Specializzandi nel Ps? Pericolosa deriva di superficialità progettuale

Specializzandi nel Ps? Pericolosa deriva di superficialità progettuale

Specializzandi nel Ps? Pericolosa deriva di superficialità progettuale

Gentile Direttore,
per colmare le lacune degli organici ospedalieri (pare che manchino ad oggi circa 8.000 figure professionali), causata da una decennale programmazione sbagliata, la politica sta pensando di aprire le porte agli specializzandi. Uno dei settori in cui essi certamente saranno più utilizzati sarà il Pronto Soccorso e quindi le urgenze / emergenze afferenti. Si parla di contratti cosiddetti di "part time" anche se raggiungono un monte ore settimanali di 32h. A me sembra una pericolosa deriva di superficialità progettuale.

Anche se da molti ci viene assicurato che il loro inserimento avverrà con il massimo supporto da parte di colleghi che vantino esperienza consolidata, temo che tali parole non vengano seguite da fatti coerenti.

Il mio timore scaturisce dai fatti e dalla situazione reale presente nel percorso formativo post-laurea dello specializzando. E parlo dell'ambito chirurgico (del quale credo di avere competenza) specie in regime di Urgenza.

La Chirurgia d'Urgenza è dedicata ai pazienti con patologie chirurgiche da trattare in regime di emergenza (entro 1 ora), urgenza assoluta (entro 12 ore) o differibile (più di 12 ore), con la indispensabile preparazione ed esperienza alla valutazione, non dico al trattamento, anche dei gravi politraumi in un contesto di "Advanced Trauma Life Support" dove corretta impostazione e rapidità incidono prepotentemente nei risultati e quindi nella mortalità dei traumatizzati.

Mi chiedo se il pur bravo specializzando che non ha ancora completato il proprio percorso formativo potrà essere in grado, ancorché supportato, di fornire la sicurezza del corretto percorso diagnostico-terapeutico (PDTA) al malato che avrà la ventura di essere accolto da un medico, per definizione, ancora non "formato".
E questo visto dalla parte del paziente.

Consideriamo però il chirurgo d'urgenza ancora "in erba".
I percorsi formativi delle Scuole di Chirurgia (minime sono le differenze tra le diverse Università) sono ben conosciuti (anche pubblicati su G.U.) e stabiliscono, oltre alla didattica frontale un percorso operativo che negli anni dovrebbe portare alla esecuzione di oltre 400 interventi (tra alta, media e piccola chirurgia dei quali il 15, il 20 e il 40% rispettivamente eseguiti in prima persona). Per l'Urgenza inoltre si stabilisce che almeno il 30% di essi debba essere eseguito in regime di Urgenza; e in più di aver effettuato almeno 600 ore di attività di P.S. con "assistenza diretta e responsabile con relativi atti diagnostici e terapeutici" a pazienti critici (100), in urgenza/emergenza (400) e in elezione (400)".

Domando a chi legge ed ha conoscenza: tali percorsi sono regolarmente e completamente confermati nella realtà attuale della specialistica chirurgica? Personalmente spero di sì, ma la mia perplessità è forte, quanto meno nella considerazione di ampia disparità esistente nei vari territori nazionali. Non a caso attualmente ACOI sta portando avanti, insieme alle Università, un progetto comune alla formazione chirurgica mettendo a disposizione i propri alti volumi operatori al fine di poter far completare con efficacia il percorso dello specializzando.

Dopo circa 2 anni di lavoro sette Società Scientifiche rappresentanti differenti Discipline (ACOI,SIAARTI, SICUT, SIMIT, SIRM, WSES, GMML – chirurghi generali e d'urgenza,, anestesisti, infettivologi, radiologi, medici legali) hanno sviluppato una Consensus Multidisciplinare della quale condenso per brevità una delle conclusioni finali:"Il paziente chirurgico acuto presenta condizioni di criticità sistemica e locale sempre più significative e richiede una risposta in termini di continuità e multidisciplinarietà dal suo accesso al pronto soccorso fino alla dimissione". Dichiarazione scaturita dalle alte conoscenze del panel e dai dati statisticamente significativi della letteratura scientifica. Tra le tante citazioni ricordo il lavoro (Ingraham et al –  2011 JACS) che analizzò i dati di oltre 513.000 procedure in 3 anni di attività  messe a confronto (elezione vs urgenza). Ebbene la survey evidenziò l’aumento di eventi avversi in urgenza pari al doppio per le complicanze, al triplo per le complicanze severe, e a cinque volte per la mortalità e concluse: "Sono necessari sforzi per migliorare la qualità per garantire interventi chirurgici per contesti specifici come quelli sottoposti a procedure d’urgenza".

Tale qualità sarà dunque garantita almeno negli stardard attuali? O addirittura, con l'apertura ai non ancora specialisti, si pensa addirittura di ipotizzare un suo miglioramento come da più parti auspicato sulla base dei risultati?

Per ultimo un pensiero ai giovani colleghi che saranno inseriti nel progetto. Saranno impegnati per 32h/settimana, dovranno contemporaneamente seguire le lezioni, ed apprenderne la teoria, i laboratori, le sale operatorie come da programma formativo universitario. Una pericolosa miscela  che sicuramente implementerà i livelli di stress ai quali solitamente il chirurgo nella normalità è esposto.

In ogni caso temo che il completamento del piano di studi diverrà più complesso e distante nel tempo.

Se questa proposta politica vi sembra percorribile senza danni diretti o indiretti… a me appare degna di grande superficialità e ignoranza delle conseguenze.

Dr. Rodolfo Vincenti
Presidente onorario di Associazione dei Chirurghi Ospedalieri Italiani (ACOI)

Rodolfo Vincenti

20 Dicembre 2019

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