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Perché il Jobs act non è al centro della battaglia referendaria Cgil?

di Ivan Cavicchi 

20 MAG -

Gentile direttore,
la Cgil ha deciso di raccogliere le firme per abrogare il jobs act. Una decisione importante ma con un discreto grado di equivocità. Essa può significare allo stesso tempo:
- l’apertura di una grande battaglia per rimettere al centro i diritti di salute e per restituire alla sanità pubblica il suo ruolo perduto
- la resa incondizionata del più importante sindacato di sinistra del paese ad un neoliberismo sempre più incontinente selvaggio e aggressivo.

Il Jobs act è uno sciame di norme in gran parte di natura giuslavoristica e fiscale a esclusivo beneficio del reddito di impresa che come una tenaglia a due rampi:
- da una parte riforma il lavoro manifatturiero rendendolo sempre più flessibile e subalterno alle esigenze produttive dell’impresa
- dall’altra riduce i salari dei lavoratori ma offrendo loro in cambio benefits sanitari espropriando prestazioni sanitarie alla sanità pubblica come salario. Il famoso welfare aziendale.

Insomma al jobs act in realtà non interessa curare le malattie dei lavoratori ma speculare su di esse si ma per curare il reddito delle imprese.


Il Jobs act, è:
- una riforma liberista del lavoro perché al valore sovrano del reddito di impresa viene subordinato praticamente tutto, compreso le più elementari ma anche più fondamentali, conquiste dei lavoratori, diritti compresi
- un vero siluro a testata nucleare lanciato contro il SSN quindi una delle più formidabili e spietate controriforme della sanità pubblica pensata per fare la festa all’art 32 della costituzione.

Sul piano sanitario il Jobs act è una estensione della controriforma Bindi del 99 quella che per ragioni di sostenibilità economica al tempo del governo dell’Ulivo rese possibile la sussidiarietà della sanità pubblica con quella privata. Non è stato Renzi a inventare il welfare aziendale ma è stata la Bindi. Renzi ha solo fatto i compiti a casa. Infatti il welfare contrattuale sottoforma di contrattazione è una chance già prevista nell’art 9 della 229.

Il jobs act si basa su un presupposto politico preciso se l’impresa economica determina la ricchezza del paese allora non si può avere crescita economica senza accrescere il reddito di impresa.

Per accrescere il reddito di impresa la strada scelta dal Jobs act è l’uso del fisco altrimenti detto “welfare fiscale” per mettere fuori gioco la sanità pubblica al fine di privatizzarla quindi sostituirla con una sanità aziendale usata come se fosse salario cioè per compensare con prestazioni sanitarie le riduzioni salariali previste dai contratti.

Il jobs act quindi molto banalmente è il ritorno delle mutue del secolo scorso per mezzo dei grandi contratti di lavoro quindi con l’intermediazione del sindacato cioè è il ritorno a una tutela sanitaria non più garantita dallo Stato ma dalla azienda in cogestione col sindacato.

Con una sanità pubblica sempre meno finanziata dal governo e resa sempre più inefficiente dai blocchi delle assunzioni e quindi suo malgrado sempre più lontana dai bisogni reali dei cittadini, spinta quasi a forza verso il privato, non è difficile prevedere che il Jobs act con il suo bravo welfare aziendale pur con le difficoltà registrate dalla letteratura è destinato a breve a sostituire parti importanti della sanità pubblica, cioè a prenderne il posto.

Del resto sappiamo tutti che la sanità come ha fatto capire il governo Meloni è destinata a soccombere già a partire dal prossimo anno sotto il peso dei contratti di stabilità dell’Europa e a diventare il primo problema da risolvere per contenere il debito pubblico nel nostro paese. Sino ad ora la nostra sanità è stata finanziata in disavanzo cioè accrescendo il già alto debito pubblico del paese. Sembra che in futuro indebitarsi per la sanità non sarà più possibile.

Apparentemente in questa situazione drammatica il welfare aziendale sembra una via di uscita se non un grande vantaggio per certe categorie di lavoratori che così avrebbero comunque una assistenza sanitaria e senza liste di attesa, ma alla lunga i dati ci dicono che questo vantaggio per i lavoratori, ripeto pagati in parte con le mutue, è apparente fallace e ingannevole perché tornare indietro al tempo delle mutue per i cittadini non è così vantaggioso come si pensa. L’assistenza fornita dalle mutue o dai fondi non ha la stessa qualità e affidabilità del servizio pubblico e non da le stesse garanzie.

Se negli anni 70 abbiamo superato il sistema mutualistico c’erano mille ragioni per farlo che non cito perché note a tutti. Ora tornare con il welfare aziendale come alla fine di un lungo periplo al punto di partenza dopo mezzo secolo di sanità pubblica non mi pare una grande conquista. Quelle mille ragioni che ci hanno suggerito di fare il SSN oggi si sono super complicate e si sono super moltiplicate. Oggi a parità di malattie i tassi di mortalità registrati nei sistemi privati finanziati dal pubblico sono più alti di quelli registrati nei servizi pubblici. Del resto ciò non deve sorprendere: sappiamo tutti che curare le malattie secondo diritto nel servizio pubblico è un conto curarle nel privato delle tariffe e dei DRG è un altro paio di maniche. “ “

Non si dimentichi mai che le mutue curano le malattie ma non le prevengono. Con la prevenzione le mutue guadagnano di meno e poi oggi la questione della prevenzione insieme a quella dell’’ambiente resta con buona pace del mercato la carta vincente per definire una nuova tutela della salute e un nuovo e più avanzato diritto alla salute. Oggi dopo quasi 50 anni di 833 le malattie invece di calare di numero aumentano sempre di più esasperando i problemi di compatibiltà e di sostenibilità economica della sanità.

Il referendum contro il Jobs act della Cgil purtroppo è “al di qua” di tutte le grandi questioni che ho appena accennato, cioè esso si limita solo a poche questioni giuslavoristiche legate alla precarietà e alla flessibilità del lavoro, lasciando presagire che quello che chiede la Cgil è sostanzialmente una razionalizzazione del mercato del lavoro ma a Jobs act invariante, cioè mantenendo la sua vocazione liberista prima descritta.
il Job act è una vera “porcheria” neoliberista che rivela un sindacato e purtroppo una sinistra di governo che sulla sanità vuole combattere il governo di destra ma senza fare i conti con i suoi fallimenti, con i suoi errori e i suoi limiti, i suoi tradimenti quindi alla fine convinto che si possa rifinanziare una sanità pubblica ma restando subalterni alle logiche neoliberiste.

La domanda politica che faccio è semplice: perché mai questa “porcheria liberista” che è il Jobs act non è al centro della battaglia referendaria promossa dalla Cgil?

E perché mai la Cgil non è alla testa di un grande movimento per rimettere in agenda l’art 32 della Costituzione e per liberare il salario di chi lavora senza barattarlo con la salute quindi offrendo a chi lavora il salario che merita e la salute di cui ha diritto? Perché mai la Cgil non torna a scrivere sulle sue bandiere la “salute è un diritto fondamentale non negoziabile”?

Forse che il più grande sindacato confederale di sinistra sta dicendo al paese che ha cambiato idea e che oggi se vogliamo stare con i piedi per terra il cedimento all’ideologia liberista sul diritto fondamentale alla salute oltre ad essere un “sano” segno di pragmatismo è perfino una necessità politica inevitabile?

Cioè il sogno dell’art 32 e del SSN è per caso finito?

Ivan Cavicchi



20 maggio 2024
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