Storie di medici che (per ora) rimangono nel Ssr  

Storie di medici che (per ora) rimangono nel Ssr  

Storie di medici che (per ora) rimangono nel Ssr  

Gentile Direttore,
ho seguito con estremo interesse gli interventi delle Colleghe (Cola e Cocconcelli) che hanno, col garbo che le contraddistingue, espresso le loro motivazioni dell’abbandono dei SSR di cui facevano parte. Le considerazioni presentate sono per la gran parte condivisibili e comuni a tutti coloro che svolgono questa Professione, ma qualcosa mi sento di aggiungere, non perché sia in disaccordo ma per provare a presentare un punto di vista un poco diverso e forse far comprendere le motivazioni di chi (per ora) decide di rimanere.

La Collega Cola parla di tribunali ma manca di citarne uno, quello che fa forse più male anche in caso di assoluzione piena: il tribunale della coscienza. È con questo giudice severo ed inflessibile che la grande maggioranza degli operatori sanitari, in tutto il mondo, deve fare i conti. Non credo ci sia nessuno che abbia anche solo per una volta vestito un camice bianco che non si sia “portato il lavoro a casa”, in termini di preoccupazione per le scelte fatte, di carico emotivo nei confronti di un paziente o della sua famiglia, di consapevolezza di non riuscire ad ottenere i risultati che si augurerebbe nonostante le migliori cure. Nel corso di una vita professionale l’avere a che fare con questo tribunale logora. E lo fa tanto più se accompagnato dalla sensazione di estrema solitudine alla quale oggidì contribuiscono i giudizi degli altri tribunali citati dalla Collega ed in particolare della considerazione della pubblica opinione.

Inutile, il più delle volte, cercare una qualche forma di conforto nella catena gerarchica. Nonostante ciò, il tribunale della coscienza fa sì che molti di noi mettano in atto tutta la loro resistenza e resilienza per continuare ad offrire quel servizio che temono non sarebbe più garantito, nemmeno in questo mondo di corsa alla riduzione ed al ribasso. Se tutti noi lasciamo, chi farà questo al nostro posto?

Con questo in mente, e conoscendo personalmente la grande forza e dedizione della Collega, non posso fare che domandarmi cosa abbia fatto venir meno la sua grande capacità di resistenza e resilienza, unita ad un’altra domanda: verrà un giorno meno anche la mia/nostra?

Le ragioni, come dicevo, sono state ampiamente descritte e di sicuro la contrazione delle risorse e la aziendalizzazione farlocca possono essere le principali responsabili. Sulle prime credo si possa fare ben poco; sulla seconda ci sono due strade, una più emotiva l’altra più razionale. Nel primo caso è da auspicare un ritorno alle origini in cui di azienda non si voleva nemmeno sentire parlare; nel secondo andrebbe invece fatto in modo di completare la trasformazione del sistema da azienda di nome ad azienda di fatto. Non nella logica del profitto ma nelle forme di gestione, introducendo meccanismi di ingresso che garantiscano la possibilità di assumere e far progredire i più adatti a determinati ruoli, un sistema di responsabilizzazione di tipo realmente manageriale e criteri scientifici di misurazione dei risultati.

Essendomi occupato di gestione dei blocchi operatori mi sono spesso chiesto perché sia così difficile far girare in modo ottimizzato un gruppo di 10 sale operatorie quando ci sono ditte di e-commerce che garantiscono la consegna della merce più disparata il giorno seguente in ogni angolo del mondo. Più che rivolgersi a ingegneri gestionali o a medici e infermieri particolarmente interessati al tema basterebbe assumere un manager di Amazon. Ma probabilmente si troverebbe così imbrigliato in dozzine di vincoli e costrizioni legati ad abitudini del passato, rivendicazioni sindacali, certificazioni, intrecci politici e interessi contrastanti che dopo poco getterebbe la spugna.

La sanità, anche se i punti produttivi li chiamiamo “aziende”, aziende non sono. Perché allora rimanere e resistere alle sirene del privato o di una vita un po’ meno frustrante? Credo di interpretare in parte il pensiero di coloro che (per ora) rimangono dicendo che dentro di noi ancora non si è completamente spenta la speranza che mattoncino dopo mattoncino, delusione dopo delusione, arrabbiatura dopo arrabbiatura, risciacquata del Direttore dopo risciacquata, l’esempio del cambiamento porti davvero ad una modifica in meglio. Proviamo a cambiare le cose da dentro, sperando che l’ennesima sensazione di non essere in grado di far nulla malgrado i nostri sforzi non ci faccia decidere a nostra volta di mollare, almeno prima della (ma ce la daranno davvero?) ipotetica pensione.

Filippo Bressan
Anestesista-Rianimatore

31 Gennaio 2025

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