Schillaci suona l’allarme, ma il Governo Meloni continua a guidare verso il muro

Schillaci suona l’allarme, ma il Governo Meloni continua a guidare verso il muro

Schillaci suona l’allarme, ma il Governo Meloni continua a guidare verso il muro

Gentile direttore, l’intervista del ministro Orazio Schillaci contiene una notizia politica assai più rilevante dei singoli provvedimenti annunciati. 

Gentile direttore,
l’intervista del ministro Orazio Schillaci contiene una notizia politica assai più rilevante dei singoli provvedimenti annunciati. Il ministro della Salute avverte che, senza almeno cinque miliardi aggiuntivi nella prossima legge di bilancio, il Servizio sanitario nazionale rischia di «andare a sbattere».

Non si tratta di risorse richieste per realizzare una grande riforma espansiva. Servono, prima di tutto, per evitare che l’aumento dei costi, il rinnovo dei contratti, la spesa farmaceutica, il fabbisogno di personale e l’assistenza ai fragili determinino un arretramento dei servizi. Il rischio indicato è molto concreto: assunzioni bloccate, contratti non finanziati, bilanci regionali in difficoltà, aumento delle addizionali e riduzione della capacità di cura.

L’allarme è dunque fondato. Ma Schillaci non è un osservatore esterno e non è appena arrivato al Ministero. È il ministro della Salute di questo Governo dall’ottobre del 2022. Quando avverte che il sistema sta per urtare contro il muro, sta descrivendo anche il risultato delle scelte compiute dalla maggioranza di cui fa parte.

La smentita della propaganda della Meloni sulle risorse “record”

Per quasi quattro anni Giorgia Meloni ha risposto alle critiche sul sottofinanziamento della sanità esibendo gli incrementi nominali del Fondo sanitario nazionale. La comunicazione del Governo ha ripetuto che le risorse erano le più alte di sempre e, soprattutto, sufficienti a garantire il sistema.

È sempre stata una rappresentazione parziale. Il Fondo cresce in valore assoluto perché crescono i prezzi, le retribuzioni, il costo dell’energia, delle tecnologie e dei farmaci. Il punto non è stabilire se il numero scritto in bilancio sia il più alto della storia, ma capire quanto di quelle risorse resti realmente disponibile per aumentare servizi e personale dopo aver assorbito inflazione e maggiori costi.

Oggi è lo stesso Schillaci a certificare che quegli incrementi non sono sufficienti. Chiede almeno cinque miliardi; un miliardo per il 2027 era già stato previsto, mentre per gli altri occorre ancora convincere il Ministero dell’Economia. Gli enti territoriali quantificano a loro volta il fabbisogno in quattro-cinque miliardi, soprattutto per personale, rinnovi e tenuta dei bilanci regionali.

La contraddizione è ormai evidente. Se le risorse stanziate negli anni scorsi erano davvero adeguate, perché oggi il ministro avverte che senza altri cinque miliardi il sistema rischia di non reggere? Se invece quei fondi servivano soltanto a inseguire l’inflazione e l’aumento dei costi, la propaganda sui finanziamenti “record” ha nascosto per anni il problema anziché affrontarlo.

Il titolo politicamente corretto, dunque, non è che Schillaci ha ottenuto nuove risorse. È che Schillaci ha riconosciuto l’insufficienza di quelle rivendicate fino a ieri dal Governo.

Una lunga lista di annunci, ancora senza una catena di attuazione

Nell’intervista il ministro mette insieme molti cantieri: nuovo Piano sanitario nazionale, ospedali di terzo livello, specialisti nelle Case della comunità, infermieri reclutati in India, aumento dei posti universitari, revisione del prontuario farmaceutico, nuovi criteri per l’accesso alle RSA e un miliardo dal 2027 per l’assistenza ai fragili.

Se alcune  intenzioni sono condivisibili nel titolo, Il problema è il loro contenuto reale e il grado di attuazione. Per quasi tutte mancano ancora uno o più passaggi decisivi: una norma definitivamente approvata, i decreti attuativi, un finanziamento stabile, gli standard di personale, i criteri di riparto, un cronoprogramma e indicatori pubblici con cui misurare i risultati.

