Gentile Direttore,
i dati presentati da Regione Lombardia sul contenimento delle liste d’attesa meritano una valutazione seria e senza letture ideologiche. I numeri diffusi dalla Cabina di Regia mostrano segnali da tenere in considerazione che sarebbe sbagliato non riconoscere. Una maggiore capacità di monitoraggio e una governance attenta sono elementi da valorizzare. Anche la progressiva, ancora troppo lenta, attivazione del CUP è un passaggio che giudichiamo positivamente e che abbiamo sempre sostenuto. Ora serve, però, che la capacità teorica del sistema si traduca in una piena utilizzabilità concreta per cittadini e operatori, in parallelo alla necessità di accelerare l’integrazione di tutte le strutture private accreditate nel sistema unico, oggi ancora presenti in numero limitato (otto, annuncia l’Assessore).
Inoltre, resta evidente il fenomeno della ‘migrazione interna’ dei pazienti verso strutture percepite come più efficienti o meglio organizzate, con il rischio di concentrare ulteriormente la domanda sui grandi hub e ampliare il divario con i territori più fragili. È un segnale importante, perché dice che il miglioramento medio regionale non coincide ancora con una reale uniformità di accesso.
Tuttavia, i dati quantitativi diffusi dalla Regione raccontano solo una parte della fotografia, quella visibile, monitorabile a livello aggregato.
Dal riscontro quotidiano delle nostre sentinelle territoriali e degli sportelli presenti nelle diverse aree lombarde emerge infatti un quadro più complesso, evidenziando anche criticità strutturali ancora molto presenti. Per ragioni di sintesi, ci soffermiamo solo su alcuni aspetti.
Il primo elemento riguarda la forte eterogeneità applicativa. Le regole regionali esistono, ma la loro traduzione operativa cambia sensibilmente da territorio a territorio, e talvolta persino tra aziende della stessa area. Percorsi di garanzia, presa in carico, percorsi di cura interni, gestione delle priorità e rapporti con il privato accreditato vengono interpretati con modalità differenti, generando esperienze molto diverse per i cittadini a seconda del luogo in cui accedono al sistema.
Un altro elemento critico riguarda l’eccessivo focus sugli indicatori misurabili. Sappiamo, infatti, che in alcuni territori la mancata presa in carico di alcune richieste finisce per non emergere nei monitoraggi ufficiali.
C’è poi il nodo della presa in carico. In molte realtà i percorsi dedicati ai pazienti cronici, post-dimissione o con necessità di controlli programmati risultano ancora molto dipendenti dall’organizzazione interna, più che da procedure realmente standardizzate. Restano, inoltre, aperti i temi dell’appropriatezza prescrittiva e del rapporto tra attività istituzionale e libera professione, che continuano a emergere indirettamente nell’analisi dei flussi.
Per questo i dati presentati dalla Regione meritano una valutazione positiva, ma anche prudente. La direzione sembra corretta, e sappiamo che intervenire sulla governance produce effetti. Ora però la vera sfida sarà trasformare questa evoluzione in un sistema realmente uniforme, capace di garantire lo stesso diritto alla cura in ogni territorio lombardo, nel pieno rispetto del principio di prossimità dell’Ambito Territoriale di Garanzia.
Roberta Vaia
Segretaria Regionale Cisl Lombardia