“Se questo è un ospedale”. Cosa serve per salvare il San Camillo

“Se questo è un ospedale”. Cosa serve per salvare il San Camillo

“Se questo è un ospedale”. Cosa serve per salvare il San Camillo

Gentile Direttore,
“Se questo è un ospedale” si chiedeva ieri Repubblica  mostrando le immagini del nostro congestionato Pronto Soccorso. Ma nello stesso articolo ha riconosciuto, attraverso testimonianze di utenti, che non nonostante i gravi disagi, si riescono a dare tutte le cure necessarie e salvavita.

Perciò “se questo è un ospedale” di bravi professionisti della sanità, perché è stato ridotto così? Chi ha la responsabilità di non aver ascoltato oltre dieci anni di appelli di operatori, sindacati e dalle associazioni di cittadini?

San Camillo non l’unico e non è il solo ad avere drammatiche condizioni logistiche nel Pronto Soccorso, in ogni regione, senza più distinzione tra nord e sud, si stanno denunciando le gravi carenze di personale (i medici non partecipano ai concorsi e non si iscrivono alla specializzazione), lo stazionamento dei pazienti per carenza di posti letto (il famoso obiettivo del 3,7 p.l. x 1000 abitanti!). Ma certamente, oltre ai problemi comuni a tutti i PS, San Camillo vede specifici, concomitanti fattori che contribuiscono ad accrescere la congestione delle aree del P.S., che non sono risolvibili con azioni “interne”:

– Riduzione dei posti letto, progressivamente accentuata nel corso degli ultimi 15 anni.

Ulteriore riduzione della disponibilità di posti letto per l’emergenza Covid con una ancora persistente quota di posti letto destinata ai Pz Covid. Nelle attuali condizioni della pandemia, sarebbe tempo di rivedere la piattaforma covid e recuperare l’intera disponibilità di posti letto per le funzioni istituzionali di ciascun reparto.

– Carenza di personale: 10 anni di commissariamento e di piano di rientro ed il conseguente obbligo al “turn-over zero”, aggiunto alle difficoltà di reperire personale nel settore specifico dell’emergenza per la scarsa partecipazione ai concorsi,  unito anche  una ripresa ancora troppo lenta, in generale,  delle assunzioni, hanno portato gli operatori del Pronto Soccorso allo stremo; allo stesso tempo, le carenze di personale anche in altre discipline strategiche ha  comportato l’allungamento delle degenze.

– Assenza pressoché totale di una “medicina del territorio” di supporto e di alternativa al ricovero, per cui il San Camillo da sempre è contemporaneamente ospedale di zona e Hub per le maggiori specializzazioni, con flussi che sono di fatto in direzione unica verso San Camillo e quasi mai da San Camillo verso ospedali spoke e/o strutture convenzionate, un volta ottenuta la stabilizzazione del quadro clinico.

– Mancanza di reale supporto della rete delle ospedalità convenzionata, che accoglie solo pazienti con impegno assistenziale ridotto e ridestina all’ospedale tutti i casi che manifestano problematiche che richiedono maggiore sforzo assistenziale, talora anche se non provenienti dal nostro ospedale, con la giustificazione che San Camillo è un DEA di II livello.

– Dimissioni rallentate dalla mancanza di sufficiente supporto sanitario e di servizi sociali sul territorio.

“Se questo è un ospedale” che si vuole ancora salvare, se si vuole ridare dignità ai pazienti e dignità agli operatori, occorre prendere provvedimenti con estrema urgenza, ma non si può certo attendere che da solo il nostro ospedale possa trovare una soluzione al grave e complesso problema del Pronto Soccorso.

Sandro Petrolati
Segretario Aziendale Anaao Assomed dell’Ospedale San Camillo di Roma

11 Maggio 2022

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