È il tratto ricorrente di questa legislatura,  si presentano contemporaneamente piani, deleghe, piattaforme, sperimentazioni e tavoli, ma non si chiarisce come debbano comporsi in una strategia unitaria. Manca una vera catena di attuazione: obiettivo, norma, risorse, personale, scadenze, verifica e responsabilità.

Il Piano sanitario nazionale: annunciato dal 2022, ma il sistema non ne sa nulla

Anche sul Piano sanitario nazionale la critica non può limitarsi al ritardo formale. Schillaci sostiene di voler restituire al Paese un Piano sanitario nazionale praticamente dall’inizio del suo mandato. Lo annuncia dal 2022, lo ripropone periodicamente come imminente e continua a descriverlo come la cornice capace di riorganizzare il sistema.

Dopo quasi quattro anni, però, il Piano non è ancora diventato un atto pubblico, discusso e condiviso. E soprattutto nessuno degli attori principali del sistema sanitario sembra conoscerne davvero contenuti, obiettivi, priorità e coperture.

Questo non è un dettaglio procedurale. È il metodo politico seguito dal governo  in quasi tutte le principali scelte sanitarie: annunci dall’alto, tavoli ristretti, scarsa trasparenza e nessuna vera condivisione con chi quotidianamente tiene in piedi il Servizio sanitario.

Regioni, professionisti, rappresentanze dei pazienti, sindacati, società scientifiche, enti locali, università e terzo settore non possono essere convocati a valle per prendere atto di decisioni già impostate. Un Piano sanitario nazionale non è un documento ministeriale da presentare a cose fatte. È un patto istituzionale e sociale sul futuro della sanità italiana.

Proprio per questo, già nei primi mesi della legislatura, avevamo proposto l’apertura di un nuovo tavolo per il Patto per la salute: una sede stabile nella quale Stato, Regioni, professionisti, parti sociali e rappresentanze dei cittadini potessero concordare insieme le nuove politiche sanitarie, definire priorità, risorse, standard e responsabilità. Quella proposta è stata ignorata.

Il Governo ha preferito procedere per atti separati: un decreto sulle liste d’attesa, una delega sugli ospedali, annunci sulla medicina territoriale, interventi sul personale, piani settoriali e, contemporaneamente, le pre-intese sull’autonomia differenziata. Il risultato è un mosaico di provvedimenti privi di una regia condivisa.

Il Piano sanitario nazionale, se mai arriverà, rischia così di nascere già debole: non come esito di una grande discussione nazionale, ma come documento predisposto nelle stanze ministeriali e successivamente sottoposto agli altri soggetti.

Dopo la pandemia, la crisi del personale, l’invecchiamento della popolazione, la crescita delle cronicità, l’aumento della spesa privata e l’allargamento dei divari territoriali, il Paese avrebbe avuto bisogno di un nuovo Patto per la salute. Di una sede nella quale decidere collettivamente quale Servizio sanitario vogliamo nei prossimi dieci anni e quali risorse siamo disposti a garantirgli.

Schillaci, invece, annuncia da quattro anni un Piano che nessuno ha visto e sul quale nessuno è stato realmente coinvolto. È la dimostrazione di un metodo chiuso, autoreferenziale e inefficace. Non basta chiamarlo “Piano sanitario nazionale” perché diventi una politica nazionale. Senza partecipazione, risorse certe, obiettivi misurabili e responsabilità condivise, resta soltanto l’ennesimo annuncio.

Gli ospedali di terzo livello: una delega che non rafforza né l’ospedale né il territorio

Il capitolo sugli ospedali di terzo livello è forse quello che mostra più chiaramente la debolezza e la contraddittorietà dell’impostazione del Governo.

Il Ministro  presenta questa nuova classificazione come una riforma capace di valorizzare l’alta specialità, ridurre la mobilità sanitaria e rafforzare i centri di eccellenza. Ma, allo stato, siamo di fronte a una delega ancora tutta da attuare, priva di una chiara architettura organizzativa e soprattutto incapace di rispondere ai problemi reali della rete ospedaliera.

La delega non chiarisce come debbano essere rafforzati gli ospedali di primo e secondo livello, non affronta la crisi della medicina d’urgenza, non interviene sulla carenza di personale nei pronto soccorso, non ricostruisce le reti tempo-dipendenti e non offre una soluzione alla crescente desertificazione dei presidi nelle aree interne e nel Mezzogiorno.

