La lotta alle liste d’attesa è diventata il mantra politico del momento. E ben venga, dicono i medici: se i cittadini riescono a ottenere visite ed esami in tempi più rapidi, non si può che esserne soddisfatti. Il problema, spiega la Federazione Cimo-Fesmed, è capire come si stanno ottenendo queste riduzioni. Perché i medici non sono improvvisamente raddoppiati, gli ospedali non si sono magicamente riempiti di personale e i concorsi continuano troppo spesso ad andare deserti.
Le segnalazioni che arrivano da diverse Regioni al sindacato dei medici raccontano una realtà meno trionfale dei comunicati ufficiali. A Trento e in alcune aziende dell’Umbria, per esempio, per aumentare il numero delle prestazioni si starebbero comprimendo i tempi delle visite e delle procedure. Ne derivano pressioni sui professionisti che finiscono per trasformare il medico in una sorta di cronometrista della sanità, senza la possibilità di dedicare il tempo necessario ai pazienti per ridurre errori, complicanze e inappropriatezze. “Qualcuno pensa che una visita valga quanto un pit stop in Formula 1”, commenta amaro il sindacato.
L’intramoenia, bersaglio preferito
E poi, puntuale come una tassa, arriva il bersaglio preferito: l’intramoenia. Da anni trattata come il male assoluto, nonostante sia spesso una delle poche strade che consentono al sistema pubblico di recuperare prestazioni che altrimenti finirebbero completamente nel privato puro. Per i medici, l’attività libero-professionale permette di prendere realmente in carico i pazienti, guadagnando – è bene ricordarlo – solo il 30 per cento della tariffa pagata dal paziente. Il resto va su varie voci, tra cui un fondo aziendale da utilizzare proprio per l’abbattimento delle liste d’attesa.
Eppure, in molte Regioni si continua a ostacolare questo strumento. In Sicilia, ad esempio, il rapporto tra attività libero-professionale e istituzionale viene calcolato prendendo in considerazione soltanto l’attività ambulatoriale e non quella complessiva. Un criterio che, denuncia Cimo-Fesmed, trasforma un principio di equilibrio in un cappio burocratico che limita in modo del tutto irragionevole l’autonomia professionale dei medici. Tradotto: si ostacola proprio uno degli strumenti che potrebbe contribuire ad alleggerire le liste d’attesa.
Il “capolavoro creativo” di Genova
Al Galliera di Genova si tenta addirittura un piccolo capolavoro creativo: scaricare sui costi dell’intramoenia una quota dell’indennità di esclusività, che però con la libera professione non c’entra nulla, essendo già finanziata dallo Stato. Una sorta di partita di giro dove, alla fine, a pagare rischiano di essere sempre gli stessi: i cittadini.
In Umbria è stata invece bloccata l’Alpi allargata, cioè l’attività svolta negli studi esterni convenzionati, creando disservizi e problemi anche per pazienti che avevano già prenotato. Eppure, esiste già una norma regionale che permetterebbe alle aziende di offrire prestazioni in intramoenia a tariffe calmierate per quei cittadini che, a causa delle liste d’attesa, non riescono ad accedere nei tempi previsti al Servizio sanitario nazionale. “Ma evidentemente – commenta il sindacato – è più semplice bloccare che organizzare”.
Trentino, fondi fermi ai box
Non va meglio in Trentino, dove sono stati stanziati 700mila euro per consentire ai pazienti di effettuare prestazioni in intramoenia pagando soltanto il ticket. Peccato che il meccanismo continui a incepparsi tra percorsi amministrativi farraginosi e la cronica carenza di personale infermieristico. I fondi ci sono, gli strumenti pure, ma la macchina resta ferma ai box.
La voce del presidente
“Va benissimo cercare in tutti i modi di abbattere le liste d’attesa, ma non può diventare una gara a chi visita più pazienti nel minor tempo possibile, sacrificando sicurezza delle cure e autonomia professionale – dichiara Guido Quici, presidente della Federazione Cimo-Fesmed -. L’ospedale non è una catena di montaggio e i pazienti non sono pratiche da smaltire. E invece di demonizzare l’intramoenia, sarebbe più utile usarla bene, perché può rappresentare una parte della soluzione e non il problema”.
Quici sottolinea tre nodi strutturali che nessuna improvvisazione può aggirare: l’appropriatezza delle richieste (oggi molti esami e visite vengono prescritti senza reali necessità cliniche), il rafforzamento della sanità territoriale (che potrebbe assorbire una parte significativa della domanda oggi riversata sugli ospedali) e l’aumento del personale negli ospedali (concorsi deserti e fuga dalle corsie restano emergenze non risolte).
“Finché non si interverrà su questi tre fronti – conclude il presidente di Cimo-Fesmed – nessuna guerra alle liste d’attesa potrà davvero dirsi vinta”.