I “covidologi” parlino di Covid, di sanità meglio di no

I “covidologi” parlino di Covid, di sanità meglio di no

I “covidologi” parlino di Covid, di sanità meglio di no

Gentile Direttore,
i talk show serali prima utilizzavano una sorta di compagnia di giro di covidologi (bravissimi ricercatori, scienziati e professionisti) specialisti in tutte le dimensioni strettamente attinenti il Covid-19. E quindi sono coinvolti prevalentemente virologi, microbologi, immunologi e infettivologi. Ai quali è sacrosanto chiedere tutto sulla vaccinazione e sulle varianti del virus oggi, come era sacrosanto chiedergli prima se i coronavirus fossero virus nuovi di origine animale adattati all’uomo, se si trasmettevano anche da parte degli asintomatici, ecc.
 
Poi la compagnia di giro è diventata una compagnia abbastanza stabile in ogni trasmissione.  E qui i covidologi si esprimono con grande competenza e capacità comunicativa (sono stati selezionati in base a questi due criteri immagino) sul “loro” e cioè sui temi in cui i risultati della ricerca hanno bisogno di essere trasferiti al pubblico. E in questo sono bravissimi.
 
Poi i conduttori già che ce li hanno lì, li intervistano su ciò che “loro” non è e cioè il rapporto tra la pandemia e l’assetto del Servizio Sanitario Nazionale e dei Servizi Sanitari Regionali. Che i covidologi non conoscono bene se non per quello che arriva loro dalle esperienze dirette di clinici (se sono clinici) e da quel che leggono e raccolgono collateralmente alla loro attività principale. E quindi pur non avendone la competenza si sbilanciano in valutazioni dello stato della sanità pubblica italiana inevitabilmente superficiale. Qualche sera fa una peraltro bravissima covidologa ha risposto alla domanda sulla maggiore mortalità in Italia per Covd-19 riproponendo la solita triade: tagli (posti letto e personale), carenza del territorio e privatizzazione. Mancava la regionalizzazione ed eravamo al completo.
 
Non è che questi fattori non siano importanti. Non sono solo importanti, sono importantissimi. Ma sono anche temi complessi perché anche i sistemi sanitari hanno la loro biologia, la loro fisiologia e la loro patologia. Hanno anche le loro varianti (nazionali e regionali) e quindi parlarne senza pericolosamente semplificare è difficile se quelle cose non le hai studiate. Perché anche la sanità pubblica è una disciplina complessa e come la covidologia è anzi fatta da molte discipline che includono l’igiene modernamente intesa, la epidemiologia, la sociologia, l’economia sanitaria e diverse altre ancora.
 
L’impatto sulla sanità del Covid-19 e i relativi adattamenti che il Servizio sanitario Nazionale deve fare richiedono, per essere discussi di fronte al “grande pubblico”, una capacità di rappresentare la complessità come si cerca di fare con i vaccini. Uno dei covidologi non chiamerebbe mai  “siero” un vaccino, come si fa spesso invece sui giornali. Ecco a me sentirli parlare ad esempio di rapporto pubblico/privato come fanno nel loro “teatro” serale fa un po’ lo stesso effetto. Capisci che parlano “per sentito dire” e questo da loro non te lo aspetti perché ti aspetti la stessa competenza in tutti i temi che toccano.
 
Prendiamo il ruolo dei privati, che io sono il primo a considerare ingombrante se non ben gestito. Dal Rapporto  SDO 2019 di recente presentato e commentato qui su QS guardiamo ad esempio la percentuale di ricoveri ordinari per acuti nelle Case di Cura Private del 2010 e del 2019. Nel 2010 era del 13,7% e nel 2019 del 13,5%. Dov’è tutta questa privatizzazione? Sta semmai nell’area della riabilitazione e della lungodegenza dove il privato dal 2010 al 2019 è passato rispettivamente dal 50,9 al 52,5%  e dal 45,3 al 50,9% dei ricoveri ordinari. Ma certamente questa specifica i covidologi non la conoscono, come non conoscono motivazioni e ricadute di questi dati.
 
Così come non sono in grado di attribuire il giusto  significato alla ridotta percentuale di ricoveri per acuti nelle case di Cura Private che “nascondono” un rischio di privatizzazione selettivo verso alcune discipline chirurgiche (ortopedie e urologie ad esempio) con un importante effetto di richiamo verso i professionisti di quelle discipline in competizione col pubblico.
 
La sanità pubblica ha bisogno forse anche più del Covid-19 di far crescere la competenza di cittadini, professionisti, politici ed amministratori. Per farla crescere, “a ognuno il suo mestiere” anche dove si fa informazione.
 
Claudio Maria Maffei
Coordinatore scientifico Chronic-on

Claudio Maria Maffei

21 Gennaio 2021

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