Il rischio concreto è che il Governo costruisca una piramide ospedaliera sulla carta, concentrando ulteriormente risorse e professionisti nei grandi poli già forti, senza mettere in sicurezza la base del sistema. Si creano nuove categorie, ma non nuovi medici. Si individuano strutture di eccellenza, ma non si garantiscono pronto soccorso funzionanti, reparti aperti, continuità assistenziale e collegamenti efficaci con il territorio.

C’è poi una contraddizione ancora più profonda. Una riforma ospedaliera seria dovrebbe partire dalla distinzione delle funzioni e dalla loro integrazione: il territorio prende in carico cronicità, fragilità e bisogni a bassa complessità; l’ospedale si concentra sull’acuzie e sull’alta specialità; la medicina d’urgenza assicura il filtro e la risposta tempestiva. La delega di Schillaci, invece, non costruisce nessuno di questi passaggi. Non rafforza davvero l’ospedale, non potenzia l’emergenza-urgenza e, di fatto, abbandona la medicina territoriale.

Più che una riforma, rischia di essere un’operazione nominalistica: una nuova classificazione per alcune strutture, senza un progetto complessivo per tutto ciò che sta sotto e intorno ad esse.

Il problema non è decidere quali ospedali meritino l’etichetta di “terzo livello”. Il problema è stabilire come un cittadino arrivi vivo, in tempo e con una diagnosi corretta a quell’ospedale; chi lo assista prima, chi lo prenda in carico dopo, quale pronto soccorso lo accolga e quale rete territoriale ne garantisca la continuità delle cure. Su tutto questo la delega resta sostanzialmente muta.

Medicina territoriale: quattro anni persi e un fallimento completo

Il giudizio sulla medicina territoriale deve essere ancora più severo, perché qui non siamo davanti soltanto a ritardi o a difficoltà attuative. Siamo davanti a un fallimento politico pieno del ministro e della sua maggioranza.

Schillaci è arrivato al Ministero trovando già approvato il DM 77, cioè il quadro normativo per la riorganizzazione dell’assistenza territoriale. Aveva quindi una base concreta dalla quale partire: standard per le Case della comunità, gli Ospedali di comunità, le Centrali operative territoriali, l’assistenza domiciliare e l’integrazione multiprofessionale.

Dopo quasi quattro anni, quel disegno non è stato realmente attuato. Le strutture del PNRR avanzano in modo disomogeneo, ma il loro funzionamento rimane incerto perché mancano personale, modelli organizzativi, contratti, integrazione digitale e risorse correnti. In molti territori si rischia di inaugurare edifici senza servizi, contenitori nuovi inseriti in sistemi organizzativi vecchi.

Il ministro non ha usato questi anni per rendere la medicina generale più forte, attrattiva e integrata. Al contrario, ha aperto un conflitto con i medici di famiglia, ha lasciato trascinare il confronto sul loro ruolo e non ha costruito una riforma condivisa capace di affrontare i nodi veri: carenza di professionisti, pensionamenti, zone scoperte, carichi burocratici, lavoro in équipe, diagnostica di primo livello, personale di studio, continuità assistenziale e presenza nelle Case della comunità.

Sono stati persi quattro anni preziosi mentre migliaia di cittadini restavano senza medico di famiglia, soprattutto nelle periferie, nelle aree interne e nelle Regioni più fragili.

Non è stato fatto nulla di strutturale per invertire l’abbandono della medicina del territorio. Non si è resa la professione più attrattiva per i giovani. Non si è costruita una prospettiva professionale moderna. Non si è chiarito il rapporto tra medici di medicina generale, dipendenza, convenzione, aggregazioni funzionali e Case della comunità. Non si è creata una vera integrazione con infermieri di famiglia, specialisti ambulatoriali, servizi sociali e assistenza domiciliare.

E oggi Schillaci torna ad annunciare specialisti, pediatri e medici di famiglia nelle Case della comunità, come se il problema fosse soltanto stabilire chi debba entrare fisicamente in un edificio.

Ma la medicina territoriale non si costruisce riempiendo stanze. Si costruisce definendo responsabilità cliniche, équipe, orari, strumenti diagnostici, accesso ai dati, percorsi di presa in carico, contratti, risorse e continuità assistenziale.

