Fasce di rischio e relative misure non si possono decidere con la TV

Fasce di rischio e relative misure non si possono decidere con la TV

Fasce di rischio e relative misure non si possono decidere con la TV

Gentile Direttore,
c’è in Italia una attenzione mediatica enorme sulla pandemia, attenzione che ha riguardato anche il sistema di indicatori che è utilizzato per il monitoraggio della fase  2 della pandemia in Italia. Con questi indicatori viene (o almeno dovrebbe venire) “generata” in modo quasi automatico la attribuzione delle diverse Regioni ad una classe di rischio.
 
La descrizione ed il razionale di questo sistema si trova in una circolare del 30 aprile del Ministero della sanità, mentre l’andamento dei diversi indicatori viene riportato nei rapporti settimanali del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità (questo è l’ultimo uscito ad oggi 20 dicembre 2020). Sulla base di questi rapporti vengono poi emanati i Decreti con le diverse regole come nel caso dell’ultimo che regolamenta il periodo delle festività natalizie.
 
Nel caso dell’ultimo Decreto le disposizioni date sono state date anche (e per  Regioni soprattutto) in base ad un empirico (e televisivo) densitometro degli assembramenti che ha fatto ritenere opportune misure drastiche rispetto all’effettivo andamento degli indicatori nelle diverse zone del paese.
 
Data la enorme importanza che questi indicatori rivestono varrebbe forse la pena allora riprenderli in mano, sottoporli a verifica e migliorarli. Perché è un sistema pieno di limiti che a distanza ormai di diversi mesi dall’inizio del  suo utilizzo merita di essere rivisto. Del resto, analoghi e più autorevoli pareri sono già stati espressi dal Presidente della Accademia Nazionale dei Lincei Giorgio Parisi e dalla Associazione Italiana di Epidemiologia.
 
Ovviamente la revisione di questo sistema va fatta ai più alti livelli nazionali con i tempi ed i metodi che tale operazione richiede, ma alcuni limiti dell’attuale sistema emergono con tale forza che forse vale la pena di ricordarli. Questi limiti sono da una parte metodologici, e riguardano aspetti come la chiarezza delle istruzioni per la registrazione dei dati ed il calcolo degli indicatori o i criteri di scelta dei valori soglia, ma dall’altra riguardano la assenza di  indicatori su aspetti essenziali della risposta regionale alla epidemia.
 
Ecco quattro esempi.
 
Il primo esempio riguarda la gestione del rischio nelle strutture residenziali sociosanitarie. Nella Circolare del 30 aprile già citata ce n’erano due che riguardavano tali strutture. Poi però sono gli unici indicatori che non si ritrovano nel report settimanale pur essendo interessantissimi essendo costruiti con riferimento all’uso di checklist per la verifica di eventuali criticità a livello di tali strutture (indicatori 1.5 e 1.6). Così che gli indicatori sono di fatto passati da 21 a 19 senza che in molti se ne siano accorti e continuino a parlare di 21 indicatori, del resto in modo comprensibile visto che la riduzione è passata sotto silenzio.
 
Un secondo esempio è rappresentato dalla completezza e dalla tempestività del sistema di contact tracing notoriamente “saltato” in molte Regioni senza che il sistema di monitoraggio ne evidenziasse per tempo le condizioni critiche.
 
Un terzo esempio è rappresentato dal sistema di presa in carico domiciliare dei casi cui non è dedicato alcun indicatore nonostante la sua evidente rilevanza e lo stato di criticità in cui versa come segnalato di recente anche dalla Corte dei Conti.
 
Un quarto esempio è rappresentato dalla sospensione/riduzione delle attività programmate che è altro campo critico e inesplorato della risposta alla pandemia, nonostante l’impatto sulla salute che esso esercita (si pensi come esempio alla attività oncologica).
 
Il  sistema di indicatori per il  monitoraggio della pandemia deve migliorare sia per evitare il ricorso al densitometro in ogni periodo critico come questo che sta per cominciare e sia e soprattutto perchè diventi uno strumento trasparente di monitoraggio, non solo della pandemia ma anche della qualità della risposta data dai Servizi Sanitari Nazionale e Regionali. E a quel punto il colore della fascia di  rischio diventa anche più logico e come tale accettabile.
 
Claudio Maria Maffei
Coordinatore scientifico di Chronic-on
 
 

 

22 Dicembre 2020

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