La psichiatria pubblica deve superare padri nobili e complessi di inferiorità 

La psichiatria pubblica deve superare padri nobili e complessi di inferiorità 

La psichiatria pubblica deve superare padri nobili e complessi di inferiorità 

Gentile Direttore,

un pochino scontato e fiacco (“malinconico”), esattamente come accusa la disciplina cui si rivolge (la psichiatria) di essere, e mischiando responsabilità dei governanti ad asserita insipienza dei colleghi, lievemente screziato di supponenza e con un’improvvisa risata al magnesio triste amara un po’ spiazzante, un recente intervento che tratta della Giornata Mondiale della Salute mentale, apparso sul suo giornale, ha acceso la mia attenzione.

Mi dico: esiste campo della medicina dove una categoria professionale si svilisce e si percuote con paragonabile decisione? La risposta è semplice: no. Mi sono quindi domandato: come mai? Ho scelto, tra le molte possibili, per non allungare il brodo, due sole risposte.

La prima, che esiste un senso di colpa della categoria psichiatrica, così forte da celebrare ogni anno la legge 180 come fosse sempre oggi (la Psichiatria a 5 anni, 10 anni, a 20 anni, a 30 anni, a 40 anni dalla legge 180), come se dopo non fosse accaduto nulla di realmente significativo, non si fosse dovuto affrontare il successivo rendersi estremamente complesso dello scenario del disagio psichico collettivo (non esistono più i soli schizofrenici ex internati), il vertiginoso incremento della domanda, l’insufficiente costruzione della rete territoriale italiana, la pretesa di utilizzare i servizi per la salute mentale per il controllo sociale e, infine, l’ulteriore impegno del passaggio (sacrosanto, va detto) ai DSM della gestione dei pazienti autori di reato.

E la seconda: l’epistemologia psichiatrica è sufficientemente debole da permettere di dire, estremizzo per migliorare la comprensione, tutto e il contrario di tutto, fino alla disciplina sociale dove veramente chiunque può dire la sua. Penso, quindi, che sia ora, degnamente celebrati i 100 anni dalla nascita, di andare oltre Basaglia.

Senza il suo pensiero realmente rivoluzionario (e la sua azione, la sua testimonianza, il suo farsi corpo liturgico) il superamento dei manicomi sarebbe avvenuto più tardi, e forse diversamente, senza i suoi libri non sarebbe stato così chiaro come la psichiatria abusasse profondamente (e possa sempre abusare) del proprio potere, senza i suoi scritti non avremmo forse così bene compreso il senso della dignità dell’individuo, l’importanza dell’uguaglianza e della non discriminazione; il lascito culturale (e la cultura nel mondo della salute mentale è fondamentale) resta e resterà centrale. Tutti i giovani professionisti che si avvicineranno alla psichiatria dovrebbero leggere (anche) Basaglia.

Ma cinquant’anni dopo tutto è cambiato, in un campo di gioco dove i giocatori sono divenuti molto più numerosi, molto più complessi, portano non una patologia grave chiaramente splittata rispetto alla normalità, ma dei continua che impediscono di percepire e di isolare adeguatamente quella che si chiama ancora psicopatologia, dove, in un DSM, oggi ci sono i mille usi e abusi di sostanze, i disturbi del neurosviluppo e della condotta, i disturbi di personalità (basterebbero questi…), le mille e mille comorbilità, l’esplosione del disagio giovanile, il malessere psicologico e trasversale della popolazione e, fuori, la disintermediazione sociale, la dissoluzione educativa delle famiglie, l’eclissi della scuola… Siamo ormai in un’altra era. Ritroviamo, quindi, una nuova identità, nuovi elementi fondativi, nuove identificazioni (anche se un tempo complesso non permette identificazioni semplici, o scorciatoie di sorta).

Tornando all’articolo che ha fatto partire queste riflessioni, difendo con estrema forza gli operatori della salute mentale pubblica, che con le poche risorse a disposizione, la loro serietà, la loro partecipazione, di fronte al costante aumento della domanda, alla sua complessificazione progressiva intrisa anche di rabbie e aggressività, alla distanza della politica, riescono a fare fronte con volontà, impegno e dedizione che sempre nell’articolo vengono svilite in fiacche attività da doposcuola, pelose relazioni da oratorio, malinconie bolse da vieti mercatini dell’usato. Io nel Servizio pubblico ci lavoro, rispetto i suoi operatori, e mi commuovo per l’insistenza e l’ostinazione con la quale, a volte, sembrano svuotare il mare con un secchiello. Mi viene da dire grazie. E solo dopo questo grazie, discuto di cosa possiamo fare meglio, e di più, e di nuovo, e di cosa abbiamo fatto male, poco, superficialmente, parzialmente.

Infine, rispetto al 10 di ottobre, ricordiamo che furono due oggi dimenticati parlamentari della DC e del PCI (psichiatri, se qualcuno non si offende) che resistettero all’onda più estremista e ideologica della rivoluzione di allora riuscendo a introdurre la ragione dei trattamenti obbligatori, dei reparti ospedalieri per i ricoveri psichiatrici (non autonomi, ma inseriti come gli altri negli ospedali generali – qui non abbiamo invece parlato della reazione, che voleva allora reparti fino a 125 posti letto, e con autonomia rispetto all’ospedale dove erano inseriti…), fino poi a ridurne la capienza massima a 15 posti letto. Già allora c’era anche altro, guarda un po’…
È ora di evolverci, è ora di rispettarci, è ora di crescere.

Antonio Amatulli
Direttore Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze ASST Brianza (MB)

08 Ottobre 2024

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