La verità è che il Governo ha trattato il DM 77 come un adempimento edilizio collegato al PNRR in cui non ha mai creduto fino in fondo, non come la più importante riforma organizzativa del Servizio sanitario nazionale.

Il risultato è un fallimento completo: non è stata rafforzata la medicina generale, non è stata completata la rete territoriale, non sono state integrate le professioni e non è stato ridotto il ricorso improprio ai pronto soccorso. Anzi, l’assenza di territorio continua a riversare sugli ospedali bisogni che dovrebbero trovare risposta prima e altrove.

Schillaci non può oggi presentarsi come il ministro che vuole rilanciare la medicina territoriale. È il ministro che ha avuto quattro anni, una riforma già approvata e miliardi del PNRR, ma non è riuscito a trasformarli in un nuovo modello di assistenza.

Infermieri dall’India: un rimedio emergenziale non è una strategia

Il ministro riconosce un fabbisogno immediato di migliaia di infermieri e annuncia un accordo con l’India per favorire il reclutamento, il riconoscimento dei titoli e la formazione linguistica. Parallelamente rivendica l’aumento dei posti universitari in Infermieristica.

Il reclutamento internazionale può servire in una fase di emergenza, purché avvenga nel rispetto dei criteri etici internazionali. Ma non risolve le ragioni per cui la professione infermieristica è diventata poco attrattiva in Italia.

Retribuzioni insufficienti, turni pesanti, carichi di lavoro, costo delle abitazioni, scarse prospettive di carriera, aggressioni e fuga verso il privato o l’estero non si correggono con un accordo di importazione della forza lavoro.

Il paradosso è evidente: cerchiamo infermieri in India mentre non riusciamo a trattenere quelli che abbiamo formato in Italia.

Anche l’aumento dei posti universitari produce risultati soltanto dopo alcuni anni. Il dato realmente significativo non è quanti posti vengano autorizzati, ma quanti siano coperti, quanti studenti arrivino alla laurea, quanti scelgano il Servizio sanitario nazionale e quanti vi restino.

Liste d’attesa: misurare non significa risolvere

Schillaci rivendica la Piattaforma nazionale delle liste d’attesa e sostiene che i tempi si stiano riducendo. La costruzione di un sistema nazionale di monitoraggio è certamente utile. Per troppo tempo sono mancati dati comparabili, agende integrate e una verifica omogenea delle classi di priorità.

Ma una piattaforma misura il problema, non crea prestazioni. Senza personale, diagnostica, specialisti, medicina territoriale e agende realmente disponibili, le liste non si riducono. Si possono rendere più trasparenti, ma non smaltire.

Anche in questo caso il Governo ha confuso spesso l’adozione dello strumento con il conseguimento del risultato. Se il territorio non funziona e manca il personale, le liste d’attesa non si smaltiscono da sole.

Fragili, RSA e caregiver: un miliardo ancora senza prestazioni definite

Schillaci annuncia un miliardo dal 2027 per l’assistenza ai fragili, le RSA e le reti territoriali. È un impegno importante, ma non sono ancora definiti con sufficiente chiarezza il numero dei beneficiari, la distribuzione delle risorse, gli standard di personale, il rapporto con il Fondo per la non autosufficienza e le prestazioni che dovranno essere concretamente garantite.

Lo stesso vale per i nuovi criteri di accesso alle RSA. La valutazione non può trasformarsi in un meccanismo per aumentare la partecipazione economica delle famiglie, che già sostengono una parte enorme del carico assistenziale.

Il ministro riconosce che il sistema senza caregiver familiari vacillerebbe. È la fotografia di un universalismo incompleto: il diritto alla cura continua a poggiare sul lavoro gratuito o sottopagato delle famiglie, in particolare delle donne. Per cambiare davvero servono assistenza domiciliare, servizi di sollievo, integrazione sociosanitaria, sostituzione temporanea del caregiver e standard nazionali esigibili.

La contraddizione più grave: centralizzare gli annunci e differenziare i diritti

Su tutte queste questioni incombe una contraddizione politica e istituzionale ancora più profonda. Mentre Schillaci annuncia un Piano sanitario nazionale, standard comuni, ospedali di riferimento nazionale, una piattaforma unica per le liste d’attesa e strumenti centrali per ridurre le disuguaglianze, il Governo ha dato contemporaneamente il via libera alle pre-intese sull’autonomia differenziata in materia sanitaria con Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria.

