I manager della sanità sono, quasi sempre, “poco” autonomi

I manager della sanità sono, quasi sempre, “poco” autonomi

I manager della sanità sono, quasi sempre, “poco” autonomi

Gentile Direttore,
nel commentare il Rapporto OASI 2022 Francesco Longo e Alberto Ricci forniscono uno stimolante contributo all’analisi del ruolo che il management aziendale può avere in questa delicatissima fase della storia del nostro Servizio Sanitario Nazionale. La loro tesi è semplice, mi pare: nel vuoto lasciato dai livelli istituzionali superiori lo spazio per una azione incisiva delle Direzioni cresce.

Ma cerco di usare il metodo suggerito dai ricercatori della Bocconi che nel Rapporto OASI 2022 presentato qui su QS invitano a meno narrazione e a più evidenze. Ecco, a me pare che ci sia troppa narrazione nella individuazione di questo “vuoto” a disposizione del fertile contributo potenziale del management.

Parto dalla affermazione di Longo e Ricci secondo cui “I documenti nazionali e regionali, spesso, definiscono i setting previsti per il “nuovo” territorio in maniera volutamente lasca, fissando standard piuttosto flessibili sui bacini di utenza, i servizi possibili, i profili del personale presente.”

Il primo limite di questa affermazione è ancora una volta quella sorta di scotomizzazione di sistema (scotomizzare, lo ricordo a me, equivale più o meno a “eliminare inconsciamente dalla percezione, dalla memoria”) nei confronti dell’ospedale e delle reti ospedaliere. Ma, almeno a me, sembra illogico pensare che si possa giocare in campo aperto quando si parla di territorio, come se gli ospedali esistessero solo per il rapporto di integrazione che hanno col territorio stesso. Per me in estrema sintesi è impossibile parlare di DM 77 e quindi di territorio se non si parla di DM 70. E di ospedale e DM 70 Longo e Ricci non parlano mai.

Ho adesso sotto gli occhi l’indice del rapporto OASI 2022 e vedo solo territorio e PNRR. Il capitolo sulla struttura e le attività del SSN presenta dati sugli ospedali, ma manca qualunque collegamento tra il loro assetto e la relativa influenza sui servizi territoriali.

La mia conoscenza della realtà delle Marche mi porta a dire che il rischio che le reti ospedaliere ipertrofiche che la politica vuole soffochino lo sviluppo dei servizi territoriali è altissimo. E su questa impostazione programmatoria nella esperienza marchigiana il ruolo del management aziendale è solo quello di applicare ciò che la politica decide, in larga misura indipendentemente da dati e regole.

E questo porta al secondo punto: ma davvero la programmazione regionale dei servizi territoriali in applicazione del DM 77 è “lasca”? Sempre nelle Marche la politica ha trasformato la distribuzione delle Case della Comunità e degli Ospedali di Comunità in un programma di edilizia ospedaliera gestito prevalentemente in base ad una logica di bacini di utenza elettorali e non sociosanitari. E si tratta di un vincolo non da poco.

In questo quadro in cui sul versante programmatorio la politica avoca a sè le scelte fondamentali in assenza di una forma cogente di monitoraggio centrale siamo sicuri che ci siano spazi significativi per il management aziendale? Che si possano fare belle esperienze con elevato valore aggiunto locale è sicuro e dimostrato. Che sia questa una delle chiavi di volta per uscire dalla crisi attuale del SSN mi sa tanto di narrazione.

Claudio Maria Maffei

21 Novembre 2022

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