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Ma il Pnrr  interessa solo alle Università con gli “aziendalisti”?

di Claudio Maria Maffei

18 GIU - Gentile Direttore,
nel dibattito sulla sanità italiana le grandi assenti continuano ad essere le Facoltà di Medicina e Chirurgia e le Università in cui operano. Finora qui su QS l’unico intervento strutturato sul Pnrr di provenienza universitaria è stato quello di 16 ricercatori di  6 università italiane in cui ad essere rappresentate prevalentemente sono punti di vista non sanitari, con una netta prevalenza di competenze  sui temi della economia, del management e delle politiche sanitarie.
 
Quell’intervento è stato commentato aspramente da Cavicchi in un commento titolato, Il ritorno, non richiesto, degli aziendalisti in sanità. Io per parte mia non ho ritenuto quell’intervento un ritorno, perché quelle Università e quei ricercatori nella sanità italiana sono ben presenti.
 
Non a caso da quei ricercatori e da quelle università vengono alcuni tra i rapporti più stimolanti sulla sanità italiana, come quelli sulle performance delle sanità regionali del Sant’Anna e del CREA di Tor Vergata e quelli di ALTEMS dell’Università Cattolica sulle risposte  regionali alla pandemia o gestiscono osservatori sulla sanità italiana come la Bocconi (che produce il Rapporto OASI, Osservatorio sulle Aziende e sul sistema Sanitario Italiano), il Politecnico di Milano (innovazione digitale in sanità) e l’Università di Torino (diseguaglianze di salute). 

 
Nelle stesse università oltre che ricerca si fa anche molta formazione manageriale e sarebbe stato strano se la loro voce non si fosse sentita in occasione del Pnrr. Fra l’altro questo Piano  tocca in diversi punti tematiche molto vicine all’attività di queste università come il budget e la formazione manageriale.
 
Il tema del budget viene introdotto ad esempio nella scheda tecnica del Pnrr quando si parla delle due riforme previste nella prima componente del Pnrr (quella relativa a Reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale), passaggio in cui  si include nella categoria assumptions/risks di carattere finanziario la difficoltà di operare nel SSN in accordo con il metodo di budget.
 
Quanto alla formazione manageriale,  nella componente 2 del Pnrr relativa alla innovazione, ricerca e digitalizzazione del SSN  a proposito dello sviluppo di competenze tecniche, professionali, digitali e manageriali si prevede l’attivazione di un percorso formativo per i ruoli apicali degli organismi del SSN in modo da far acquisire loro le competenze e le capacità manageriali necessarie per far fronte alle attuali e future sfide in tema di salute in un approccio integrato, sostenibile, innovativo, flessibile e orientato ai risultati. Per questa azione si prevede un finanziamento complessivo di 18 milioni e una popolazione bersaglio di 4500 persone.
 
Il fatto che io ritenga legittimo ed utile la partecipazione al dibattito di “quelle” Università non equivale a sottoscrivere le loro indicazioni. Anzi, le trovo in molti passaggi fortemente discutibili, ma continuo a ritenerle utili ed anzi per certi versi necessarie: se una istituzione universitaria studia il SSN e forma i suoi dirigenti,  ma  non partecipa al dibattito sulla sanità, viene meno al proprio ruolo.
 
Pare a me che venga invece meno al proprio ruolo la grande maggioranza delle Facoltà di Medicina e Chirurgia italiane e delle loro Università cui spetta il fondamentale compito di formare  professionisti coerenti per competenze ed attitudini alla “nuova” sanità che  si intende costruire, fortemente orientata ad una attività territoriale e a processi assistenziali ad alta integrazione interprofessionale ed interdisciplinare. E non è esattamente questo il tipo di professionisti che l’Università mediamente prepara. Del resto è lo stesso Pnrr a incoraggiare questo atteggiamento “neutro” delle Università e delle Facoltà mediche visto che nella Mission 6  nemmeno le nomina, mentre degli IRCCS prevede addirittura la Riforma.
 
Questa “neutralità” delle Università si ritrova anche a livello delle singole Regioni, dove il loro punto di vista è sostanzialmente assente anche quando le scelte di politica sanitaria dovrebbero tenere conto anche del loro punto di vista. A solo titolo di esempio, se una Regione persegue una politica di frammentazione dell’assistenza ospedaliera che si scontra con la indisponibilità di una quantità sufficiente di personale infermieristico o di medici specialisti in alcune discipline non sta anche all’Università porre il problema? Per non parlare poi dei modelli di organizzazione del lavoro e dei ruoli professionali che una sanità in evoluzione dovrebbe continuamente rivedere a partire dai processi formativi che l’Università istituzionalmente garantisce. E se non partecipa al dibattito ed alla costruzione di quei modelli e di quei ruoli che formazione può fare l’Università?
 
E quindi le  “altre” Università a minor vocazione aziendalista, ma a maggior vocazione professionale si facciano sentire sul Pnrr e non solo. Nel loro caso più che di un ritorno si potrebbe parlare di un arrivo, tardivo, ma a mio parere necessario.
 
Claudio Maria Maffei
Coordinatore scientifico Chronic-On

18 giugno 2021
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