Per il governo delle aziende distinguere tra salute e servizi e superare il DG monocratico

Per il governo delle aziende distinguere tra salute e servizi e superare il DG monocratico

Per il governo delle aziende distinguere tra salute e servizi e superare il DG monocratico

Gentile Direttore, l’articolo di Marinella D’Innocenzo “Direttori generali tra tecnica e politica. Un ruolo che è cambiato più delle regole per selezionarli” credo sia meritevole di un commento non tanto critico quanto addizionale e propositivo.

Gentile Direttore,
l’articolo di Marinella D’Innocenzo “Direttori generali tra tecnica e politica. Un ruolo che è cambiato più delle regole per selezionarli” credo sia meritevole di un commento non tanto critico quanto addizionale e propositivo.

Non vi è dubbio che «L’impianto originario delle riforme degli anni ‘90, a partire dal Dlgs 502/1992, è chiaro: il Direttore Generale è il vertice monocratico di un’azienda dotata di autonomia imprenditoriale, responsabile della gestione complessiva, con margini significativi di scelta su assetto organizzativo, dirigenti, utilizzo delle risorse. La politica definisce obiettivi di salute e risorse, il DG gestisce; la distinzione è netta, quasi “weberiana”: indirizzo da una parte, amministrazione tecnica dall’altra.». Questa enunciazione era l’essenza della riforma indirizzata all’aziendalizzazione del sistema sanitario che comportava anche un certo grado di privatizzazione compresa la scelta fiduciaria del Direttore Generale.

Era implicito che il DG fosse «chiamato a rispondere di risultati che dipendono da una rete di decisioni distribuite tra Regione, centrali di committenza, linee guida prescrittive, vincoli di finanza pubblica, piani di rientro, PNRR». Quindi nessun «paradosso: continuiamo a chiedergli di fare “il tecnico” (di una pseudo-azienda), mentre lo costringiamo a muoversi dentro un campo apertamente politico (com’è la Sanità pubblica)». «In questo scenario, la figura del DG non ha più i tratti del “tecnico autonomo” che l’ordinamento aveva immaginato: è un manager che opera dentro una trama fitta di indirizzi e vincoli, in cui l’autonomia è relativa e la responsabilità è totale.».

Mi sembra molto precisa e rigorosa l’analisi del contesto: «La politica entra in sanità, la finzione (meglio sarebbe parlare di funzione) del tecnico resta»; «La tripla distorsione: profili errati, valutazioni irrealistiche, responsabilità opaca»; «Un ruolo ibrido che va riconosciuto, non occultato»; «L’interesse del paziente al centro di una governance adulta».

A mio parere cambierei le conclusioni dell’articolo: perché una Azienda sanitaria possa davvero fare “l’interesse del paziente”, o meglio ottenere un servizio sanitario che vuole restare universale e di qualità, servono due cose: una chiara distinzione prima culturale e poi operativa tra produzione di salute e produzione di servizi che hanno tra loro un labile rapporto; e sostituire l’interlocutore dei decisori politici non l’organo monocratico (a meno di voler conservare un capro espiatorio) ma un organo simile al vecchio “ufficio di direzione” delle ASL formato dai capi dei servizi e un capo servizio coordinatore.

Armando Muzzi
già Direttore sanitario di strutture sanitarie pubbliche e private e docente dell’Università di Roma Tor Vergata

07 Maggio 2026

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