Carenza medici, quale futuro se perdiamo i giovani?

Carenza medici, quale futuro se perdiamo i giovani?

Carenza medici, quale futuro se perdiamo i giovani?

Gentile Direttore,
l’altra mattina, mentre andavo a fare il mio turno di sabato in Stroke Unit, ho sentito alla radio che, nell’arco di dieci anni, l’Umbria ha perso oltre 15.000 giovani, che mostra come la performance della regione sia la peggiore tra quelle del Centro Italia (dati sul periodo 2014-2024 è la Cgia di Mestre). Infatti, la popolazione tra i 15 e i 34 anni in Umbria è diminuita dell’8,6%, a fronte di una media nazionale già negativa, ma che si ferma al 5,8%. Questo significa che nella regione si è passati da circa 178.700 giovani ai poco più di 163.300 censiti nel 2024. A quel punto non ho potuto fare a meno di pensare alla mia categoria, che rispecchia perfettamente questo scenario.

Siamo rimasti “noi anziani”, visto che nel 2021 in Italia il 55% dei medici aveva almeno 55 anni, a fronte del 44,5% in Francia, del 44,1% in Germania e del 32,7% in Spagna (Dati ISTAT 2021). Inoltre, a livello nazionale, la percentuale di borse di specializzazione non accettate è passata dal 10% al 29% (dati CIMO). A peggiorare ulteriormente il quadro, in Umbria non sono state rinnovate specializzazioni fondamentali come Cardiologia e Anestesia.

Purtroppo, oggi vediamo pochi medici giovani che intraprendono il percorso di specializzazione, e la maggior parte di quelli che arrivano non intendono restare nel reparto che li ha formati. Non riusciamo a creare un rapporto di fidelizzazione con i nostri giovani. Se li mandiamo fuori all’estero, sappiamo già che non torneranno, perché non siamo competitivi né dal punto di vista degli stipendi, né delle opportunità di crescita professionale. Anche quando esistono fondi disponibili, non riusciamo a spenderli o ad ottenerli a causa delle lungaggini burocratiche.

Forse, chi guarda altrove vede anche un modello diverso di leadership, basato sulla “graceful leadership”, dove il rapporto gerarchico non è un vincolo di subordinazione, ma un’opportunità per lavorare come parte di un team. Questo approccio, purtroppo ancora poco diffuso, potrebbe rendere il nostro sistema più attrattivo, ma senza un cambiamento culturale il rischio è che la fuga continui.

L’Umbria con la sua università storica, fondata nel 1308, un tempo fonte di grande ricchezza per la regione, capace di attirare studenti di medicina da tutta Italia e anche dall’estero (come nel mio caso). Molti di noi si sono poi fermati per continuare la specializzazione e hanno lottato per affermarsi, contribuendo alla crescita dei reparti in cui abbiamo lavorato, portando conoscenze anche oltre i confini della regione. Nei nostri reparti sono passati giovani medici da tutto il mondo per avviare lavori di ricerca clinica.
Eppure, oggi, assistiamo a un fenomeno opposto: i nostri giovani non vogliono più restare o venire.

L’emigrazione dei giovani medici non è compensata da un’adeguata immigrazione di giovani professionisti che scelgano di venire da noi. Anzi, anche chi prima considerava l’Italia come un’opportunità ora preferisce altri Paesi, dove l’accesso alle specializzazioni è più snello, le prospettive di carriera più chiare e il riconoscimento economico più adeguato.

Se perdiamo la capacità di costruire un progetto comune per la sanità pubblica, per la ricerca clinica che includa i giovani, mettiamo a rischio un intero sistema. Non potremo più garantire il rispetto dell’articolo 32 della Costituzione, che sancisce la tutela della salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, assicurando cure gratuite agli indigenti.

La crisi della sanità, dunque, non è solo un problema economico o organizzativo, ma una questione di visione, di investimenti e soprattutto di persone. Se non riusciamo a trattenere i giovani medici, chi si prenderà cura della nostra salute domani?

Valeria Caso
Neurologa Vascolare
Ospedale Santa Maria della Misericordia
Perugia, Umbria

03 Febbraio 2025

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