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Riuscirà la telemedicina a ridisegnare i ruoli in Sanità?

di Calogero Spada

13 DIC - Gentile direttore,
malgrado si senta sempre più spesso parlare di telemedicina, sarà anche perché effettivamente il termine non risulti sufficientemente trattato nei programmi di studio – ove però mi permetto di dissentire lievemente con quanto indicato dal professor Gensini – perché l’argomento risulti effettivamente inserito tra gli insegnamenti di diversi corsi di master sia di 1° livello (ad es. quello in “Intelligenza artificiale e Telemedicina”, di durata annuale, da 60 cfu) che di 2°, come anche nei programmi di studio delle lauree specialistiche delle professioni sanitarie, di solito integrato nei moduli dei c.d. “strumenti gestionali”, effettivamente ancora non si è riusciti a rendere al livello popolare un quadro d’insieme realmente esaustivo.
 
Premesso che comunque – almeno ad un livello accademico – si sia ormai d’accordo che per telemedicina si intenda l’insieme delle tecniche mediche ed informatiche che permettono la cura di un paziente a distanza o più in generale di fornire servizi sanitari a distanza, nell’intento di cercare di mettere bene a fuoco le molte domande e di individuare le possibili risposte, vorrei evidenziare ciò che, pur nella sua enorme importanza, forse resti effettivamente accantonato, ossia: cosa cambi nelle prassi operative sanitarie, soprattutto sulla linea delle responsabilità e dal punto di vista del paziente?
 
Per quanto riguardi il primo aspetto, probabilmente quanto già più volte discusso riguardo alla tele-radiologia potrebbe essere assunto, per le sue peculiarità, quale elemento guida: a parte alcune attività più elementari quali la lettura della temperatura, della pressione arteriosa o della semplice descrizione di un quadro sintomatologico o la compilazione di schede di dati, per le quali il paziente può effettivamente autogestirsi ed inviare i dati telematicamente al medico, è immediato che per altre attività più complesse o per le quali il paziente non può fare da solo – ad es. a partire dall’ecg – serva una figura che materialmente esegua quanto sia necessario operare direttamente sul paziente.
 
Ed è qui purtroppo che sorge il problema, sul “chi va dal paziente?”.
Perché se per alcune attività sanitarie la figura del professionista non medico può esercitare complete titolarità, ciò non vale sempre, come proprio nel caso dei TSRM, cui ad oggi sono negate le attività di conferma del trattamento richiesto dal medico prescrivente ed alla completa esecuzione in proprio delle attività tipizzanti la professione.
 
A parte tale – singolare ma significativo – limite, il discorso risulta ridondante e ciclico su temi su cui pure a fronte di vaste polemiche e discussioni che hanno preso addirittura un decennio, non sia sortito alcun risultato concreto: il riferimento è a quei nodi spinosi che rispondono ai titoli di ridefinizione delle competenze professionali dei sanitari non medici, già oggetto dei tavoli tecnici Governo Regioni (c. 566 l. stabilità 2015) e di esercizio della libera professione individuale da parte del personale sanitario cui alla l. 43/06. (sentenza Corte Costituzionale n. 54/2015).
 
Per quanto riguarda il secondo aspetto, volendo semplificare una «percezione assai variegata ma sostanzialmente limitata», è assai comprensibile che se il paziente deve essere completamente trattato da un professionista non medico che personalmente si recherà da lui, quest’ultimo dovrà aver una più forte garanzia legale per affidarsi a personale certamente già esperto e preparato, ma che sia anche autorizzato con completezza dalla legge ad eseguire qualsivoglia atto sanitario di sua competenza, nonché quelli che eventualmente possano rendersi necessari, il cui “paniere” può essere ampliato dalla famosa “evoluzione professionale verso le competenze avanzate e di tipo specialistico”.
 
Diversamente dovrebbe accadere che il medico debba personalmente recarsi dal paziente, di fatto vanificando i vantaggi che la trasformazione digitale mette a disposizione.
 
Se davvero le intenzioni sono di condividere con chi opera nel mondo della Sanità la percezione della fase attuale della trasformazione digitale in una valutazione prospettica, allora, al di là delle linee programmatiche del PNRR, o di quanto in senso accademico riusciamo ripensare e co-progettare, dobbiamo pensare a ciò che pragmaticamente manchi al pieno sviluppo di processi, organizzazione e gestione della telemedicina, ossia di affidare ai professionisti non medici, cioè a coloro che dovranno interfacciarsi con il paziente, un ruolo principale – anche in termini giuridici – fra i diversi attori della Sanità.
 
Se, infine, vogliamo cogliere la fase effettivamente in corso in Italia, e comporre dei riferimenti per punti successivi, allora dovremmo anzitutto guardare indietro … alla prima riunione dei tavoli tecnici Governo Regioni, che risale all’ormai lontano dicembre 2011 …
Sarà l’impulso dato dalla telemedicina a riuscire dove fin’ora si è fallito?
 
Dott. Calogero Spada
TSRM – Dottore Magistrale

 

13 dicembre 2021
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