Prescrizione infermieristica: questione semantica o questione sostanziale?

Prescrizione infermieristica: questione semantica o questione sostanziale?

Prescrizione infermieristica: questione semantica o questione sostanziale?

Gentile Direttore, le recenti vicende in merito alla possibilità di prescrizione per gli infermieri con Laurea Magistrale Specialistica mi inducono ad alcune riflessioni. In particolare, mi sembra utile distinguere tra due piani di analisi: quello semantico e quello sostanziale....

Gentile Direttore,
le recenti vicende in merito alla possibilità di prescrizione per gli infermieri con Laurea Magistrale Specialistica mi inducono ad alcune riflessioni. In particolare, mi sembra utile distinguere tra due piani di analisi: quello semantico e quello sostanziale.

Sono tornata sul tema della prescrizione, su questo quotidiano, in diverse occasioni, ogni volta che in un riferimento normativo compariva la parola “prescrizione” collegata agli infermieri.
https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/prescrizione-infermieristica-di-cosa-stiamo-parlando/
https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/prescrizione-infermieristica-di-radiografie-o-protocollo-condiviso/
Il primo livello di analisi è semantico: riguarda l’uso della parola.
Il secondo è sostanziale: riguarda la possibilità reale di prescrivere e, soprattutto, cosa.

Il piano semantico
“Prescrivere” significa, etimologicamente, “scrivere prima”, definire in anticipo. Il termine rimanda a “stabilire, ordinare, in base a norme precedentemente fissate, ciò che si deve fare, il comportamento da tenere”.

Nel contesto culturale sanitario italiano, tuttavia, la parola ha assunto nel tempo una connotazione di esclusiva pertinenza medica. Ogni volta che questo confine viene anche solo sfiorato, si alzano bandiere.
Sembra allora che il problema possa risolversi semplicemente sostituendo “prescrivere” con “richiedere”. Ma è davvero così?

Termini come diagnosi e prescrizione appartengono al patrimonio comune della letteratura internazionale per descrivere fasi del processo assistenziale e azioni professionali. La questione, semmai, non è chi possa usare quella parola, ma cosa ciascun professionista possa prescrivere e con quali confini di responsabilità.
Per quanto riguarda l’infermiere, la locuzione “diagnosi infermieristica” è riconosciuta e applicata in molti Paesi del mondo. Analogamente, il termine “prescrizione” viene utilizzato per indicare interventi assistenziali pianificati dall’infermiere e prescritti, ad esempio, agli operatori di supporto: mobilizzazione, alimentazione e altri ancora.

Nel testo oggetto di discussione si legge che l’infermiere avrà la possibilità di “prescrivere trattamenti assistenziali quali presidi sanitari, ausili, tecnologie specifiche o altro necessario a garantire continuità e sicurezza delle cure”. Si tratta dunque di un’estensione dell’attuale facoltà di prescrizione di interventi assistenziali verso presidi, ausili e tecnologie. Non farmaci.
Allora la domanda diventa: cosa sottende tanta attenzione alla parola? Perché la necessità di renderla esclusiva?

Il piano sostanziale
Qui si apre il secondo livello di analisi.
A quali bisogni risponde questa proposta?
Alla necessità di garantire continuità e sicurezza delle cure, si legge.
Dunque, a mutate esigenze di una popolazione anziana o fragile o comunque in condizione di bisogno. Bisogni di continuità e sicurezza. Che sottendono anche: prossimità e tempestività.

A questo punto la questione non è più semantica, ma sostanziale. Per garantire questi obiettivi, è davvero necessario declassare la prescrizione a “richiesta”, così da rassicurare che nessun confine sia stato formalmente varcato? In ogni caso, il presidio, l’ausilio o la tecnologia arriverebbero comunque al paziente e una decisione verrebbe comunque presa.
Ed è forse proprio qui il punto.

La parola che fa paura non è “prescrizione”, ma “decisione”. Chi decide è autonomo. E l’autonomia modifica – anche – le relazioni professionali, rendendole più simmetriche.
Per le persone assistite, gli esiti non peggiorerebbero. Anzi, potrebbero migliorare. Ridurre la filiera decisionale e burocratica renderebbe il percorso più fluido e accessibile, coerente con i bisogni reali.

Una revisione sistematica della Cochrane Library sul task shifting medico-infermieristico in alcuni ambiti conclude che, allo stato attuale delle evidenze, vi è poca o nessuna differenza in termini di mortalità, qualità della vita e autoefficacia; analogamente, potrebbe esserci poca o nessuna differenza negli eventi di sicurezza del paziente.
Se così è, allora tanto la semantica quanto la sostanza ci riportano alla stessa domanda di fondo: a cosa servono le professioni sanitarie? E soprattutto, a chi servono?
Forse è tempo di spostare il baricentro dalla difesa dei confini simbolici alla responsabilità condivisa verso i bisogni delle persone assistite.

Annalisa Pennini
PhD in Scienze Infermieristiche e Sanità Pubblica – Sociologa a indirizzo organizzativo

02 Marzo 2026

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