Sanzioni e reprimende. È sempre questa la linea dell’Ipasvi?

Sanzioni e reprimende. È sempre questa la linea dell’Ipasvi?

Sanzioni e reprimende. È sempre questa la linea dell’Ipasvi?

Gentile direttore,
ma dove stanno andando gli infermieri? E sotto quale guida? Mesi fa il Collegio IPASVI di Pisa aveva lanciato una provocazione forte (e, in verità, a mio parere ben circostanziata) sull’attualità dell’art. 49 del Codice deontologico e sulle conseguenze di quel formulato che, trasferito in maniera più o meno opportunistica nell’operato quotidiano, secondo molti (e io sono tra quelli), di fatto costituisce l’anticamera del demansionamento per legge. Autoimposto, peraltro.

Immediata fu la reazione della Federazione al riguardo, con iniziative o promesse di iniziative per trovare similitudine alle quali non dobbiamo, purtroppo, esercitare eccessivamente la memoria.

Di fatto ogni manifestazione di dissenso, di iniziativa che non sia nativa degli organi centrali sembra essere vista come una qualche forma di attacco, di tentativo di destabilizzazione, di complotto; un retaggio che la recente dis-cultura democratica nel nostro Paese ha insinuato, evidentemente, in molti ambiti, non soltanto e non strettamente politici.

L’ultima tranche di questa frattura si sta consumando in questi giorni, dopo che il Collegio di Pisa ha diffuso a tutti gli altri Collegi e alla FNC stessa, invitando tutti a discuterne, il frutto di un proprio lavoro di ricerca e di studio, attraverso il quale è giunto a una proposta di revisione radicale del Codice deontologico degli infermieri

Altro giro, altra corsa: nuova replica degli organi centrali che cassano l’iniziativa, appellandosi all’irritualità e alla scorrettezza del metodo e non esprimendo il benchè minimo giudizio sul merito. Insomma, secondo la Federazione la proposta di Pisa dev’essere rigettata per vizio di forma, una sorta di non luogo a procedere e biasimo scritto per gli arditi e incauti estensori. Eppure nell'introduzione di Carlotti è chiaro che non è stata messo in dubbio che la potestà di emanare ed emendare il Codice Deontologico spetti agli organi centrali. Ma penso che nessuno possa sostenere che questo significhi che anche la riflessione sia prerogativa esclusiva della FNC. Tutti gli infermieri hanno un proprio pensiero, tutti sono liberi di organizzarlo, tutti sono liberi di diffonderlo e sottoporlo al confronto con il pensiero altrui.

Evidentemente pensare e proporre non è un gesto encomiabile, anzi. Dico “pensare e proporre” perché questo è ciò che Pisa ha fatto, avvalendosi di un grande lavoro di studio e della collaborazione della professionalità, esperta e riconosciuta, del prof. Ivan Cavicchi; ha semplicemente prodotto un documento e l’ha diffuso affinchè, se ritenuto, auspicabilmente se ne discutesse. L’ABC della democrazia, verrebbe da pensare a un’ingenua come me.


 


La chiusura su questo fronte è palese da parte degli organi centrali che, di conseguenza, tirano dritto con la proposta “ufficiale” di revisione del Codice, elaborata da un Comitato di esperti da loro individuati, e sull’iter “rituale” della stessa.

Una domanda mi frulla in mente e non trova uno straccio di risposta confortante: “ma qual è il problema?”

Il problema è forse che il pensiero dev’essere appannaggio di una cerchia ristretta e controllata di individui?

O forse il problema è che il dissenso, la proposta alternativa, l’invito alla discussione aperta (e anche, se necessario, critica) sono processi di complessità troppo elevata per poter essere gestiti da questa rappresentanza? Tutti ormai hanno capito che l’infermieristica è a un bivio: o si ripensa e rinnova radicalmente e procede verso un nuovo scenario, o si ripiega su se stessa e implode. La percezione di questa urgenza è talmente diffusa, anche grazie a chi ha avuto il coraggio, come Nursind, il Sindacato delle professioni infermieristiche, di levare la propria voce fuori dal coro, che la partecipazione sta cominciando (evviva, non è mai troppo tardi) ad essere percepita come un diritto esigibile.

Sicuramente questo crea scompiglio nella “rigidità protocollare” di un sistema fortemente verticalizzato poco incline al cambiamento; ma, come dicevano intelligenze molto più illuminate della mia, cui nemmeno è pensabile affiancarmi, un problema non si può risolvere rimanendo (anche mentalmente) all’interno del sistema che l’ha generato. E’ necessario un nuovo punto di vista, un pensiero innovatore e riformatore vero e non di superficie. “Il Riformatore e l’infermiere: il dovere del dissenso”, libro da me curato e pubblicato da QS Edizioni, ha affrontato proprio questo snodo cruciale, ripercorrendo attraverso gli studi e le riflessioni del prof. Cavicchi la storia dell’infermieristica, individuandone le criticità e tentando di produrre un progetto diverso.


 


Su questa lunghezza d’onda corre l’iniziativa pisana. Il metodo è “irrituale”? Bene; la domanda è sempre la stessa: qual è il problema? Preferirei si discutesse di contenuti, di regole da riscrivere piuttosto che leggere reprimende che, se non riportassero la data, potrebbero indurre nel falso convincimento di essere state scritte da qualcun altro qualche anno fa, nella precedente era dell’IPASVI, oppure di essere istigate da qualcuno che vuole preservare a tutti i costi l'impostazione che ha caratterizzato il precedente governo ventennale della professione, che pare quindi tutt'altro che superato ed anzi sembrerebbe avere ancora una notevole “influenza” sui vertici in carica.

Per l’infermieristica 2.0 non vorrei una rappresentanza 0.2 che misura la sue idee con le sanzioni e le reprimende piuttosto che con la forza della discussione e del dibattito, rituale o irrituale che sia. E spero che  questa lettera non si possa ritenere irrituale e scorretta, essendo la libera espressione del pensiero di un’infermiera affidata a un libero quotidiano di settore.
 
Chiara D’Angelo
Infermiera e Caporedattrice Infermieristicamente di NurSind

Chiara D'Angelo

21 Ottobre 2016

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