prevenire la violenza sugli operatori sanitari e socio sanitari. Purtroppo, i numeri mostrano che sono misure servite a poco e quindi è necessario lavorare per incidere maggiormente. Purtroppo, un sistema sanitario nazionale non finanziato adeguatamente non è in grado di rispondere a un fenomeno sempre più grave e diffuso”.
I dati e la necessità di approfondire il fenomeno
Per Antonio Squarcella, segretario generale SHC ed esperto di governance sanitaria, la disponibilità di dati concreti rappresenta un passaggio fondamentale. “Si tratta di un fenomeno che richiede la massima attenzione – ha detto – oggi è una giornata importante perché possiamo diffondere e mettere dei dati empirici per approfondire questa tematica e stigmatizzare questa anomalia, cercando strumenti per migliorare il quadro”.
Infermieri tra le categorie più esposte
Durante l’incontro è stato ricordato come gli infermieri siano la categoria più colpita dalle aggressioni. “Siamo coinvolti in maniera significativa perché gli infermieri sono i più colpiti dal fenomeno della violenza parliamo del 60 per cento delle aggressioni contro il personale e di questa quota il 75% è rappresentato da donne. Un dato che deve fare riflettere”, ha sottolineato Fiorella Fabrizio.
Norme più efficaci
Anche Angelo Minghetti, responsabile MIGEP, ha ribadito la necessità di un intervento normativo più incisivo: “Oggi siamo qui per chiedere alla politica di aiutarci a prendere una posizione più forte con norme più efficaci per contrastare un fenomeno endemico”.
La dimensione di genere
Nel suo intervento Maria Martini, coordinatrice Donne SHC, ha evidenziato come il fenomeno colpisca in modo particolare le professioniste della sanità: “Il tema della violenza contro il personale sanitario e socio sanitario rappresenta una delle questioni più rilevanti del dibattito sulla sicurezza dei luoghi di cura e sulla tutela della dignità professionale. Questo fenomeno ha un impatto molto significativo sulle lavoratrici e meriterebbe, per questo, una riflessione più attenta. Le professioniste della sanità affrontano una condizione di doppia vulnerabilità: da un lato quella professionale legata al fatto che medici, infermieri e operatori socio sanitari lavorano quotidianamente in contesti caratterizzati da urgenza, sofferenza e fragilità emotiva. Dall’altro lato vi è una vulnerabilità di genere determinata da stereotipi e pregiudizi di genere che talvolta possono portare a sottovalutare il ruolo, la competenza e l’autorevolezza delle donne nei contesti altamente complessi come quelli sanitari”.
Il ruolo degli OSS
A chiudere gli interventi è stato Gennaro Sorrentino, referente Stati Generali OSS, che ha richiamato l’attenzione sulla figura degli operatori socio-sanitari.
“Gli OSS – ha sottolineato – sono spesso dimenticati nonostante siano in prima linea in unità operative molto particolari e bersagliate come i pronto soccorso e le unità psichiatriche. Hanno un ruolo di primo approccio con i pazienti: forniscono assistenza immediata e riescono a rilevare segni di emergenza, fornisce assistenza ,anche psicologica e relazionali, in fase di triage al personale infermieristico. Un lavoro complesso che richiederebbe un vero riconoscimento”.
Il tema dello stress lavoro-correlato
È intervenuta anche Antonia Ballottin, coordinatrice CIIP del gruppo di lavoro Stress lavoro-correlato e aggressioni, che ha richiamato l’attenzione sull’impatto organizzativo e psicologico delle aggressioni sugli operatori sanitari: “Le aggressioni non sono episodi isolati ma il segnale di un problema più ampio che riguarda l’organizzazione del lavoro e le condizioni in cui operano i professionisti della sanità. La prevenzione deve partire anche dalla valutazione del rischio stress lavoro-correlato e dalla costruzione di ambienti di lavoro più sicuri, con personale adeguato, formazione specifica e procedure chiare per la gestione delle situazioni di conflitto. Tutelare gli operatori significa tutelare la qualità stessa della cura”.