Gentile Direttore,
in questi giorni, come ciclicamente accade nel nostro Paese, è tornato di grande attualità il tema del fine vita. A riaccendere il dibattito è l’imminente ripresa della discussione del disegno di legge allo studio del Senato. Desidero cogliere l’opportunità di questo spazio che mi viene concesso per alcune considerazioni che attengono in particolare all’ambito medico-legale, quello al quale appartengo e del quale mi occupo anche a livello pubblico come Presidente della Consulta Medico-legale dell’Ordine dei Medici Chirurghi di Roma.
In questo confronto pubblico, spesso dominato da slogan ideologici o da semplificazioni emotive, manca troppo frequentemente la voce del medico-legale: il professionista che più di ogni altro si confronta quotidianamente con il confine tra la vita e la morte, con la fragilità estrema dell’essere umano e con il dovere di accertare la verità scientifica senza mai smarrire il rispetto per la dignità della persona.
Il medico-legale non è soltanto colui che certifica la morte, è anche colui che aiuta la società a comprenderla. Come scriveva il filosofo Hans Jonas, “la medicina moderna possiede un potere mai avuto prima sull’uomo, e proprio per questo necessita di una responsabilità morale superiore”. È precisamente questa responsabilità che rischia di essere marginalizzata nel dibattito contemporaneo sul fine vita.
Da medico-legale, sento anzitutto il bisogno di fare chiarezza sulle parole. Le parole, soprattutto in bioetica, non sono neutre: orientano il pensiero, influenzano il giudizio pubblico e perfino le decisioni legislative. Troppo spesso, infatti, si parla genericamente di “eutanasia” anche quando ci si riferisce al suicidio medicalmente assistito, creando una confusione concettuale che altera la natura stessa del dibattito.
È bene chiarire che in Italia non è mai stata esaminata una legge sull’eutanasia volontaria attiva, bensì sul suicidio medicalmente assistito. La differenza è sostanziale. L’eutanasia implica l’intervento diretto di un terzo — generalmente il medico — che provoca intenzionalmente la morte del paziente. Nel suicidio assistito, invece, l’atto finale resta compiuto autonomamente dal paziente stesso.
Questa distinzione non è soltanto tecnica o terminologica, ma etica e giuridica. In Europa, l’eutanasia attiva è ammessa soltanto in quattro Stati: Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo e Spagna, mentre il suicidio medicalmente assistito è disciplinato, con limiti differenti, in Germania, Austria e Portogallo. L’Italia, dopo la sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale relativa al caso di Fabiano Antoniani, ha introdotto esclusivamente una limitata non punibilità dell’aiuto al suicidio in presenza di condizioni rigorosamente determinate.
Proprio il caso di Dj Fabo dimostra quanto il tema sia drammaticamente concreto e umano. Tetraplegico e cieco dopo un incidente stradale, Antoniani scelse di recarsi in Svizzera accompagnato da Marco Cappato per accedere al suicidio assistito. La vicenda aprì un profondo conflitto tra diritto, etica e medicina, costringendo la Corte costituzionale a intervenire laddove il legislatore era rimasto silente.
Tuttavia, anche qualora si voglia distinguere nettamente eutanasia e suicidio assistito, resta inevitabile una domanda centrale: quale deve essere il ruolo del medico? È qui che emerge il nodo più delicato. La professione medica nasce storicamente per curare, alleviare e accompagnare, non per provocare la morte.
Non è casuale che il Giuramento di Ippocrate contenga una prescrizione tanto netta: “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale”. Questa formula, elaborata oltre duemila anni fa, continua a rappresentare il fondamento simbolico della deontologia medica contemporanea.
Anche il Codice di Deontologia Medica italiano ribadisce chiaramente che il medico “non deve effettuare né favorire atti finalizzati a provocare la morte del paziente”. Non si tratta di una mera norma corporativa, ma dell’espressione di una precisa idea di medicina: una medicina che considera la vita un bene da custodire fino al termine naturale.
Il filosofo Emmanuel Levinas sosteneva che il volto dell’altro ci impone sempre una responsabilità morale. Applicato alla medicina, ciò significa che il malato non può mai diventare oggetto di una procedura tecnica, nemmeno quando chiede di morire. Il rischio, altrimenti, è quello di una medicina che da arte della cura si trasforma progressivamente in amministrazione della vita e della morte.
Vi è inoltre un ulteriore elemento che merita attenzione: l’esperienza internazionale mostra come i confini inizialmente fissati dalle normative sul fine vita tendano progressivamente ad ampliarsi. Nei Paesi Bassi, ad esempio, si è passati negli anni da casi terminali eccezionali all’estensione dell’eutanasia per sofferenze psichiche, demenze avanzate e persino minori in determinate circostanze. Questo fenomeno, definito da molti studiosi il piano inclinato alimenta interrogativi etici tutt’altro che infondati.
Naturalmente, nessuna riflessione seria può ignorare la sofferenza reale dei pazienti. Sarebbe profondamente ingiusto e disumano. Tuttavia, proprio per questo motivo, il punto decisivo dovrebbe forse essere un altro: potenziare le cure palliative, la terapia del dolore e l’assistenza psicologica e familiare.
La vera sfida di una società civile non consiste soltanto nel riconoscere autonomie individuali, ma nel non lasciare mai solo chi soffre. Una comunità autenticamente umana si misura dalla capacità di accompagnare la fragilità, non di accelerarne la fine.
Il rischio, dunque, è che una normativa sul fine vita finisca per trasformare radicalmente il significato stesso della professione medica, introducendo una frattura antropologica e deontologica destinata a incidere profondamente sul rapporto fiduciario tra medico e paziente. Per questo il dibattito merita rigore, prudenza e soprattutto onestà intellettuale, lontano tanto dagli slogan ideologici quanto dalle semplificazioni emotive.
Come ammoniva Norberto Bobbio, i diritti dell’uomo sono problemi difficili non perché non si sappia quali siano, ma perché sono diritti tra loro spesso in conflitto. Nel fine vita, infatti, si confrontano il diritto all’autodeterminazione, il valore della vita, il senso della cura e il ruolo stesso della medicina. Ridurre tutto a una contrapposizione politica significa non comprendere la profondità della questione.
Luisa Regimenti
Presidente Consulta Medico-legale dell’Ordine dei Medici di Roma
Assessore Regione Lazio