Gli schemi dichiarano di non voler modificare il finanziamento nazionale, i criteri di riparto e la garanzia dei LEA. Ma attribuiscono ulteriori margini di autonomia proprio nella gestione delle leve dalle quali dipende la capacità concreta di assicurare quei livelli: organizzazione, personale, investimenti, tecnologie, programmazione e utilizzo delle risorse.

È questo il punto che il Governo prova a rimuovere: i LEA possono restare formalmente identici sulla carta, ma diventare sempre più diversi nella realtà se cambiano le condizioni necessarie per erogarli.

Un diritto non è garantito soltanto perché è scritto in un elenco nazionale. Deve esserci un medico disponibile, un infermiere, un’apparecchiatura, un servizio territoriale, un posto letto e un tempo di attesa compatibile con il bisogno clinico.

Concedere maggiore autonomia alle Regioni già più capaci di attrarre personale, finanziare servizi e investire in tecnologie significa rischiare di ampliare il divario con quelle più fragili. Anche se il Fondo sanitario continuasse a essere ripartito con criteri nazionali, la possibilità di usare diversamente le risorse, organizzare il lavoro, remunerare i professionisti e costruire reti più attrattive produrrebbe effetti inevitabili sulla mobilità e sulla qualità dei servizi.

La contraddizione è evidente: da una parte il ministro sostiene di voler ricostruire una regia nazionale; dall’altra il Governo differenzia ulteriormente gli strumenti con cui le Regioni devono realizzarla.

Schillaci afferma di voler ridurre la mobilità sanitaria attraverso gli ospedali di terzo livello. Ma l’autonomia differenziata rischia di rafforzare proprio le condizioni che alimentano la mobilità: concentrazione delle competenze, attrazione dei professionisti e aumento della distanza tra sistemi regionali.

Dice di voler evitare cittadini di serie A e di serie B nella medicina territoriale. Ma le pre-intese consegnano ulteriori spazi di differenziazione alle Regioni che partono già da condizioni molto diverse.

Non si può invocare più Stato quando occorre garantire uniformità e più autonomia quando si distribuiscono poteri. Non si possono costruire contemporaneamente una sanità nazionale e ventuno sistemi sempre più distanti.

Il ministro non può limitarsi a chiedere aiuto a Giorgetti

Nell’intervista Schillaci cerca di rappresentare il confronto con il Ministero dell’Economia come la battaglia tra chi difende la sanità e chi custodisce i conti pubblici.

Ma il conflitto non può essere ridotto a un negoziato personale tra due ministri. È l’intero Governo che deve decidere quale posto attribuire al diritto alla salute nella politica economica nazionale.La grande assente è la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni!

Schillaci ha ragione quando dice che servono almeno cinque miliardi. Ha ragione quando riconosce la carenza di infermieri, il peso insostenibile sulle famiglie, l’urgenza di rafforzare il territorio e il rischio di una riduzione dei servizi.

Ma proprio per questo dovrebbe trarne tutte le conseguenze politiche.

Non può continuare a sostenere che il Servizio sanitario sia stato strutturalmente rafforzato e, nello stesso tempo, avvertire che rischia di non reggere. Non può promettere uniformità nazionale e accettare l’autonomia differenziata sulla sanità. Non può annunciare nuovi modelli organizzativi senza spiegare chi vi lavorerà e con quali risorse. Non può presentare una piattaforma come soluzione delle liste d’attesa e una delega legislativa come una riforma già realizzata.

Dopo quasi quattro anni di Governo, il tempo degli annunci dovrebbe essere finito.

Il Paese ha bisogno di un Fondo sanitario realmente adeguato ai costi e ai bisogni, di una programmazione decennale del personale, di risorse correnti per il territorio, di una strategia nazionale contro i divari e di una sospensione di ogni processo destinato ad aumentare la frammentazione.

Schillaci oggi dice che, senza una svolta, la sanità andrà a sbattere. Ma la domanda politica non può essere elusa: chi ha guidato fin qui, in quale direzione e perché, per anni, ha continuato a sostenere che le risorse fossero già più che sufficienti?

Beatrice Lorenzin
Vicepresidente del gruppo del Partito Democratico al Senato

29 Luglio 2026

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